Editoriale

maggio 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 10' 20''

Sempre più spesso mi succede, dialogando con i «manager» del marketing o con direttori generali di grandi aziende nazionali dell’abbigliamento, di ascoltare con interesse le loro lamentele e i mugugni su come sia cambiato il mondo e il modo del vestirsi e abbigliarsi, di come ai giovani oggi non interessi più essere eleganti, ben vestiti, di quanta fatica facciano a seguire e identificarsi nei canoni e nei codici dei valori storici maschili, di come nell’arco di vent’anni sia stato snaturato il concetto di eleganza. Non usano più la camicia, la cravatta, la calza! Ma cari manager milionari, smettetela di fare finta di piangervi addosso nel nome dell’eleganza, perché siete stati voi stessi i veri complici del massacro della pertinenza all’eleganza e del suo credo.

 

Guardatevi attorno, non è così difficile: basta che apriate all’improvviso le porte dei vostri uffici, da quello finanziario e quello della produzione, da quello della comunicazione a quello creativo, per vedere le persone che vi stanno attorno. Osservate come parlano, come vestono, cosa dicono, cosa leggono e guardano (minimo due iPhone alla volta, sempre pronti a salvare il mondo, notte e giorno), come gesticolano, che cosa e come mangiano, come si comportano tra loro, e capirete. Qualora questo non bastasse, la cartina al tornasole la troverete facendo l’analisi logica dei testi e delle immagini delle vostre campagne pubblicitarie e di quello che pubblicate sui social, o sui giornali. Capirete perfettamente che cosa intendo. 

 

Avete creato e imposto immagini e campagne con modelli dal fisico atletico o attori internazionali affermati, con visi e atteggiamenti da uomini finiti e duri (solo nei film interpretati, in realtà…) poi smessi, spettinati, arruffati, depilati, con barbe incolte e sfatte, abbigliati con tute,
t-shirt, felpe incappucciate, con ai piedi scarpe da ginnastica (ma carissime!), che avete cercato di nobilitare ribattezzandole sneakers, ma che restano comunque scarpe da ginnastica, da utilizzare all’aria aperta, per correre nel parco o fare scampagnate, non certo per andare a scuola, a teatro, in ufficio, all’università. Inseguendo i fatturati, senza accorgervene, avete perso di vista il vero Dna dell’azienda che rappresentate, affidandolo a stilisti del cavolo che nulla sanno di storia, di etica, né tanto meno sanno esprimere il concetto della qualità e dell’emozione. Vivono esclusivamente di estetica dell’apparire. Avete e state disegnando e progettando un mondo tutto vostro creato ad hoc per voi, fatto solo per «uomini» pratici, magri (che avete omologato in «slim»), che vogliono vivere in eterno, con tessuti hi-tech, fisicati, comodi, pelati, schiavi della tecnologia e possibilmente estimatori e praticanti di una vita gaia.

 

Manager che negli ultimi vent’anni hanno sacrificato sull’altare l’uso sostantivato del verbo «essere» e dell’eleganza, con quello intransitivo di «apparire» costruito dal marketing, dalla certificazione omologata dei brand. Assecondandoli avete abolito e cancellato dal vostro manuale etico-storico-culturale la camicia, la cravatta, le scarpe (quelle vere, in cuoio), il cappello, il paltò, ma soprattutto avete rinnegato, precluso e distrutto i valori e la cultura dell’eleganza ai giovani. Un esempio? L’anno scorso ero all’ingresso della Scala aspettando due amiche. Per una quindicina di minuti ho osservato le persone che entravano, come esibivano i biglietti, come salutavano, come gestivano l’apertura e la chiusura della porta (povere Donne!) scrutando come uno scanner i tre occhi dell’eleganza, partendo dalle scarpe, l’orologio, la giacca, la camicia e la cravatta. Non era la «prima», era una serata di quelle belle e gratificanti per chi ama l’opera, una replica nel corso dell’anno. 

 

Risultato, veramente penoso: una sfilata di provocanti ricchi parvenu modaioli imbarazzanti anche per San Siro. Parlandone con l’amica Maria Grazia (da anni abbonata), anche lei allibita per il défilé, ho avvicinato il capo sala, mostrandogli la dicitura del retro abbonamento, dove una frase dice: «È richiesto l’abito scuro per le prime rappresentazioni. I Signori spettatori sono comunque tenuti a presentarsi a tutte le rappresentazioni in giacca e cravatta». Sconfortante, palese, italiota e populista la sua irresponsabile risposta: «… Capisco, ma a me, nessuno me l’ha mai ordinato di far rispettare questa regola». In questa risposta c’è tutta l’Italia di oggi, quella che anno dopo anno è stata plasmata e forgiata dal ’68. Di quella «rivoluzione culturale» oggi tutti e troppi ne parlano, anche gli asini, la esaltano, la celebrano, a voce, nelle pagine dei giornali, in televisione, nelle radio. Quella storia, per chi come me l’ha vissuta da vicino e sulla propria pelle, è più semplice di quanto si possa immaginare. In quegli anni, finita la terza media, già lavoravo. Il libretto di lavoro recita: «categoria D1/apprendista tipografo», stipendio 127mila lire al mese.

 

All’interno della classe operaia del settore editoriale, osservavo da vicino tutto quello che accadeva e veniva provocato dall’esterno. Quei «rivoluzionari» li ho sentiti, ascoltati, per obbligo (!) seguiti, ma non mi hanno mai conquistato, convinto, anzi… Perché fin da subito, e già allora, compresi che io, con i miei problemi di giovanissimo operaio-studente non avevo nulla e niente da spartire con loro, con i loro problemi (?) con i loro slogan urlati in piazza, con la loro rabbia, con i loro miti che andavano da Ho Chi Minh a Mao Tse Tung, dal Che a Barbara Gittings, e tanto meno avevo qualcosa da spartire con il loro Movimento studentesco. Fu la rivolta di una generazione di giovani borghesi viziati, con i piedi caldi e la pancia sazia, che vivevano nel benessere, i più nell’opulenza. Senza alcun dubbio fu la generazione più fortunata della storia d’Italia. Gli intelligentoni si ribellarono e diedero il meglio di sé nella lotta per sovvertire il sistema, le regole, convincendo il 50% della nazione che loro erano i buoni, i giusti, i depositari della verità di questo Paese. Intelligentoni che di conseguenza divennero l’intellighenzia con cui misurarsi e confrontarsi in tutto e per tutto, portatori di quell’ideologia che ha contaminato tutta la società, dalla politica agli affari, dalla cultura al cinema, dalla finanza alla comunicazione.

 

Col passare del tempo divennero tutti disciplinatamente di sinistra, con grandi patrimoni all’estero, affermandosi ciascuno nel proprio ambito come principi salottieri del radical chic. Una classica opera buffa all’italiana, che dura ormai da cinquant’anni. I risultati disatrosi sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti, dall’istruzione al lavoro, dalla politica alle istituzioni, fino al non rispetto sistematico per i valori all’urbanità. Basta osservare quello che sta succedendo nelle nostre scuole, per comprenderlo. Studenti privi del benché minimo rispetto verso gli insegnanti, genitori che anziché educare i propri figli all’obbedienza ne prendono le parti insultando a loro volta il corpo docente. Una vergogna senza fine, che cancella di giorno in giorno i valori minimi della civiltà e dell’educazione. 

 

Mi fermo qui, non vado oltre, sarebbe per me come sparare sulla Croce Rossa. Preferisco soffermarmi a parlare di un’altra rivoluzione, quella nata dopo il 1918 da uomini-uomini, ragazzi chiamati a essere presto adulti, che per quattro anni non hanno giocherellato a fare i «leader» in qualche aula universitaria occupata, ma sono stati con i piedi nel fango delle trincee alpine, hanno combattuto, sono stati feriti e hanno magari ucciso. Uomini poveri perché poco avevano, ma tutti ricchi di coraggio e signori nell’onore, tutti consapevoli di aver offerto la vita, e i propri anni migliori, alla Patria. Raccontare la storia della Libera Città di Fiume, di quei 16 mesi di utopica follia durante i quali non un politico ma un poeta e artista, Gabriele D’Annunzio, prese in mano l’onore di un’Italia uscita umiliata dal primo conflitto mondiale e provò a tradurre in realtà un’idea rivoluzionaria di società, significa rendere onore allo spirito di quegli uomini. Fiume fu una parentesi di follia che ha creato una crepa nella Storia. Un’altra opera buffa all’italiana: se avessi avuto vent’anni a quei tempi, anch’io vi avrei preso parte.

 

Fu un esperimento che attrasse l’attenzione del mondo, da Lenin e Trockij, da Bela Khun a Sa’d Zaghlul Pascià, da Harukichi Shimoi a Sean O’Kelly, fino agli Stati Uniti. Spiega Pier Luigi Vercesi, nel saggio che ha scritto dopo anni di studi proprio sull’avventura fiumana: «A compiere l’impresa non fu un gruppo di privilegiati, bensì spiriti giovani, fieri, ribelli alle ingiustizie, motivati da ideali e incapaci di sottostare alle imposizioni di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna» (la storia si ripete, se guardiamo l’attualità). Uno spirito che ha dimostrato la propria ribellione non indossando jeans strappati per essere omologati alla moda, ma mettendo in gioco la propria vita. Che è una cosa ben diversa…

 

Franz Botré