Editoriale

marzo 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 16'

Ogni volta che l’inverno compie il suo giro e, come per magia, tornano quella luce speciale del sole, quella leggerezza dell’aria che annunciano l’arrivo della primavera, la prima sensazione che mi pervade (prima di rimettere la testa sui problemi, sui conti, sulle grane…) è quella della felicità. Una felicità istintiva, irrazionale, quella che si prova quando si è bambini e tutto ti sorride. Una sensazione che mi ha fatto riflettere, soprattutto constatando come per strada, intorno a me, nonostante la splendida luce di quella splendida mattinata, ci fossero solo facce tristi. Tutti cupi, chini sul loro smartphone a salvare chissà quali vite.

 

Dove vanno tutte queste persone, tanti anche più giovani di me, trentenni, quarantenni che dovrebbero alzarsi dal letto con la voglia di sbranare il mondo? Che cosa pensano, che cosa li preoccupa, che cosa li renderebbe soddisfatti? L’idea di capire se esiste una formula della felicità è stata lo spunto per ritirare fuori dal cassetto una vecchia teoria (del 1954), quella dello psicologo Abraham Maslow, che ha classificato i bisogni secondo una piramide di progressive necessità. Chi sta alla base vive nella mancanza e nell’insoddisfazione. Chi ha voglia di crescere sale via via questa piramide, costruisce il proprio futuro e la propria personalità. Soprattutto, comprende come costruirsi una strada per essere felici dipenda da sé, dal proprio atteggiamento verso la vita. Solo quando c’è una corrispondenza tra ciò che si è, ciò che si fa e ciò che si appare, si può essere davvero soddisfatti di sé. Ovvero felici. Ecco perché quella mattina io sorridevo e andavo al lavoro felice, in mezzo a una massa di imbronciati. La prima volta che misi piede in una redazione era il marzo del 1980, il mensile Gente Viaggi, il direttore «Gao»: così firmava Giuseppe Alberto Orefice.

 

Uomo colto, raffinato, elegante, un bon vivant. L’editore, un grande: Edilio Rusconi. Avevo da poco compiuto i 25 anni, amavo la grafica, il giornalismo, l’editoria. In quel di via Vitruvio al 43 ebbi la fortuna di stare con personaggi unici, uomini e donne, che mi diedero la possibilità di imparare, di potermi esprimere. All’epoca ero una vera spugna, vergine professionalmente, adoravo stare in redazione. Ricordo con immenso piacere alcune serate, in cui, come per magia, Patrizia Calzoletti, la segretaria di Gao, annunciava l’arrivo di Maurizio Chierici; ricordo ancora la scia del fumo che lasciavano le sue sigarette. Arrivavano anche Luca Liguori, sempre abbronzato con i suoi pullover colorati di cashmere sulle spalle a coprire splendide giacche in tweed, con Ruggero Orlando, vestito di nero modello bounty killer; spesso si aggregava Ettore Mo. Anche se erano le 20 e avevo terminato il compito della giornata, facevo di tutto per restare lì a sentire i loro discorsi, i dialoghi su come andava la vita in America, in Afghanistan, a Cuba, a Roma, zigzagando tra discorsi sui massimi sistemi, per poi passare agli alberghi, alle compagnie aeree e inevitabilmente alle belle donne.

 

Durante il giorno arrivava poi Edoardo Raspelli con i suoi Bocciati & promossi, o Guido Gerosa a raccontarci il perché di quel viaggio. Per non parlare delle ore e ore passate sul visore con Rudy Van der Velde a selezionare migliaia di diapositive 24×36, ektachrome e kodakchrome sviluppate a Ginevra, analizzandole con gli autori, da Fulvio Roiter a Guido Alberto Rossi, da Giancarlo Baghetti a Franco Fontana. Sei anni trascorsi tutti d’un fiato, in una casa editrice ormai divenuta per me fonte d’ispirazione: condividevo tutto, lo spirito culturale, sociale, professionale, meritocratico, mi sentivo in tutto e per tutto un rusconiano. Esperienza unica, che mi ha insegnato come si fanno i giornali, come si gestiscono, come riconoscere le razze della categoria dei giornalisti, dei direttori, dei manager e come si opera da editore. Esattamente l’opposto di quello che provai in Rcs. I tre anni che passai tra via Scarsellini e via Rizzoli furono pachidermici, catastali, sindacalizzati, ministeriali, l’unica cosa bella era il rapporto che avevo instaurato con il mio direttore, Carla Giagnoni. Anche se in epoche diverse, anche se per interposte persone, la mia spugna aveva trattenuto tanto dagli insegnamenti del dottor Edilio Rusconi. Una delle regole ferree della casa editrice era la puntualità dell’uscita della testata in edicola. Se penso a molti mensili che oggi escono 11/10/9/8 volte l’anno, quando vogliono o possono… Spesso lo incontravo in ascensore o in garage, alla sera: con l’aiuto di qualche fattorino, visto il peso, caricava in macchina borsoni colmi degli ultimi giornali prodotti, freschi di stampa (Gente, Gioia, Eva Express, Rakam…). Li portava a casa per sfogliarli, leggerli, analizzarli dal primo all’ultimo, pagina per pagina, per poi lasciare in quelle non condivise osservazioni sulla foto, il taglio, il titolo, il sommario e le didascalie (!), un’angoscia per i caporedattori della Rusconi. La mattina successiva, come fosse una cerimonia, i fattorini consegnavano in una busta la copia analizzata al direttore della testata. La maggior parte si chiudeva nel proprio ufficio, sfilava piano piano la copia, come con le carte del poker, per vedere se c’erano osservazioni. Andar bene, una virgola fuori posto la trovava sempre.

 

Edilio Rusconi (giustamente!) sosteneva che tutti i redattori devono essere richiamati all’esattezza, che qualsiasi errore deve essere segnalato con un richiamo scritto, quando si tratta di refusi il richiamo deve essere fatto ai correttori… La lavata di testa la prendeva (giustamente!) il direttore, che a sua volta faceva rilevare gli errori, a seconda della gravità, ai diretti interessati o come monito e insegnamento a tutta la redazione nel corso della riunione. Le reazioni? La maggior parte dei giornalisti, quelli intelligenti, incassavano e imparavano in silenzio; i primi della classe invece la menavano per settimane: «… Con che diritto? Come si permette? Io ho tre lauree». Tutti colleghi spariti nell’isola che non c’è. La differenza la facevano i direttori. Molti erano giovanissimi e talentuosi, come Sandro Mayer, Silvana Giacobini, Alberto Orefice, Gianni Marin, che stimavano e vedevano in Rusconi un grande professionista. Altri erano già affermati, che avevano vissuto Edilio come direttore: alludo ad Antonio Terzi, al grande Gilberto Forti, che ebbi modo di frequentare nel 1984 al lancio de Il Piacere, il primo mensile diverso edito da Rusconi, fuori dalla sfera della Gente. La grande capacità di Edilio, che non è da tutti, era di scegliersi giovani giornalisti e parallelamente dirigenti di alto livello, facendoli collaborare con gli anziani del settore, evitando gli yesman. Non fu certo un caso che manager come Ernesto Mauri e Federico Curti iniziarono la loro storia editoriale in Rusconi, così come non è un caso che per anni vicino al cavaliere c’è stato sempre il commendator Cappella.

 

Quando Orefice propose all’editore di iscrivermi all’Ordine dei giornalisti, un fatto inconsueto per un grafico, peraltro non di prassi in Rusconi, fui convocato dal dottor Cappella, che mi fece un interrogatorio: «Ma perché vuole fare il giornalista? Ma si guardi intorno, lei ha tutte le carte in regola per diventare un ottimo dirigente editoriale… aspetti…». Non riuscì a convincermi. Era la mia casa editrice perfetta. Nel 1986 me ne andai, veloce, come d’abitudine, giusto il tempo di un week-end. Conservo ancora la lettera scritta da Cappella e firmata da Rusconi, in cui mi riconoscevano il mancato preavviso, oltre a tutte le competenze del caso e nel ringraziarmi e salutarmi mi dicevano: arrivederci. Destino vuole che nel 1989 fui richiamato in Rusconi. Altro editore che amavo (ma non ho mai avuto la fortuna di lavorare per lui) era Giorgio Mondadori. Rusconi: grande casa editrice, con al centro il giornalismo, le tirature, la distribuzione e mille attenzioni per ricercare sempre e comunque la qualità. Giorgio Mondadori: la maniacalità di produrre prodotti editoriali di grande qualità. Uguali ma diversi, diversi ma uguali. Il primo portato a creare giornali intelligenti, di attualità, popolari, per tutti, che costassero poche lire. Il secondo portato a far giornali intelligenti, dove le idee, le immagini e i testi venivano stampati divinamente su carta patinata da 100 grammi per affascinare i sensi di un nuovo lettore. La prima, composta da prodotti a basso prezzo di vendita e ad alta diffusione, rivolta a un pubblico familiare e popolare. La seconda, dedicata a creare riviste specializzate di alta qualità, in termini di idee, contenuti, fotografia, grafica, carta e stampa, rivolta a un target alto.

 

Due modi di proporre editoria che oggi ritroviamo in Cairo Editore: essendo Urbano Cairo nato nell’editoria, quella vera, sa che cosa vuol dire e quanto costa fare e saper fare. Differenza sostanziale con tanti manager, o editori, geni della finanza, ma che non sanno cosa vuol dire fare giornali di reputazione e qualità. In un mondo che anche editorialmente spinge tutto e tutti verso il basso, quello che cerco di fare ogni mese è di andare controcorrente, cercando di elevare la vita di tutti verso l’alto, raccontando come riconoscere in tutti i momenti della vita la qualità e l’emozione. Ci si arriva attraverso l’esperienza, la cultura, l’etica che ne deriva, la stessa che plasmerà e materializzerà l’estetica di un giornale, un vino, un orologio, una cravatta, una sedia, un abito, un’auto, un fatto. Cercando di andare sempre oltre, come suggeriva sapientemente Federico Curti a Edilio nel 1982, e come faceva in quegli anni Giorgio Mondadori assistito dal suo art: Ettore Mocchetti. Storie di uomini che hanno vissuto e plasmato la loro professione, ieri come oggi, all’ombra della Madonnina. Milano la definiscono capitale morale, altri la capitale dell’editoria (giustamente!), altri in modo sarcastico la continuano a chiamare «la Milano da bere». Resta il fatto che, piaccia o non piaccia, chi viene in questa città, e ha voglia di lavorare (!) anche se non sa fare nulla, non morirà mai di fame. Milan l’è ún Gran Milan.

 

Parole sante, anche se molte cose non tornano. Quando arriva, per esempio, il 18 marzo e i giornali iniziano alla spicciolata a raccontare le Cinque giornate di Milano, i fatti, i personaggi, le storie del mago, i luoghi, descritti in modo melenso popolare, condite con un evidente retrogusto, retorico e patriottardo, beh, mi cadono le… braccia! Cari milanesi, abbiamo cacciato gli austriaci, vero; abbiamo fondato l’Italia, vero; evviva Mazzini, Garibaldi e tutti i massoni del mondo, evviva l’Italia. Ma non è andata così. La sintesi sta in due frame del film Le cinque giornate di Dario Argento per capire: il primo sulle «ultime parole pronunciate dall’eroe Binetti»; il secondo, nel finale, quando un giovane Adriano Celentano urla sul palco invaso da soli nobili: «… Ci hanno fregato!». In questi sei minuti il vero perché delle Cinque giornate. È andata così, bene, sono italiano, pronto come ho giurato 40 anni fa a dare la vita per la mia Patria, oggi come allora, anfibi e basco sempre pronti. Detto questo, se tornassi indietro a metà ’800, io starei con Cecco Beppe! Perché? Perché non si può aggregare e riunire sette Stati e sette modi di cultura e storie differenti. Paese formato da 26 milioni di italiani che non si capivano tra loro. Dove in meno di 600mila conoscevano l’italiano (Savoia compresi, parlavano francese o dialetto piemontese!).

 

Dove il bilancio della giovane patria si chiuse nel 1861 con un debito pubblico pari a due miliardi e 402 milioni di lire. Pronti via, eravamo appena nati e già il fanalino di coda dell’Europa. A chi ha giovato tutto questo? Ha giovato a Pio IX, a tutto il clero e ai nobili, tanti premiati da Napoleone (come del resto fece Mussolini), che elargivano titoli nobiliari come caramelle, perché dopo la «rivoluzione» non avrebbero più pagato le tasse. Tutto architettato e diretto da Torino dai Savoia, golosi di feudi, di potere, di terre. Vale la pena ricordare l’infame gesto nel ’43 quando scapparono di notte da Roma a Brindisi, abbandonando al proprio destino la tanto «amata patria». Vale la pena, per chi volesse approfondire, rileggere attentamente gli scritti (tutti) di Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio. Una frase, su tutte: «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Quando nel ’700 Maria Teresa d’Austria iniziò a occuparsi di Milano la descrisse così: «La Spagna ha lasciato a Milano una eredità scandalosa, qui nessuno lavora, si vive nel disordine, nel caos». Gli spagnoli avevano stravolto e piagato la città, molto prima e più della peste del 1630. I milanesi erano un branco di scansafatiche, corrotti, banditi e sporchi imbroglioni.

 

Tutti dovevano pagare le tasse, su tutto, dal sale alla farina, dalla casa al bestiame, tutti tranne i prelati e i nobili. L’imperatrice inviò a Milano un suo ministro degli affari esteri e cancelliere di Stato dell’Impero: Wenzel Anton von Kaunitz. Al suo ritorno a Vienna così commentò alla sovrana: «Per costruire la nuova fabbrica, bisogna abbattere quella antica». Dal 1757 Kaunitz divenne l’arbitro supremo e inappellabile di Lombardia e Milano. La riforma lombarda partì dal geniale progetto del Catasto teresiano, riconosciuto, studiato e imitato nel mondo: il Mailånder Kataster. Le strade e piazze principale furono lastricate in pavé, le fogne furono coperte e sotterrate. Ripresero i lavori ai monumenti abbandonati come il Duomo, crearono la Scala, piazza Fontana, la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, l’Accademia di Brera, la Villa Reale di Monza. E poi il vero capolavoro: crearono il milanese, il lombardo. Lavoratori, irriducibili e responsabili, imprenditori creativi e coscienziosi, uomini rudi, eleganti ed educati, artigiani colti e raffinati, tutti cresciuti sotto la ferrea disciplina dell’acciaio austro-ungarico. Scusate, ma perché diavolo dovevo combattere contro Francesco Giuseppe? Pensate come sarebbe oggi vivere in una nazione che unisca Milano, Venezia, Trieste, Budapest, Vienna e Monaco? Perché non facciamo, oggi, di Milano un piccolo «impero». Come? Visto che i geniali pensieri di trasformazioni in uno Stato federale o confederale sono naufragati con la scomparsa del politologo Gianfranco Miglio, riprenderei la vecchia idea, ma attuale oggi più che mai, dopo la frattura della Brexit, di far diventare Milano e provincia una Free zone area! Una vecchia idea di Letizia Moratti e di Giulio Tremonti. No? Alûra, Tiremm innanz!

Franz Botré