Editoriale

luglio 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 40''

Ogni volta che vedo dei cavalli andare al passo, al trotto, al galoppo o saltare gli ostacoli, ne rimango affascinato. È sorprendente osservare la nobiltà e l’eleganza che, oggi come allora, sanno esprimere il cavallo e il cavaliere. Espressione etica ed estetica del tempo fusa al coraggio, alla bellezza, al prestigio. Unita a quella pertinenza dell’essere che appartiene solo agli uomini e alle donne capaci di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Oggi giorno una vera battaglia, un’impresa ardua in questo mondo in cui viviamo, circondati da codardi, arroganti, parvenu, che amano vivere nel cattivo gusto delle mode, dei trend, ansiosi d’apparire più che di essere.

 

Quando penso al cavallo, il pensiero inevitabilmente va a quei grandi fogli ingialliti degli Studi su questo splendido animale eseguiti da Leonardo da Vinci in dieci anni di meticoloso approfondimento, per realizzare la grande statua equestre con cui glorificare le gesta degli Sforza, duchi di Milano. Così come, quando penso ai cavalieri e alla cavalleria, la mente e la memoria volano sul campo di battaglia al fianco del colonnello Sandro Bettoni, comandante del Savoia Cavalleria durante la campagna di Russia. Fu lui il mattino del 24 agosto 1942, sull’infinita piana di Isbuscenskij, a scandire gli ordini: «Secondo squadrone a cavallo! A fronte avanti! Trotto!».

 

Facendo quindi seguire un comando secco e preciso: «Galoppo!», seguito da: «Sciabol man!». Fu allora che i 650 cavalieri, al grido «Savoia!», travolsero 2mila soldati sovietici che li avevano accerchiati, le loro mitragliatrici, i loro cannoni e carri armati. Un gesto memorabile, oggi fantascienza, che ha proiettato il Savoia Cavalleria nella leggenda e nel mito. A pochi anni dal lancio della prima atomica, fu questa l’ultima carica di cavalleria. Per correttezza, fu la penultima: l’ultima fu eseguita dai Cavalleggeri di Alessandria il 17 ottobre sempre del 1942 in Croazia, a Poloj. Finiva così, con quella carica, il romanticismo ottocentesco che incarnava il perfetto stile dell’etica cavalleresca. Uomini e ufficiali forgiati dall’alto livello degli istruttori della prestigiosa scuola di Pinerolo. Ufficiali di cavalleria e gentiluomini di straordinaria eleganza naturale, impeccabili sul campo di battaglia come al braccio delle loro signore. Perché la forma è esattamente uguale e tanto importante quanto la sostanza.

 

Uomini, soldati, ufficiali e cavalieri che sanno sempre stare in sella, nella vita come nello sport, perché hanno il coraggio di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo. Perché il cavallo, da sempre, è simbolo di elevazione, elevazione innanzitutto fisica (infatti, si «sale» a cavallo), che ha portato quasi inevitabilmente, generazione dopo generazione, battaglia dopo battaglia, ostacolo superato dopo ostacolo, a un’elevazione morale. A una capacità di restare retti, di tenere strette le briglie della propria vita. Il cavallo, con il suo incedere maestoso, con la sua intelligenza, con la sua sensibilità (basta sfiorarlo, sussurrargli il movimento), e anche con la sua improvvisa follia rappresenta una sorta di alter ego dell’uomo.

 

Un’entità «altra» rispetto a noi che la natura e la storia ci hanno dato il compito di domare, di portare a ragione, di esprimere al meglio tanto la potenza quanto l’intelligenza. Il cavaliere, quello di allora votato alla battaglia come quelli di oggi, che sfilano leggiadri sui campi di gara come abbiamo visto fare in occasione dell’ultimo concorso ippico di Piazza di Siena, porta con sé il fascino e la responsabilità di questa capacità di domare la natura.

 

Di metterla al servizio delle umane intenzioni. Per fare questo servono disciplina, intelligenza, esperienza, cultura. Uno sforzo intellettuale, prima ancora che fisico, che abitua ad affrontare non solo impennate e sgroppate, ma anche tutti quei colpi che la vita ti può riservare. Si impara a superarli di slancio, con grazia e armonia, per ricadere leggerei senza perdere il passo e continuare la corsa. Di uomini-cavalieri così, oggi, se ne incontrano pochi (come ben sanno le donne, che sempre, oggi come ieri, sognano il principe azzurro che arrivi su un cavallo bianco, o che almeno sappia aprire loro la porta del ristorante nel modo corretto). 

 

Uomini, intendo, dotati di quei codici cavallereschi che mi appartengono, di cui sin da giovane mi sono nutrito anno dopo anno, che vivo e difendo a spada tratta in ogni occasione. Codici che all’egual maniera puoi trovare nella Marina Militare e, ancor più significativi, nel rigore e nella disciplina dei sommergibilisti, degli incursori di Marina, figli di quei uomini Gamma invidiatici dalle marine di tutto il mondo. E uomini prossimi e per mille modi vicini al mio essere. Perché se a cavallo mi sento un pesce fuori dall’acqua, sotto il mare mi sento a casa, nel mio ambiente naturale. Erano anni che non mi immergevo con le bombole alla Torretta, dopo San Fruttuoso di Camogli. L’occasione era da non perdere, unica: portare sott’acqua, per testarli, nove orologi di nuova generazione, presentati ai saloni di Ginevra e di Basilea nei primi mesi dell’anno. Ho richiamato vecchi amici come Gianni, Paola, Giosuè, Alessandro (mio figlio) e il bravo Massimo, e con loro giù verso il blu.

 

Ammetto che è stata una bella sorpresa osservare le straordinarie scogliere sommerse di grande valore naturalistico, formate da varie tipologie di gorgonie, alcionarie, anemoni di mare, attinie, popolamenti precoralligeni, oltre a bellissimi rami di corallo rosso di Portofino. Per non parlare della fauna: cernie, dentici, saraghi (tra cui un bellissimo faraone), barracuda, murene, banchi di corvine e nuvole variopinte di salpe e fantastici piccolissimi nudibranchi, segnalatimi dal bravo Andrea e da Marco del Diving Evolution di Santa Margherita Ligure: veri e propri nobili cavallucci marini.

Franz Botré