Agosto 2021 Editoriale

Ago 03 2021

Mentre leggete, vi immagino già in vacanza, chi con le pinne o le pedule ai piedi, chi con la maschera da sub o gli occhiali per proteggersi dall’acqua e dai raggi del sole. Accessori importanti, preziosi per la nostra salute, oggetti che cambiano la vita, nel bene e nel male, dipende. Sedici anni fa ero ospite per un fine settimana all’Old Cataract in Egitto. Un viaggio esperien-za, invitato dal geniale Jean-Louis Dumas, l’allora presidente di Hermès. Eravamo in navigazione lungo le sponde del fiume più lungo al mondo, il Nilo, a bordo di una delle cinque feluche opzionate dalla Maison. Il vento comincia a battere la vela, ma alza anche la sabbia, che si disperde nell’aria, mentre il sole comincia a mordere. Il presidente indossa un leggero Panama e al collo lo scarabeo che identifica il gruppo della barca, vedo che socchiude gli occhi per evitare l’aria, mi viene spontanea la domanda: «Monsieur Dumas, ma perché Hermès non vende occhiali da sole?». Lapidaria la sua risposta: «Caro Botré, perché fare occhiali non è di nostra competenza, lo chiami pure come preferisce, savoir-faire o know-how, in questo caso non abbiamo e non deleghiamo certo a terzi accessori così importanti. Noi facciamo solo ciò che ci appartiene, soprattutto se c’è in gioco la salute del cliente». Al momento non capii bene la risposta, ne presi atto. Sono passati altri 16 anni, Hermès continua ancora a non produrre occhiali. Mentre tutti lo fanno, loro non lo fanno. La trovo una grande lezione d’intellettualità e coerenza. Questo è il vero lusso. Sapere e potere anche rinunciare. Attorno a quella domanda, legata semplicemente al sole, all’aria, all’acqua e al fiume c’è tutta Hermès, una risposta semplice, importante, su un tema che va oltre, non solo creativa ma anche manageriale, imprenditoriale, concreta e motivata. Del resto l’emozione, la qualità, la bellezza e i particolari dei prodotti della Maison parlano da sé.
La bellezza salverà il mondo». Così scrisse Fëdor Dostoevskij nel 1869 nel suo romanzo L’Idiota. Bellezza intesa come il bello del bene? O come consapevolezza e coscienza del sapere? Dopo più di 150 anni, quella affermazione continua a essere scritta e detta troppe volte, per troppe situazioni. La frase è ormai vissuta più come speranza o augurio che come monito. La verità è che solo attraverso l’educazione e la cultura al bello potremo migliorare la nostra vita ed esistenza. Perché il Pianeta, così come gli oceani, si salveranno da soli! Non sono elementi statici, sono perennemente in movimento e in evoluzione. Magari ci metteranno cen-tinaia di milioni di anni, ma loro si salveranno. Saremo noi che dovremo adattarci per non sopperire alla nostra negligenza, alla nostra ignoranza e ottusità. Basti pensare a 720 milioni di anni fa, nel periodo Cryogeniano, quando la Terra fu sopraffatta dalla più importante glaciazione di tutti i tempi, o a 251 milioni di anni fa, nel Permiano Triassico, quando avvenne il più grande evento di estinzione di massa mai verificatosi, con la scomparsa dell’81% delle specie marine e del 70% di quelle dei vertebrati terrestri… Il Pianeta non si fermò mai, nell’arco di 10 milioni di anni si riprese, tornò a vivere in purezza e bellezza. Pensate alle Dolomiti, 270 milioni di anni fa erano splendidi fondali oceanici, dove squali e molluschi vivevano in libertà. Non è un caso che ogni volta che passo dal Giau, dal Sella, dal Pordoi o dal Fàlza Régo (il Falso Re, del Regno dei Fanes) come lo chiama giustamente in ladino Michil, il Costa, mi sento un pesce fuori dall’acqua. Una sensazione che vivo ogni qual volta prendo una cabinovia, una funivia (bellissima la nuova Freccia nel Cielo che a Cortina por-ta in Tofana) o la telecabina del Piz Boè. Pochi minuti prima di arrivare a destinazione, oltre i 2mila, ogni volta osservo affascinato dall’alto in basso il profondo vuoto sotto di me. Osservo le rocce, la loro conformazione, le forme, i colori, i riflessi, la flora sparsa qua e là, che dal nulla spunta da formazioni stratificate, i caprioli che fuggono su scoscesi sentieri e le marmotte da aquile in picchiata, sembra di vivere sui resti di antichi e immensi atolli corallini. La stessa sensazione che provo al mare ogni qual volta in immersione, a -40 metri, alzo lo sguardo verso la superficie, dal basso verso l’alto, osservando attentamente la parete della secca, le rocce, la con-formazione, i colori, le gorgonie, gli alcionari, i coralli, i fantastici polpi e qualche squalo che viene a vedere, a curiosare: provo gli stessi brividi, rico-nosco le stesse bellezze e rivivo le stesse emozioni. Mi sento a mio agio, sono un uomo libero in acqua. Amo profondamente il mondo degli oceani.
Ogni mattina, quando scendo nel box per prendere la macchi-na, guardo sempre la cabina dell’armadio di destra, quello dedi-cato alla subacquea, quello di sinistra lo è alle corse (caschi, tu-te, guanti, indumenti ignifughi) ed emetto un profondo sospiro. Armadi ordinati, efficienti e, all’occasione, pronti a muovere. In quello di destra c’è tutta la storia legata all’immersione, dalle vecchie pinne Rondine alle Jetfin, dalla prima maschera, la Pinocchio, all’ultima Vision. Appese come tanti abiti le mute, vecchie e nuove. Quella a cui sono più affezionato è una Technisub, salopette più corpetto da 7 mm del 1977, la usa ancora oggi mio figlio Alessandro, bellissima e di grande qualità, la indossavo 15 chili fa. Appesi vicino alle mute, lunghe, corte, da 1 e da 3 mm, la prima «ciambella» gialla che comprai nel ’73, il Fenzy, con il suo relativo bombolino. Prima di allora usavo i miei polmoni e in caso di necessità portavo per sicurezza con me un sacchetto di plastica nella muta. Accanto, la seconda ciambella, presa alla fine degli anni 70, questa volta aran-cione, della Scubapro; collegato con una «frusta» direttamente alla bombola grazie alle primissime rubinetterie e octopus come il primo gav, giubbetto ad assetto variabile con tasche e schienalino incorporato per sigillare alla bombola. A terra le bombole, due mono da 15/18 litri (’73 e ’78) accanto gli amati schienalini, il vecchio aro con calce sodata degli anni 60 e il Sanosub di Alessandro. Tra palloni di segnalazione, piombi, coltelli, lampade, vecchi arbalete e vecchi fucili ad aria compressa che non uso più da 30 anni. Poi c’è il mio primo erogatore Mistral, del ’73, un monostadio, e il primo Scuba Mark III del ’78 e l’M5 dell’82, bellissimi, sembrano ancora nuovi. Il Mark lo acquistai l’anno in cui presi il primo brevetto. Allora era una cosa seria, non era una passeggiata di una settima-na alle Maldive. Richiedeva serietà, credo, studio e disciplina. Nove me-si di assidua presenza, tre sere ogni settimana, due di pratica in piscina e una, obbligatoria (!), dedicata alla medicina iperbarica. Le lezioni in pi-scina erano martellanti, severe, sei mesi in cui delle bombole non vedevi nemmeno l’ombra, 24 serate passate in ammollo ad acquisire la massima acquaticità, la massima padronanza della tecnica dell’apnea, l’uso perfetto della respirazione, del diaframma, alla ricerca della capovolta perfetta, dello svuotamento della maschera e la relativa vestizione in ginocchio sul fondo a -5 metri, sempre in apnea, in assetto costante. Passato l’esame ap-nea, al settimo mese accedevi finalmente al corso ara (autorespiratore ad aria). Tre mesi intensi, due volte a settimana, gli erogatori e le bombole te li portavi anche al cinema e a letto. Terminato e passato in piscina l’esame ara, accedevi al terzo e ultimo esame, la prova in mare. Nulla di sconvolgente, stessi esercizi eseguiti ad altre profondità in acqua salata anziché clorata. La conclusione era la risalita d’emergenza dai -20 metri, niente di che, basta togliere l’erogatore, guardare in alto verso la superficie e tene-re (!) la bocca aperta, giusto per evitare l’embolia traumatica. Più difficile a dirla che a eseguirla. Esercizi che ho imparato e che dopo 45 anni riprovo, quando posso, in immersione, giusto per rimanere allenato e allineato agli insegnamenti didattici. In quell’armadio c’è tutto il mio oceano, tutto il mondo della subacquea che abbiamo creato noi, italiani!
Le mie prime immersioni al Tino, a Bergeggi, alla Gallinara, a Capo Mele e Capo Verde. Alla grotta di Nereo, a Capo Caccia, con Marco Busdraghi o sui reef delle Maldive con il mitico Sci-pio a caccia, fotografica, di bellissimi squali martello. Non posso non citare quelle fatte con Roberto Merlo nelle maldiviane acque di Lampedusa, alla secca di Levante, in notturna tra grandi calamari e ricciole. Fu proprio su quella secca tra Malta e Lampedusa che, per la prima e ultima volta, incontrai il famigerato Carcharodon carcharias. Avevo già visto in passato dei bellissimi grigi, nelle acque di Lampione, nell’arcipelago delle Pelagie, ma mai un bianco. Come non posso dimenticare quelle fatte a Cuba, Ustica, Lavezzi e nel Mar Rosso con Pierfranco Dilenge, sono 40 anni che ci conosciamo e collaboriamo. Per non parlare della bellissima esperienza della collaborazione dall’81 all’84 con Calogero Mannino, con il prof. Fausto Giaccone della facoltà di Biologia marina di Paler-mo e Fulco Pratesi al progetto e alla realizzazione del Parco subacqueo di Ustica. Così come la gioia che ho provato nell’immergermi nelle fredde acque del nord Pacifico a Vancouver per incontrare e conoscere l’Ente-roctopus dofleini, il polpo gigante. Mi sono sempre appassionato a loro, sin da quando avevo 15 anni, ho letto libri e ho studiato molto il mon-do dei cefalopodi. Il mio rapporto con loro è lo stesso che ho con un gatto e con il cane, sono animali unici, sorprendenti, fantastici. Ammetto che quando ho visto per la prima volta il bellissimo filmato My Octopus Teacher non mi ha sorpreso per nulla, perché sono ormai 50 anni che vivo quelle esperienze, sempre, ogni volta che trovo un polpo. Tra tutte le emozioni provate in tutti gli oceani in cui sono stato, la più bella è stata quella di riuscire a trasmettere la stessa passione per il mare ai miei figli Alessandro e Cecilia. Entrambi a otto anni con me in acqua, prima in apnea, poi con le bombole. Entrambi al mattino presto a tro-vare le tane dei polpi, per conoscerli, coccolarli, sfamarli e familiarizzare con loro. Crescendo Alessandro si è innamorato più degli squali che dei polpi, ciò non toglie che quando li trova ci gioca, ci parla, li accarezza, sempre con tanta attenzione e amore. Indimenticabile l’immersione fatta con lui, all’epoca aveva 14 anni, a -23 metri, in grotta, in corrente, tra centinaia di squali dormienti allo scoglio di Round Island a nord di Mauritius. Come indimenticabile è la bellissima esperienza vissuta a nord dello Yucatán, in apnea, passando 2 ore in mezzo al mare a giocare con 13 squali balena, il più piccolo di 6 metri, il più grande di 14. Cercando di cavalcarli, domarli, fotografarli, attaccandosi alla pinna caudale e restare con loro in immersione. Scendevano sino a 15 metri, e poi salivano, poi scendevano e noi sempre lì, attaccati ad accarezzare cercando di farci ben volere, di creare un minimo di rapporto. L’oceano è fantastico! Impariamo a fermare il tempo quando si è in mare, ad apprezzare le bellezze, perché anche questa è arte. Da conoscere e conservare.
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