All’assalto del sonno

Serie online e social network hanno dichiarato guerra al riposo. A guadagnarne sono i grandi del capitalismo 2.0 che si attrezzano per riempire le notti di attività. Il mito si è definitivamente ribaltato: ora sono i figli di Crono a divorare il padre

di Benedetto Colli


Un «collage» di ossa a simboleggiare un orologio
nella Cripta dei Cappuccini di Via Veneto a Roma.

 

«Siamo in competizione con il sonno». Tronfio e incisivo, Reed Hastings, amministratore delegato di Netflix, non ha mai fatto mistero di quale fosse la terribile ambizione di guadagno dei colossi del web 2.0: la progressiva colonizzazione del tempo. Il quadro, dipinto tra gli altri da Davide Mazzocco nel suo saggio Cronofagia (D Editore), è quello di un sistema socioeconomico che erode le ore di sonno per dilatare i tempi del consumo e assopire le masse in una forma legale di servitù volontaria. Negli anni Settanta, i cinque giorni lavorativi della settimana sembravano aver trovato una scansione ideale: otto ore dedicate al lavoro, otto al tempo libero e otto per il sonno. Da subito, il capitalismo non si limitò a estrarre valore dal lavoro individuale, ma anche profitto dal riposo, tramite il consumo e i divertimenti. Nulla di scandaloso: sono le regole del gioco in una società di libero mercato. Ma i nuovi capitalismi non hanno potuto resistere a lungo nel recinto di questi due ambiti, avendo di fronte la vasta prateria vergine del dormire. Il sonno è la nuova terra promessa del profitto, una «malattia» che ferma il lavoro e impedisce i consumi. Con l’invasione degli schermi dei device, l’era digitale è diventata una guerra senza esclusione di colpi per strappare a Morfeo quel giacimento di tempo e denaro che è l’individuo.

Un vero scheletro incastonato nel muro ammonisce i visitatori della Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma sulle conseguenze dello sprecare il tempo.

 

Ogni aspetto della vita umana (amicizia, amore, sesso, hobby, ecc.) è stato sottoposto a processi di reificazione e mercificazione che hanno trovato nel web il suk ideale. La reperibilità costante garantita dagli smartphone non ha solo abbattuto la barriera che separava vita pubblica e privata, alterando la cesura tra lavoro e tempo libero, ma ha portato anche alla scomparsa della noia e dei tempi morti, come della fantasia, della contemplazione e della creatività, che ne erano il corollario. Laddove un libro, un film, un giornale cartaceo sono oggetti finiti, i social, i video di YouTube e i quotidiani online hanno reso la durata del consumo potenzialmente infinita, sovrabbondante e incontrollata. Le stesse vacanze ne sono state snaturate, com’è facile rendersi conto a Natale: da momento dedicato al riposo, all’otium e alla spiritualità, a tempo consacrato ai consumi, alle attività ludiche e ai viaggi. Oltre al fenomeno del binge watching su Netflix, maratone ossessive di telefilm che uno studio della Texas A&M University ha situato tra i sintomi della depressione, la colpa ricade sui social network, piattaforme studiate per tenere l’utente incollato allo schermo 24 ore su 24. L’appagamento immediato offerto con un minimo sforzo dalla dopamina fa sì che il cervello ne sviluppi una vera e propria dipendenza. Secondo uno studio del 2019, gli iscritti alle piattaforme come Facebook e Instagram vi consumavano complessivamente 5 anni e 4 mesi di vita: un tempo bastante a percorrere tre volte e mezzo la Grande muraglia cinese a piedi o a prendere 32 voli di andata e ritorno per la Luna. Figurarsi oggi, dopo una pandemia durante la quale hanno mandato più volte in tilt proprio i server di questi due siti.

Il cavallo di Troia per la colonizzazione del tempo è stata l’illusione della gratuità: con la crisi economica del 2008, i social si sono conquistati una fetta di mercato prima riservata ad attività a pagamento. Il prezzo di questa gratuità sta nei dati, nei contenuti, nel tempo che gli utenti donano ogni giorno, la cui raccolta è il vero core business delle piattaforme. Come sottolinea Mazzocco, Facebook è diventato un’azienda da 2 miliardi e 270 milioni di dipendenti: «Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità». Si configura sempre più una lotta fra evoluzione biologica e rivoluzione tecnologica, il cui fine è la creazione di un «uomo nuovo» in grado di adattarsi totalmente al sistema di mercato, lavorando e consumando senza interruzioni. Siamo all’aberrazione: si costruiscono «robot sempre più umani e umani sempre più robotizzati». L’elenco dei disturbi mentali generati o aggravati da Internet è infatti impressionante: sovraccarico informativo, dipendenza da social network, autoreclusione, insonnia e ipersonnia, attività fisica ridotta, peggioramento della vita sessuale, stati di irritabilità e rabbia… E su tutto, la pandemia di narcisismo digitale e autoreificazione di utenti che attraverso la rete si mettono in contatto solo con un’altra immagine di sé stessi.

Ma come evidenzia Mazzocco: «Il tempo è l’unica forma di ricchezza irrecuperabile e tutto lo sperpero che ne facciamo facendoci governare da un’ossessione è un processo irreversibile». Come si può combattere lo squallore di un mondo in cui il guadagno è il principio, l’unico scopo e il solo criterio dell’agire e del non agire? Riscoprendo valori quali il volontariato e l’otium latino? Prestando al tempo libero la stessa cura che riserviamo a quello lavorativo? Ogni serio arbiter è chiamato a trovare la propria risposta, e in fretta. La guerra per il controllo del tempo è alle porte e il mito classico si è definitivamente ribaltato: ora sono i figli di Crono a divorare il padre.

 

L’affresco più celebre delle Catacombe di San Gaudioso nel Rione Sanità di Napoli, quello che ha ispirato a Totò la poesia «’A livella». La Morte trionfa tanto sul tempo quanto sul potere degli uomini.

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