Editoriale

ottobre 2015

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 40''

La corrida non è uno sport, ma un’opera o, meglio, una vera tragedia lirica. Esattamente come l’Otello di Verdi o la Madama Butterfly di Puccini. Due gli attori principali: il toro e il torero. Insieme da più di 36 secoli, calcano incontrastati il palcoscenico della vita. Il toro, unico vero impenetrabile messaggero di una forza della natura incontrollata. E poi c’è lui, il torero. Guerriero, sacerdote e maestro di eleganza e gestualità, che affronta a viso aperto l’impenetrabile. È lui e solo lui a custodire i segreti di un momento unico ed eterno, a possedere la chiave del mistero primigenio della contraddizione tra vita e morte, carne e spirito. Poi, come ogni rappresentazione teatrale che si rispetti, serve una platea, che gratifichi ogni azzardo, un pubblico che trasformi l’opera e l’arena nel tempio di un culto ancestrale, esattamente a metà tra apollineo e dionisiaco, come sosteneva la tesi di Nietzsche. Su quel palcoscenico della vita dove il dominio e la grazia diventano fulcro filosofale che sa trasformare un gesto sanguinoso in un momento di elevazione massima, un animale in un dio e un uomo in un «eroe». Mi rendo conto che la vita moderna ha preteso e imposto il declassamento del sentimento eroico, per elevare sopra tutto e sopra ogni cosa la vita. Non esiste.

 

So perfettamente che oggi, nell’immaginazione tradizionale di questa codarda società, l’eroismo è un valore che non figura affatto al vertice. Siamo nell’epoca del Grande Fratello, che a sua volta presuppone una Grande Mamma, che ci vuole tutti bravi, buoni, uguali, intrisi di «cultura» del politically correct, della par condicio. Ma quello che soprattutto preme alla Grande Mamma è che tutti vivano, sempre e comunque. Ma come? Per secoli avevamo considerato nobile il sacrificare la vita per motivi di onore, dignità, patriottismo, passione, e oggi mi si sgrida? No, non ci sto, non è così che voglio vivere, entra in me il Franz ribelle, della serie «Boia chi molla», che per anni di quei valori primordiali, storici ed educativi s’è nutrito, sfamato. Leggendo, guardando e osservando la vita attorno a me, mi rendo conto (per fortuna) di essere fuori dalla mischia di questo sistema. Chi da anni mi conosce e mi legge sa che la cicogna ha sbagliato tutto: secolo, data e indirizzo. Non pensate al ’900, no, bisogna risalire a prima, molto prima. Quando? Beh, l’ideale sarebbe stato nascere nel 1773, a Milano o a Vienna, per passar a miglior vita, magari su un campo di battaglia, attorno al 1843. Del resto, sin da piccolo, ho avuto la fortuna di avere accanto, forse per troppo poco tempo, un grande maestro di coraggio: mia madre. Nella vita non ho mai avuto miti, ma sono sempre stato affascinato da Uomini che hanno avuto coraggio, che hanno saputo prendere il toro per le corna ogni qual volta se ne presentasse l’occasione, che hanno saputo essere un esempio. Uomini che hanno creduto in qualcosa sino ad arrivare al punto di mettere in gioco la stessa vita per il loro Credo. Cosa unisce e differenzia Uomini come Manuel Sanchéz da Teseo Tesei, Marco Simoncelli da Costantino Ruspoli, Ayrton Senna da Salvo D’Aquisto? Li accomuna il coraggio, il forte senso del dovere, la passione per ciò che hanno fatto sino all’ultimo sospiro e la gloria. Il fascino degli sportivi vive, esiste e resiste solo perché ci sono uomini e professionisti destinati a rischiare, stupire, sfidare. Amanti della velocità che vanno oltre tutto, anche contro le leggi della fisica. Uomini capaci di domare la paura, che appartengono a una cultura maschilista, che premia il gesto che comporta la messa in gioco della vita. Quando accade che alcuni di questi passino a miglior vita, penso che sono stati uomini fortunati, immolati sull’altare della passione, caduti per ciò che volevano, e amavano fare, non tralasciando un particolare, che per farlo erano anche pagati.

 

Grande differenza con i veri eroi. Sacrificare la vita per una passione è diverso che sacrificarla per mantenere un giuramento a una bandiera, a una Patria. Resta il fatto, unico e irripetibile, che li rende tutti unici, diversi ma uguali. Quel coraggio di andare oltre, di gettare il cuore e la vita al di là degli ostacoli, non è da tutti né per tutti. Lucidi e consapevoli di quello che li attende, dei rischi che stanno affrontando e di quello che potrebbe accadere. Mentre leggete queste righe, fermatevi per un momento, chiudete gli occhi, andate con la mente al 23 ottobre di 73 anni fa, nell’inferno desertico di El Alamein. In poco più di dieci giorni, migliaia di giovani ragazzi della Folgore si immolarono per la Patria e per proteggere la ritirata. Mi vien da ridere, anzi da piangere, pensando ai giovani di oggi, tutti presi a sacrificare il loro cervello tra un iPhone e chili di Viagra, tra una condivisione su Facebook e una lagna. Per non parlare dei «campioni» del mondo dell’automobilismo da poltrona, che rischiano mal che vada i calli al fondoschiena per tutto il tempo che passano sfidandosi virtualmente sui simulatori, spesso anche in condizioni difficili: sul bagnato, sì, ma solo quando accidentalmente gli cade il bicchiere della Coca-Cola tra le gambe! Ma non tutti i giovani sono dei viziati debosciati. Ci sono quelli che di coraggio ne hanno da vendere. Fin troppo, a volte, tanto da passare per pazzi o, spesso, comportarsi da stupidi. Il prezzo che pagano è alto, molto alto: la vita. Per cosa, solo per stupire, meravigliare, emulare i grandi professionisti del rischio e mostrare le proprie gesta a una ristretta cerchia di amici? Facendo fulcro sul clamore di un gesto estremo, trattato con impreparazione, superficialità, incoscienza, bullismo e per rimarcare il rango di capo branco. Basta poco: fissare una microcamera sulla zucca, vuota, e poi via, verso l’eroica gloria. Una discesa ardita in alta montagna, piuttosto che un tuffo in mare o dal cielo, dove riposano per l’eternità i veri eroi, gli sportivi che hanno sfidato il limite e gli stupidi che fatalmente lo hanno superato.

Franz Botré