Editoriale

marzo 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 9' 50''

Una cosa sola rimpiango della mia vita, quella di non essere riuscito a diventare un pilota. Al tempo, quando dico pilota intendo quelli con la P maiuscola, di quelli che il tempo, la storia e l’evoluzione hanno distrutto e gettato alle ortiche lo stampo. Alludo a quel cliché di uomini che oggi non esistono più, perché non esiste più la cultura di quella società che creava e forgiava uomini e piloti unici, veri miti, di grande personalità, travolgenti ed eleganti, futuristi spesso indisciplinati quanto immensi. Uomini come Nuvolari, Ascari, Varzi, Castellotti, de Portago, Clark, Hill, Stewart, Cevért, Pescarolo, Ickx, Bell, Giunti, Andretti, Siffert, Brambilla, Peterson, Regazzoni, Lauda e molti altri, che prima di Senna tutte le sante domeniche che Dio comanda, celebravano la Santa gara. Molti, come i toreri, anche la Santa Messa. Dall’America all’Europa, dall’Argentina al Giappone guidavano con abilità e disinvoltura ogni tipo di vettura, monoposto di F1 e F2, prototipi (da oltre 400 km/h) per 24 e 12 ore o le gran turismo su pista, per strada, in salita come per i deserti, con «quelle» macchine di allora, con quei telai, quelle gomme, quei freni, con la pioggia o la neve, su circuiti veri, senza quelle circensi chicane e senza avere davanti ogni due per tre le frustranti safety car.

 

Quello che importava era potersi divertire, senza mai chiudersi in se stessi; ma erano piloti aperti, disponibili, amavano l’arte di vivere, la vita, le donne e Dio. Con l’esagerata necessità di misurarsi, di contendere, di gareggiare, rispettando due concetti fondamentali: l’onore e la lealtà. Affrontando a testa alta la morte, sempre con il furore della vita fuori e dentro di sé. Orgogliosi e fieri di realizzarsi nel fare ciò che più amavano: guidare. Dodici mesi all’anno, ovunque, contro chiunque, con qualsiasi macchina, bastava andasse veloce e facesse rumore. E se per caso non erano previste gare di campionati vari, sfogavano la loro immensa esuberanza in moto, alla ricerca di record, su nei cieli con elicotteri e aerei, o sull’acqua con velocissime barche. Campioni capaci di compiere gesti e azioni lontanissimi dalla nostra quotidianità, dalla nostra percezione del pericolo, eppure sempre protagonisti di una vicinanza e spesso di una somiglianza.

 

Cinquant’anni di racconti e storie affascinanti e preziose, veri esempi di vita (con quegli anni intendo la stagione che va dal ’30 all’80, poi le cose cominciano a prender un’altra via: negli anni 90 si ebbe l’inizio della fine di quel mondo e di un’epoca). In quel lungo periodo la morte giocava un ruolo primario, anzi era fortissima, carpiva la vita di questi giovani duellanti con una media di uno ogni quindici giorni, in alcuni anni anche uno per ogni settimana. Eppure si correva, sempre, senza mai fermarsi, nel rispetto di chi non c’era più, del pubblico e della scuderia. Senza mai voltarsi indietro, avvolgendosi dentro il mantello dell’ipocrisia, della dietrologia spiccia, degli imbarazzanti e scroscianti applausi di oggi. Per l’ultimo saluto bastava il Dio del silenzio e un fiore.

 

Da Senna, o meglio da Ratzenberger in poi, quel mondo ha definitivamente soppresso il verbo rischiare, così come ha cancellato dal vocabolario internazionale l’aggettivo «deceduto», anzi è severamente vietato parlarne. Per rendere i campioni unici e immortali hanno distrutto gli autodromi, abolito le «ombrelline» (!), rese le auto degli shuttle, inserito regole demenziali, convertito i piloti a diventare dei ricchi adolescenti, opportunamente inavvicinabili, veri e propri astronauti, che da anni continuano a girare fortissimo attorno al mondo a Mach 23 a 27mila km/h, ma distanti più di 100 km dal pianeta Terra e sempre più lontani dalla gente che vive e che ama invece le auto da corsa. Quelle poche volte che mi capita di essere tranquillo e rilassato, vale a dire quando leggendo un libro mi fumo un buon edición limitada di Partagás, chiudo gli occhi e rifletto sul mio futuro, su quello della mia piccola casa editrice, ma anche sul mio passato, sulle scelte fatte, senza mai nessun rimpianto né pentimento (detesto i pentiti), su quel passionale e sentimentale «se avessi». Già, certo, il «buco» c’è, è rimasto per tanti anni nel cuore, più che nella testa, lo sento ogni qual volta vedo un filmato o delle immagini, o un libro, o un giornale che parla di quegli anni, di quell’epoca, di quegli Uomini. Vecchiaia?

 

È naturale, dite. Può essere, ma per uno come me che insegue e professa da sempre la disciplina, il senso dell’onore, della patria e dei valori, è più che normale constatare le differenze, l’abisso. È questione di essere, di credo, di amare l’ordine delle cose, le regole. Memento audere semper è da 48 anni il mio credo. In compenso, per mille e più ragioni, più passano gli anni e meno sento quel vuoto, quel buco. Sarà che i bravi e veloci piloti di oggi sono poco più che degli adolescenti, sarà che per lo più sono tutti astemi, cultori di diete spaziali, sarà che si abbigliano come dei rifugiati spiaggiati, sarà che per averli accanto a tavola (sempre con le cuffiette di ordinanza e quattro iPhone prescritti dal medico sul tavolo, più due PR che registrano anche i ruttini) devi appartenere alla santa santissima inquisizione o sborsare cifre demenziali, sarà che poi quando parlano esprimono concetti come tuo nipotino «Pippo», sta di fatto che più passa il tempo e più mi allontano da quel mondo che per più di 30 anni ho frequentato, vissuto e amato. Una cosa però vi confesserò, che se tutti gli sforzi fatti in 48 anni di lavoro, consolidati e uniti alla ricerca personale, alla tenacia e agli investimenti fatti per raggiungere gli obiettivi nel mondo dell’editoria, li avessi concentrati nel diventare pilota, posso assicurarvi che negli anni 70 e parte degli 80 sarei stato un buon pilota professionista; magari non avrei mai vinto un mondiale, ma certamente avrei felicemente vissuto e corso in tutte le categorie e piste del mondo.

 

Per essere oggigiorno imprenditore in Italia bisogna essere dotati di una buona dose di follia ed essere dei veri masochisti. Anzi vi confesso che negli ultimi 10 anni, esattamente come Henri Pescarolo, ho partecipato a più di 520 competizioni, tutte le Sante settimane mi sono fatto un GP con una F1 o con una F2, intervallate a lunghe e stressanti 24 o 12 ore con i prototipi, e a tantissime 4 ore con le gran turismo. Ma come e dove? Semplicemente solo stando seduto alla mia scrivania davanti al computer e a fianco del mio telefono. È un’esperienza unica: ogni gara dura 60 ore, tutta la settimana, m’infilo sulla poltrona, console tra le mani e via (più o meno come fanno oggi i giovani al simulatore), 60 ore tutte d’un fiato, è come essere a Monte-Carlo e guidare sul bagnato con le slick, con la pista imbrattata d’olio di qualcuno che ha rotto prima di te, con le bandiere gialle e rosse che ti segnalano a ogni staccata il pericolo, ma sai che tu nulla puoi fare, devi continuare a correre, adrenalinico dipendente, cercando di essere sempre più veloce, perché non puoi fermarti ai box per cambiare gomme rain che non hai, e perché se ti fermi ti passano in venti, devi solo cercare di andare forte e non sbagliare, stando giorno dopo giorno concentrato cercando di limare millesimi e decimi nel mare d’acqua che ti cade addosso, evitando e controllando l’aquaplaning, sempre di traverso, senza permetterti il minimo errore, con gli occhi fissi sulle gomme anteriori per vedere dove le metti, perché alla minima distrazione sbatti contro il guardrail e sai che la tua corsa potrebbe finire lì per sempre, altresì conscio che potresti farti male, tanto male, a te e soprattutto alle persone che stanno con te. Quindi giù la testa, e il piede, massima concentrazione e via, cercando e sperando di trovare ogni settimana la stessa motivazione e determinazione, lo stesso coraggio e credo che avevi 48 anni fa. Capisco e sento più vicini oggi i piloti delle moto, uno su tutti Valentino Rossi. Bravo vero!

 

Sapete cosa c’è di nuovo? Che ripensandoci mi sono reso conto che non rimpiango un bel niente della mia vita e non m’importa nulla di non essere Lewis Hamilton o Max Verstappen (di cui riconosco le capacità e la velocità), ma lor Signori non rischiano l’osso del collo tutte le settimane quanto il sottoscritto e che, tutto sommato, credo di divertirmi più io a far giornali che loro a fare i campioni. Solo oggi lo comprendo, il gran premio della vita l’ho vinto anni fa, quando sono riuscito a coniugare la passione con la professione. La vita alla fine non è altro che una corsa meravigliosa!

Franz Botré