Editoriale

Settembre 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
-
Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 35''

Fin dalla prima volta che attraversai il ponticello del Rio di S. Elena, quello che congiunge l’isola di Sant’Elena alla Scuola navale militare Francesco Morosini, varcando il cancello, quello verde, sorvegliato sin dagli anni 30 dal Leone alato «Camillo», ebbi immediatamente la sensazione di percorrere un sentiero conosciuto. Un ambiente consono al mio modo di intendere la vita. Qualcosa che nel tempo, o forse in una vita precedente, era stata la mia vita. Cominciai a percorrere nella penombra settembrina il viale alberato che porta al gran piazzale, verde come il cancello, il Campaccio. Una vera e propria piazza d’armi con sullo sfondo, imponente e asimmetrico, l’intero complesso dell’ex Collegio. Bello, lineare, pulito, senza fronzoli, esempio razionale di quell’architettura monumentale che ancora oggi dopo ottant’anni ci invidia tutto il mondo. In alto, verso il cielo, in bianche lettere maiuscole, racchiusa tra due stelle la scritta: PATRIA E ONORE. Capii subito di trovarmi in un luogo a me caro e pertinente. Perché? Perché io sono un militare, dentro e fuori. Patria e Onore. In questo motto della Marina Militare italiana c’è la totale fiducia nella Patria (inteso come territorio abitato da un popolo al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizione) e l’Onore nel difenderla, sempre, in tempo di pace così come in tempi di guerra. «Onore» è da sempre un sostantivo usato per descrivere, nella società, uomini e donne di alto senso morale, sempre pronti con coraggio ad accettare e affrontare le sfide del destino senza mai tradire la fiducia nei valori, nei principi, cardini guida della vita. Sin da piccolo, vivo e mi nutro di quei valori, di quel credo; uniti a una ferrea disciplina, all’alto senso del dovere e di responsabilità, mi hanno plasmato e fatto capire che prima di comandare devi aver per anni sempre ubbidito.  L’amor di Patria mi travolge ogni qual volta sento l’inno di Mameli, i fischi del nocchiere o un’alzabandiera: mi si crea un nodo in gola che faccio sempre più fatica a controllare. Non indosso nessuna divisa né uniforme, ma dentro sono un legionario, un centurione, un tribuno. Dipende dalle situazioni, dai casi, dalle persone che mi circondano. Non per caso chiusi il mio diciottesimo mese di leva al 20° Battaglione Monte San Michele, il cui motto recitava: Ut Brixia Leones. Nella mia cabina armadio non ci sono molti capi militari, conservo solo quelli che appartengono per cultura storica e per pertinenza alla mia storia. Scorrendo, puoi scegliere una giacca da campo americana della Guerra del Golfo (1991), oppure una «panzerbluse», il giubbino dei carristi tedeschi, piuttosto che l’intramontabile jerkin (Military Wool Cohen Brother) degli anni 30, come, sempre di quegli anni, una bellissima riedizione (di un’azienda londinese) della sahariana da ufficiale del Regio Esercito italiano. Non solo un capo legato a fulgidi ricordi dell’impero, ma un indumento comodo, pratico, con ampie tasche, rivisto come indumento da casa e di pace con quel sano retrogusto maschio della vita di guerra. Sempre pronto, ieri come oggi, ad accogliere e conservare sigari, pipe, tabacchiera, stilografica, accendini, iPhone con le relative batterie. Tra questi e molti altri cimeli, cappelli, baschi, sciarpe, rough riders shirt (di varie armi), cardigan e fregi che regolarmente a tempo debito porto, ho nell’armadio molti altri capi «civili» di estrazione militare, che sempre più spesso, per coerenza e piacere, indosso. Tre su tutti: la field jacket di Ralph Lauren del 2012. Uno degli ultimi ad aver centrato e capito l’importanza di creare prodotti classici e internazionali, poche cose fatte bene, vere, curate nei minimi particolari, dai bottoni ai legacci, dai fregi alle finte usure. La «cappottina» della marina militare realizzata da Lardini nel 2004 in morbida lana/cashmere blu, con fodera fiammante, rossa a contrasto: con il passare del tempo l’ho modificata, sostituendo i bottoni stampati e scuri con otto bottoni originali della Regia Marina del ’42 presi a Militaria. Ultimo, un capo indistruttibile che mi accompagna dal 1984 (allora ero in Rusconi, a Gente Viaggi), il mio vecchio montgomery di Del Mare. Negli anni 40 si indossava sopra la divisa, come nel 1914 si usavano i trench, sempre sopra la divisa. Oggi sono tra gli esempi di come un capo militare abbia conquistato tutto il mondo civile.

È un tema che ho «vissuto» componendo, negli anni, il mio guardaroba, e che riassaporo quando sfoglio la collezione dei numeri di Arbiter degli anni 1939, 1940, 1941: un bigino di idee e di pensieri che tengo sempre sulla mia scrivania come fonte di ispirazione, come radice di una storia che mi sono preso l’onore e la responsabilità di continuare a far crescere. Gli approfondimenti che in quegli anni il giornale dedicava alla sartoria di capi per la Regia Marina, per l’Aviazione, per gli ufficiali dell’Esercito, mostrano quanto il legame tra abbigliamento «civile» e capi nati per le esigenze militari sia solido e produttivo. Una storia che arriva fino a oggi, che ricorre nelle conversazioni che ho occasione di fare con amici come Alessandro Squarzi, grande appassionato di vintage militare, che partendo da questa passione ha avviato un progetto molto interessante con Bagutta. O con Ugo Cilento, dalla cui sartoria è passata la storia del Regno di Napoli, e che ancora conserva nei suoi archivi gli ordini e i campioni di tessuto delle divise borboniche. Che meraviglia! È attraverso questi dettagli che passano la nostra storia, i nostri valori, gli ideali dentro i quali sono cresciuto e che voglio portare avanti. Sperando che il seme dell’amor patrio, dell’educazione, del rispetto e della disciplina continui ad attecchire tra tutti noi creando una nuova stirpe, quella dei cittadini soldati; un esercito solo, per sconfiggere i maleducati, i codardi, gli indisciplinati, i falsi, gli insubordinati e gli anarcoidi che ormai assediano la Patria.

più del 60% dei capi maschili deriva dalla cultura militare

Franz Botré