Editoriale

ottobre 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 50''

Quando guardo le immagini di donne di inizio secolo, quello passato, sorrido, perché sono foto tenere. Osservandole da vicino sembrano tutte lampadari stile Belle Époque. Le donne, allora, vestivano con abiti drappeggianti, con gonne plissettate, con in più 12 metri di stoffa come sottogonna; tutte strizzate, i seni esplosivi, in rigidissimi corsetti, con impalcature formato lampione sulla testa. Foto però molto intriganti, perché dietro alla facciata di dolcezza e tenerezza si intuiva la forte personalità di chi doveva battersi oltre quel corsetto, per imporsi ai rigidi schemi della società.

 

Analizzando le immagini, gli uomini che vedo accanto a quelle donne non erano certo meglio: paglietta, giacca corta, ghetta e canna di bambù, modello Charlie Chaplin. Questa era la situazione, agli inizi del ’900. Poi nel 1920 arrivò Lei, madame Gabrielle «Coco» Chanel, la Arbiter elegantiarum del mondo femminile (mi si perdoni il latinismo «scorretto», ma il termine rappresenta perfettamente l’idea). Coco divenne, per la donna, quello che 80 anni prima fu lord Brummell per il mondo dell’eleganza maschile. Mi ritorna alla mente la serata che ho vissuto, anni fa, al San Carlo di Napoli in occasione dei festeggiamenti per il centenario di un mito maschile, la cravatta di Marinella, dinanzi a una platea gremita di giornalisti, operatori della moda, del tessile, imprenditori, autorità. L’avvocato Giancarlo Maresca, parlando di Coco Chanel, recitò dal palcoscenico tra scroscianti applausi il suo pensiero: «Mai prima e mai dopo di Lei si sono combinate nella stessa persona il gusto infallibile, la creatività innovativa, l’iniziativa imprenditoriale, la verve comunicativa, il carattere e l’allure personale». 

 

Come per incanto, infatti, la femminilità che si era smarrita nelle vastità statiche e soffocanti delle apparecchiature ottocentesche, sotto le forbici fatate di Coco mutò. La filosofia dell’abbigliamento femminile si alleggerisce e si concentra in una sintesi dinamica. Da allora, la donna non scopre solo le spalle, ma scopre finalmente se stessa. Le linee filanti e la verticalità del drappeggio introdotte da Madame Chanel (la prima a usare il jersey e il tweed) richiedevano un fisico diverso, senza troppe curve. Accantonate le imbottiture del passato, tra il 1922 e il 1925 le donne tornano a usare di nuovo il corsetto, questa volta per ridurre l’irruenza di seno e sedere, così da far cadere meglio le tuniche a vita bassa. Coco fu l’origine e il compimento di questa rivoluzione.

 

Da allora, nessuna ha più fatto nulla di nuovo, tutto si rifà al suo stile. Rotto il vincolo di una tradizione secolare, quindi, lei seppe anche andare oltre, prese spunti e trasse ispirazione sempre osservando la quotidianità, per esempio quella offerta dai marinai di Deauville; creò e mise capi maschili nel guardaroba femminile aprendo la strada a quello che sarebbe stato l’arrivo di «monsieur» le tailleur. Leggendo la sua biografia, molte sono le suggestioni e i pensieri che accomunano e legano Madame al pensiero mio e di Arbiter.

 

Chanel era una sarta, amava l’arte del fare, del saper fare. Conosceva la materia, la amava, la maneggiava, sapeva come affrontarla per trarre il meglio. In tutto ciò che creava e faceva, si percepiva la grande cultura del sapere etico, che plasmava e traduceva in uno spiccato senso estetico capace di conquistare donne e uomini per la qualità che sapeva esprimere e che si percepiva immediatamente. Così come l’emozione che sapeva trasmettere a chi anche solo toccava o magari indossava ciò che lei aveva creato, dalla bigiotteria ai profumi, dai tailleur ai bottoni. Chanel è, ieri come oggi, la sintesi dei cinque sensi. Anche per noi maschi alfa che interpretiamo la vita secondo la legge e la disciplina dell’acciaio, ma che negli anni non abbiamo mai smesso di osservare e ammirare le Donne Chanel, quel particolare tipo di femminilità che nulla ha a che vedere con la moda. È la conferma di quanto vado predicando da anni: la moda passa, lo stile resta.

 

La mostra La donna che legge in corso a Venezia, a Ca’ Pesaro, offre un’esauriente risposta a tutti coloro che si chiedono come sia possibile che una donna di inizio ’900, una sarta, abbia potuto generare questa rivoluzione: cambiare la percezione della femminilità, attraverso lo stile. Coco è diventata Coco quando ancora non esistevano le scuole per i fashion designer, quando la «moda» non si fondava su un ripetitivo gioco di imitazioni e provocazioni rilanciate acriticamente dai media. Mademoiselle Chanel, molto semplicemente, leggeva. Ha letto tanto nella sua infanzia e adolescenza, ha continuato a vivere con e attraverso i libri per tutti gli anni del suo successo. Se Coco è riuscita a trasformare l’immagine della donna, e la consapevolezza che la donna ha di sé, è perché ha fatto del suo lavoro, e della sua esistenza, un percorso culturale.

 

Ha letto, riletto, sottolineato, fatto suoi i grandi classici e le avanguardie, filosofi e mistici; ha voluto conoscere, frequentare e amare scrittori, poeti, pittori della sua epoca. Ha trovato nella letteratura uno specchio in cui confrontarsi con se stessa, con i suoi sogni e con la sua volontà. Se volete conoscere la donna, che sia Coco o che sia, magari, colei che avete a fianco, osservate i libri che legge. Osservatela mentre legge. Rileggete le sue sottolineature. Le statistiche confermano, anno dopo anno, che le donne consumano di gran lunga più libri di noi uomini. Non perché siano delle sognatrici (a parte qualcuna). Ma perché hanno una maggiore capacità di costruire, attraverso la lettura, un’architettura culturale che sanno poi portare nella quotidianità con una forza e una genialità che spesso a noi maschi sfugge.

 

Come disse Jean Cocteau di Coco Chanel, sua amica per un lungo sodalizio, «per una specie di miracolo ha applicato alla moda le regole che sembravano valere solo per i pittori, i musicisti e i poeti: ha imposto l’invisibile, ha opposto al baccano mondano la nobiltà del silenzio». Il silenzio della lettura.

Franz Botré