Editoriale

marzo 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
-
Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 8' 5''

Perché leggere un libro? Ognuno di noi potrebbe elencare decine di validi motivi. Si può leggere per vari scopi, ma quello che conta, alla fine, è trarre dalla lettura maggiori indicazioni e benefici per capire la vita, la nostra e quella degli altri. È una grande opportunità, che ci viene offerta per poter acquisire e coltivare, in noi, il seme di una coscienza individuale. Ho imparato ad apprezzare la lettura verso i 12 anni. All’epoca ero in collegio, alla Casa Natale Pio XI: la sera in refettorio la cena si consumava in religioso silenzio, bisognava stare zitti. Solo il Rettore e uno scelto tra noi avevano il permesso di interrompere la magia del silenzio. Zitti voleva dire zitti, voleva dire non fare alcun tipo di rumore. La posate non dovevano sbattere tra loro o peggio ancora contro il vasellame. Impugnate come Dio comanda, dovevano solo sfiorare il piatto senza toccarlo, sino a raggiungere la bocca, che doveva stare rigorosamente chiusa (!). Il bicchiere andava portato alle labbra sollevando il gomito verso l’alto, versando l’acqua in bocca senza fare rumori molesti o gorgoglii vari. Tutto era molto naturale, composto; tutti eravamo consapevoli e complici: 90 gaglioffi dai 6 ai 18 anni raccolti nel silenzio della cena, potevi sentire davvero solo le mosche volare, oltre all’allievo prescelto che, ad alta voce, leggeva un libro.

 

Tu, nel frattempo, stavi zitto e attento, perché il giorno dopo, al di là dei classici compiti di routine, dovevi fare un riassunto e il commento della lettura della sera precedente. Un gran bell’esercizio per il corpo e per la mente. Ma il bello era quando, non punito, potevo tornare per il fine settimana a casa. Mia madre, appena mi vedeva inoperoso, a guardare fuori dalla finestra, in un tono tra il consiglio e la minaccia gentilmente mi chiedeva: «Nulla da leggere?». Oggi vivo in un modo diverso la lettura. C’è quella professionale, composta dalle oltre 500 mail che ricevo quotidianamente, più i messaggi dell’iPhone e le vecchie e care lettere di carta. Poi c’è la lettura che io definisco «di mezzo», che mi interessa come professionista e come cittadino: 5 quotidiani, 4 settimanali, quei 5/6 mensili che hanno un senso e qualche libro «forzato» da interessi contingenti. Quando sono in viaggio o all’estero la lettura passa attraverso l’iPad; è un miracoloso strumento di lavoro, che però fuori da quest’ambito non mi ha mai conquistato. Sono un uomo analogico, mi piace sentire il ticchettio del tempo che passa, il profumo della carta, mi piace toccare e sfogliare le pagine, richiudere una rivista o un libro e metterli in ordine sulla scrivania, sul comodino, nella libreria. Poi, finalmente, c’è la mia lettura, quella bella, gratificante, che ti fa star meglio con te stesso e con gli altri. Anche se spesso, per fortuna, mi allontana dagli altri, facendomi sentire fuori dal gregge.

 

Ecco che allora divoro pagine e pagine di giornali che trattano argomenti che mi piacciono, che mi risvegliano i sensi, arricchiscono le mie passioni. Tra queste ci sono loro, i libri. Non a caso la mia libreria è suddivisa per passioni: c’è la zona motorsport, fotografia, arte, vino, orologi, sub, tipografia, vocabolari del mondo e poi grande spazio agli uomini della storia, alla militaria, alle grandi battaglie. Adoro i libri storici, le biografie degli uomini e delle donne che hanno segnato le epoche, così come mi piacciono i romanzi storici. Sempre più spesso mi capita di ritornare su vecchi libri, che nel corso degli anni ho letto più volte e scoprire, rileggendoli, che sono cambiati; frasi e parole che anni fa avevano per me un significato, oggi ne hanno un altro. Hanno cambiato il loro senso delle cose, le loro logiche, le loro verità. Raccontano una storia bugiarda, ingannevole, che oggi andrebbe tutta rivista e riscritta.

 

Curioso, perché i formati sono rimasti gli stessi, la carta si è ingiallita, certo, ma il corpo e il carattere e la giustezza sono rimasti quelli da anni. La verità è che io sono cambiato e in questi vecchi amici rivedo e rileggo pagine che non mi appartengono più. Questo vale soprattutto per tutto quello che è stato scritto sulla storia della nostra Penisola dalla fine del ’700. Spesso mi trovo a leggere cinque libri negli stessi giorni, perché uno l’ho comprato da poco, l’altro era lì da tempo, e gli altri tre sono vecchi amori che per un motivo o per l’altro mi è tornata voglia di leggere. Per cui la sera mi trovo a dare retta a John Williams mentre mi racconta Augustus, piuttosto che all’altro John, alludo a Heilbron, con il suo resoconto delle scoperte astronomiche compiute da Galileo Galilei. Nel mezzo ci sta la lettura di un regalo ricevuto dall’amico Ettore per il mio compleanno, un libro del ’50 edito da Garzanti sulla vera storia della Decima Flottiglia Mas, dalle origini all’armistizio, scritto da J. Valerio Borghese. Intervallato da un libro di Franz Werfel, che sto rileggendo per capire meglio alcuni passaggi storici di un’area geografica, di grande attualità: I quaranta giorni del Mussa Dagh.

 

Ma uno dei libri che più mi hanno da sempre affascinato sia per il momento storico che fa da scenario alle vicende, sia per la capacità di scrittura profonda e originale, è Guerra e Pace, di Lev Tolstoj. Un capolavoro che guarda dall’alto tutta la letteratura mondiale. È l’esempio di cosa significhi, per me, scrivere la vita. Dopo una gioventù fatta di viaggi, risse e donne, Tolstoj si innamora della natura e torna nella sua tenuta, di quei 6.555 ettari nella Russia occidentale, a Jàsnaja Poljana. Tenuta che amò sino a farsi conquistare dai ritmi della vista agreste, che gli permise di concepire un ideale filosofico di purezza della vita secondo natura che sviluppò in tutti i suoi scritti. 120 racconti, 24 opere filosofiche, 8 opere teatrali, 7 romanzi, le 784 pagine del Sillabario

 

Un connubio perfetto tra Storia e storie; la capacità di una narrazione di ampio respiro che procede secondo il ritmo eterno delle stagioni, delle coltivazioni dei campi, dei boschi selvaggi che circondano la sua tenuta. La natura: da questo stimolo Tolstoj prende la linfa delle sue opere. E da questo parallelo tra l’uomo e la sua radice naturale nasce l’incontro con l’artista che ho scelto per interpretare la copertina. Elena Vavaro mi ha colpito per la sua ricerca artistica che mette in luce l’anima naturale dell’uomo. Nei suoi ritratti l’elemento naturale segna lo stile artistico. Per ritrarre Lev Tolstoj, Elena è partita da un passaggio di Guerra e pace, l’incontro tra il protagonista, il principe Andrej, e una quercia contorta che lo aveva sorpreso in un bosco di betulle. Un momento piccolo, infinitesimale, tra le centinaia di pagine del romanzo. Ma che, più di ogni altro, mette in luce la concezione del mondo, e della scrittura, di Tolstoj. Il bello dei libri è questo: basta una frase, persa tra le pagine, per cambiarti la vita. Per questo amo leggere.

Franz Botré