ANCHE GLI DEI AMANO IL WHISKY

Nov 03 2021

Lo scotch prodotto in Giappone è passato dallo scherno dell’Occidente all’essere eletto come «migliore al mondo» dalla Jim Murray’s Whisky Bible. Non è solo un prodotto di eccellenza lavorato con cura artigianale, ma una storia di amore e amicizia infranta. Una bevanda che viene offerta nei santuari shintoisti, là dove l’alcol diventa «omiki», «la bevanda degli dei»

 

 Potrà sembrare incredibile alle orecchie dei più, ma nel Paese del Sol Levante il whisky non è soltanto un prodotto di eccellenza lavorato a tutt’oggi con cura artigianale, ma ha alle spalle una storia secolare, una storia fatta d’amore e di amicizia infranta. All’estero, infatti, l’antifona suona sempre uguale a sé stessa: il Giappone sa solo copiare. Lo si è detto per le moto, per le auto, per le Tv. Nel XXI secolo è il turno del whisky (rigorosamente senza «e»: si segue il disciplinare scozzese). Da quando lo Yamazaki Single Malt Sherry Cask 2013 è stato nominato «Whisky of the year 2015» nella Jim Murray’s Whisky Bible, non sono mancate le accuse da parte di chi reputa il distillato nipponico una «mistura». Spesso si tratta degli stessi farisei che criticano l’importazione di torba dalle Islands e persino il minimalismo dell’estetica delle confezioni, svilito come un’imitazione degli scotch di Islay.

 

Ma, come già detto, in Giappone il whisky ha una vicenda secolare. È la storia dell’imprenditore Shinjirō Torii, fondatore della Suntory, che negli anni Venti del secolo scorso si dedicò all’apparentemente folle sogno di creare una risposta autoctona agli scotch d’importazione. È la storia del chimico Masataka Taketsuru, tornato in patria nel 1920 dopo due anni in Scozia spesi a studiare teoria e pratica della distillazione in quattro diversi stabilimenti. È la storia di Jessie «Rita» Cowan, giovane scozzese che, innamoratasi di Taketsuru, ignorò l’opposizione della famiglia e lo sposò, per poi seguirlo nell’irrazionale progetto di trapiantare lo spirito delle Ebridi nella terra di Yamato e che resistette stoicamente alla persecuzione contro gli occidentali durante gli anni della Seconda guerra mondiale. È la storia di come i tre resero possibile nel 1923 la nascita della distilleria Yamazaki, la prima del Paese, in una pianura in cui scorreva un’acqua così limpida ed eccelsa che oggi viene offerta come primo assaggio nei tour guidati alla fabbrica. Ed è anche la storia di come l’azienda rischiò di fallire a causa del sapore molto simile al whisky scozzese, e dunque troppo forte per il palato nipponico.

 

Shinjirō Torii, fondatore della Suntory, che negli anni Venti si dedicò all’apparentemente folle sogno di creare una risposta giapponese ai whisky d’importazione.

 

Il chimico Masataka Taketsuru, tornato in patria nel 1920 dopo due anni spesi in Scozia, portando con sé la teoria e la pratica della distillazione e la donna al suo fianco, la moglie Jessie «Rita» Cowan.

 

Come rimediare? A Torii bastò guardarsi attorno: la distilleria era circondata da una foresta di bambù, annidata tra i monti al confluire dei sacri fiumi Katsura, Uji e Kizu, non lontano da Osaka. Aveva fondato la distilleria in un luogo che è l’epitome del Giappone: doveva quindi rendere più autoctono il suo prodotto. Da allora, lo Yamazaki si caratterizza per la morbidezza, l’aroma mielato, il basso tenore fenolico e gli stessi riflessi dorati delle statue di Buddha nella vicina Kyōto. L’usanza giapponese è ancora di berlo a pasto, spesso con l’aggiunta di un cubetto di ghiaccio delle dimensioni di un diamante grezzo.

Taketsuru, un purista irremovibile, capì che era giunta l’ora di mettersi in proprio e produrre il suo whisky, quello della tradizione. Nel 1934 si trasferì a nord, in Hokkaido, il «paese delle nevi», un’area che per clima e territorio ricorda le Highlands, per fondare a Yoichi una distilleria in pietra simile a una fortezza arroccata tra le montagne e il mare. Nacque la Nikka, l’azienda produttrice del distillato più «scozzese» del Giappone: torbato e mascolino, ma caratterizzato da riflessi ambrati – come quelli degli occhi di Rita. Ad oggi, le due aziende rappresentano l’egemonia in un Paese che conta undici distillerie in attività. Per decenni il whisky giapponese ha continuato a covare sotto le ceneri del mercato domestico e le ironie dell’Occidente, fino all’esplosione internazionale del 2015.

Il resto è storia nota, una storia di cui fan parte anche le critiche a priori. Ma già l’antica saggezza zen insegna che se il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. E questa luna contempla una tradizione che reputa l’armonia tra uomo e natura, tra produttore e materie prime, come massimo valore; un’estetica incantata dal trascorrere delle stagioni, così nettamente distinte le une dalle altre rispetto ai climi occidentali, e così incisive sul sapore degli spiriti; e una cultura in cui gli alcolici sono tenuti in tale considerazione da essere donati ai santuari shintoisti come offerta ai kami, le divinità giapponesi. E lì, sull’altare, l’alcol cambia nome: diventa omiki, «la bevanda degli dei».

 

Barili di sake e di whisky giapponese offerti in dono al Santuario di Itsukushima per diventare omiki, «la bevanda degli dei».

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