L’elogio della fatica

Siamo diventati snob con la puzza sotto al naso, schizzinosi, se si tratta di usare l’olio di gomito: ci fa schifo fare questo, ci annoia fare quell’altro. Ma il successo è una strada a senso unico. Tutta in salita

DI VITTORIO FELTRI
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Sia santificata la fatica, elemento che la nostra società scansa come farebbe con un appestato. Oggi chi si sporca le mani (fresche di manicure, sia per lei sia per lui) è considerato uno sfigato. Chi passeggia tutto il giorno e si scatta fotografie da caricare poi sui social media mentre cammina per strada con la testa rigorosamente china sullo smartphone o chi si fa immortalare allorché è intento a rassodare i glutei in palestra, invece, è figo. Gli ultimi dati Istat ci fanno ben sperare: la disoccupazione è diminuita, anche quella giovanile. Ma mi domando se la voglia di lavorare sia aumentata. Soprattutto quella ci manca, però guai a dirlo: è poco educato, politicamente scorretto. Siamo diventati snob, nullatenenti e nullafacenti con la puzza sotto al naso, schizzinosi quando si tratta di usare l’olio di gomito: ci fa schifo fare questo, ci annoia fare quell’altro. La verità è che quando si ha fame per campare si fa qualunque cosa.

 

Ascolta l’intervista di Fanz Botré su Radio Monte Carlo

 

 

 

Evidentemente non siamo abbastanza affamati da rimboccarci le maniche e darci da fare sul serio. Come feci io e milioni di ragazzi della mia generazione. Accade di frequente che coloro che non raggiungono i traguardi agognati si giustifichino, soprattutto con loro stessi, adducendo patetiche scuse. A volte la colpa è persino di un’infanzia infelice. Non è il mio caso, in quanto io non ho proprio avuto una puerizia. Mia madre rimase vedova a 36 anni, personalmente ne avevo 6. Eravamo tre figli, io il più piccolo. La mamma impugnò le redini della famiglia, costretta a sgobbare duramente per allevarci. Non si risparmiava mai. Crebbi con questo esempio e, non appena si presentò l’occasione, dodicenne, cominciai a darle una mano. Avevamo un bar che funzionava anche quale latteria. Molti dei nostri clienti sfruttavano il servizio di consegna a domicilio del latte in bottiglia ed ero io a recapitarlo ogni sera verso le ore 17 alla guida di un motocarro. Servivo pure i compagni di scuola, che mi guardavano stupiti e incuriositi. Non mi sono mai vergognato di fare il fattorino, non mi sentivo sminuito. Il lavoro non è vergogna, bensì qualcosa che inorgoglisce l’essere umano. Non esistono mestieri umili, ciò che esiste è il Lavoro. O hai voglia di sfacchinare per guadagnarti la pagnotta oppure no. Purtroppo l’attività di mia madre fallì e fummo obbligati a chiudere bottega. Attraversammo un periodo di grave difficoltà economica. Mi sembrò opportuno cercarmi un posto per sgobbare. Avevo 14 anni, la terza media terminata da poco.

 

Leggendo le offerte di lavoro pubblicate sul giornale locale appresi che un negozio di cristalceramiche necessitava di un fattorino. Mi candidai inviando una lettera, venni convocato e immediatamente assunto. La ditta si chiamava Fratelli Moretti. Il mio compito era guidare una Lambretta con furgoncino per portare ai clienti i loro acquisti. Il mio compenso era di 15mila lire al mese, le mance erano interessanti: talvolta 50 lire, altre volte 100, ci fu persino chi me ne diede 500. Insomma, mettendoci impegno raddoppiavo lo stipendio, di tanto in tanto. Lavoravo ogni giorno, incluso il sabato. Dalle 7.30 alle 19. Avrei voluto proseguire gli studi, certo. Ma dovevo dare un contributo alla famiglia. Riuscimmo a risollevarci. Continuavo intanto a ispezionare il giornale sperando di scorgere un’offerta migliore. E un dì vi trovai un annuncio allettante: «Cercasi apprendista commesso per negozio di abbigliamento». La cosa mi intrigò, in quanto avrei fatto un salto di qualità nel caso fossi stato accolto. Infatti, il commesso era considerato alla stregua di un impiegato; il fattorino, viceversa, era un operaio. Mi presentai ed ebbi il posto, raddoppiando la paga. Ero felicissimo.

 

Contemporaneamente mi iscrissi a una scuola serale per vetrinisti, che frequentai per circa un anno, dalle 19.30 alle 22.30. Conservo ancora il mio diplomino di vetrinista e ogni tanto lo guardo e mi commuovo. Nessuna professione prestigiosa, che poi arrivò, mi emozionò quanto il conseguimento di tale obiettivo. Si trattava della mia prima promozione, quella che mi consentì l’ascesa sociale a 15-16 anni. Mi sentivo un omino. L’insegnante del corso mi prese in simpatia e mi chiese di aiutarlo ad allestire le vetrine la domenica, offrendomi il 30% del guadagno. Quindi rinunciai al riposo canonico del dì di festa. Piano piano il mio maestro e io diventammo soci.

 

Lui era un adulto, un padre di famiglia, io un ragazzino. Il mio desiderio era quello di studiare e allorché fu possibile mi diplomai. Ora ho una laurea. A 19 anni feci un concorso pubblico e fui assunto all’amministrazione provinciale, nello stesso tempo scrivevo per l’Eco di Bergamo e mi dilettavo al piano bar, in un locale di Lecco. Come sono finito a dirigere i giornali? So quale sia stato il mio primo passo: consegnare il latte fresco alla gente. Ci si deve muovere dal basso per salire e progredire. Chi vuole partire direttamente dal traguardo resta fermo. Il successo è una strada a senso unico. Tutta in salita. Non ho idoli. Ma ammiro chi si sbatte, suda, si sfianca, lava i bagni, pulisce le strade, chi su una bici porta le pizze a domicilio. Il lavoro ci migliora. Ci rende forti, consapevoli, sicuri. La sua mancanza o, meglio, lo stare in panciolle, di contro, ci peggiora, impigrisce, appiattisce. Può persino uccidere. Se non di fame, quantomeno di noia.