Editoriale

novembre 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 45''

Non sono mai stato un verde, un arcobaleno, un pacifista, anzi, per contro, sono stato cresciuto, educato e sensibilizzato ad avere il massimo rispetto della natura, dell’ambiente, dell’urbanità, delle cose che mi circondano e delle idee. Pronto a farle rispettare, esattamente come i valori che mi hanno plasmato e cresciuto come un guerriero, che non scende a compromessi e che ormai da anni ha rimosso e rifiuta concetti barbari come la par condicio, il politically correct, l’illuminismo radical-chic del «siamo tutti uguali», che hanno massacrato l’etica del merito e duemila anni di cultura e storia dell’uomo, sostituendole con la becera mediocrazia.

 

Faccio sempre più fatica a vedere e accettare la maleducazione e l’ignoranza che dilaga e avvolge questa nostra società. Troppi sono i genitori che hanno abdicato al loro ruolo. Vi è mai capitato di passare dinnanzi a una scuola elementare, a un asilo, a un liceo? Fanciulli, bambini e ragazzi che buttano per terra di tutto, dalle buste delle merendine alle gomme da masticare, mozziconi di sigarette, bottigliette di plastica, tutto gettato irresponsabilmente per strada, nei giardini, nonostante il cestino della spazzatura sia a non più di un metro. Stanno facendo diventare le città (soprattutto la mia Milano) una discarica a cielo aperto. E quando vanno in vacanza insudiciano le montagne, le acque, il mare: avanti di questo passo e tra cinquant’anni avremo più plastica che pesci nel mare. Incredibile che tutto questo avvenga dinnanzi agli occhi dei vigili, dei bagnini, delle maestre, dei professori, delle madri (padri, i grandi assenti!) impegnate a cercare un parcheggio per le loro auto, possibilmente in classe, o a ciacolare di moda all’angolo, della palestra giusta, dell’ultima cena; occupati a raccontare il nulla, anziché seguire ed educare i figli, spiegandogli il concetto di urbanità.

 

Crescono così ragazzi ai quali tutto è dovuto, subito e adesso. Figli che cambiando scuola e sezioni, da asini improvvisamente diventano dei geni, perché gli insegnanti ormai logorati non vogliono più passare il resto dell’anno a sbrogliare rogne e rotture di balle con i genitori e, spesso, con i loro presidi. Per non parlare del comportamento a tavola, in mensa come al ristorante, al wine bar o in pizzeria, osservateli, seduti a tavola mangiano e bevono come fossero in un porcile. Figli che sin dalle elementari crescono avvolti nel mondo di Facebook e di Instagram, dove imparano subito a mettere dei «filtri» tra loro, il mondo reale, virtuale e quello inesistente. Figli che anche se depressi, soli e abbandonati fanno i bulli, i duri, che con spregiata maleducazione, arroganza e presunzione ti spiegano come e cosa fare, perché loro hanno capito tutto della vita. Basta soffermarsi qualche minuto a parlare con loro, per capire che invece sono fragili, vulnerabili e che in verità non hanno capito niente, di niente.

 

Figli che vanno poi all’università e che come professione fanno i master, e poi ancora un master e poi un altro master ancora, sino ai 33 anni e oltre. Tanto, dov’è il problema, una medaglia d’oro il papà e la mamma me la daranno sempre. Ricordiamoci che, alla fine dei nostri giorni, i figli non saranno altro che la pagella della nostra vita. Una cosa sempre mi colpisce, nei ragazzi. Quando chiedo loro: «Che cosa volete fare nella vita?», più che la risposta mi stupisce l’assenza della luce nei loro occhi. Diventano cupi, accigliati: «Beh, voglio cercare e trovare me stesso, cioè, voglio lavorare in un ambiente che abbia uno scopo, cioè, voglio lasciare un segno, cioè, voglio guadagnare bene». Bene? Quindi? «Andare a studiare all’estero». Scusate ma perché non in Italia? Abbiamo la Normale di Pisa, la Bocconi, La Sapienza e tante altre. «E no, cioè, all’estero imparo le lingue!». Solitamente incalzo: «Perfetto, non capisco ma mi adeguo, e poi una volta imparate le lingue cosa vorresti fare?». A questo punto il dialogo termina, non c’è più nemmeno un lumicino nei loro occhi. Li vedo staccati dal quesito, dalla realtà, dalle responsabilità, li vedo assenti, apatici, arrendevoli, spaventati, privi di credo, di amore. Soprattutto, seppur siano nati nell’era del tutto e subito, mi colpisce la loro completa incapacità di saper sognare. 

 

Come si possono avere 14, 16, 18 anni e non avere sogni nel cassetto? Il mio cassetto era già stracolmo di sogni da prima che compissi i 14 anni. All’epoca lavoravo come apprendista tipografo, alle 08.00 del mattino timbravo il cartellino per l’ingresso, alle 17.00 per l’uscita. Alle 19.00 ero a scuola, alle 22.30 uscivo, alle 23.57, se prendevo al secondo tutte le coincidenze, ero davanti a un bel piatto di spaghetti. Il mattino alle 06.30 suonava la sveglia, e via, si ripartiva, altro giro altra corsa, per anni, sino al diploma. Tutti momenti vissuti serenamente. Quando restavo solo con me stesso, in tram, in autobus, a letto o mentre camminavo, sapete cosa facevo? Sognavo. Cercavo dentro di me il sogno della mia vita, quello giusto, quello più affascinante, coinvolgente, un sogno che desse un senso alla mia esistenza, migliorandola. Con una frase illuminante e scolpita in bodoni nel cuore e nella mente: «Se puoi sognarlo, puoi farlo».

 

Questo era uno dei motti più celebri di Walter Elias Disney, il papà dei sogni. L’uomo che con la sua immaginazione ha saputo creare una memoria collettiva, è riuscito a unire cinque generazioni, cinque continenti andando oltre gli embarghi, le guerre, grazie alla forza e al coraggio dell’immaginazione. Perché spesso immaginare vale più di sapere. Molti i sogni che nel corso della vita ho dovuto pian piano modificare, abbandonare, dimenticare. Altri invece sono nati dall’esperienza, dalla cultura e dalla passione. Sogni che anno dopo anno sono diventati veri e propri traguardi di vita, privata e professionale, e continuano a riempire il mio cassetto. Molte volte fingo di non sapere, nego a me stesso la minima traccia di quel tal sogno, ma so perfettamente che, anche se violentemente represso, quel sogno è depositato indelebilmente nel mio cassetto. E che, se non domani, tra due mesi o tra due anni rispunterà nella zucca, tra miei progetti di vita. Fino a quando? Conoscendomi, sino a pochi secondi prima di passare a miglior vita. Migliore? Non so, forse, certo avrò più tempo per sognare. 

 

Franz Botré presenta il nuovo numero intervistato da Radio Monte Carlo 

 

Franz Botré