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Affamati
di luce
È l’essenza inafferrabile del cosmo. Che ha affascinato poeti e scienziati, e da cui nascono le grandi religioni. Dal profeta Zarathustra all’arte contemporanea, così l’uomo ha provato a raccontarla. E oggi l’Unesco la mette sotto i riflettori del mondo
DI Ivano Sartori

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Tempo medio di lettura: 2' 30''

La luce proviene dal cielo (sole) e dal Cielo (Dio). In questo caso, si usa scrivere Luce. È sul primo tipo di luce che ha puntato l’Unesco proclamando il 2015 International Year of Light, anno internazionale della luce. Lo scopo dichiarato dell’iniziativa è quello di «accrescere la conoscenza e la consapevolezza di ciascuno di noi sul modo in cui le tecnologie basate sulla luce promuovano lo sviluppo sostenibile e forniscano soluzioni alle sfide globali per esempio nei campi dell’energia, dell’istruzione, delle comunicazioni, della salute e dell’agricoltura e bla… bla… bla». Insomma, obiettivi che richiedono anni luce, per essere raggiunti.

 

Il cielo ammorbato da fumi venefici e il Cielo oscurato da veleni altrettanto letali (fondamentalismo islamico in testa) acuiscono il nostro bisogno di beni materiali e immateriali. Di aria pura per respirare e di luce spirituale che ci guidi. Ci mancano il cielo e il Cielo.

 

Sento quel che si dice in giro, leggo quel che si scrive e constato l’abuso dell’espressione «luce interiore». Un modo di dire nato negli anni Trenta, abbinato a Ludmila Smanova Pitoëff, attrice russa transfuga a Parigi. I potenti riflettori del palcoscenico, puntati sul volto pallido ed evanescente, illuminato da grandi occhi, ne mettevano in risalto la cosiddetta «luce interiore». Fu così che un trucco teatrale si ammantò di «rivelazione» e si fece strada nei dizionari e nei modi di dire. Ai titolari di luce interiore sono affini le persone «solari», che potremmo definire più semplicemente socievoli, simpatiche, sorridenti, ma luce interiore fa più impressione. Ti aggrega alla cerchia di chi dice «è bello/a dentro». Definizioni rituali nei necrologi. Un motivo in più per tenersene alla larga.

 

Tra i pochi a parlare con una certa competenza di luce, dal punto di vista creativo, oltre che tecnico, sono rimasti i fotografi. Com’è giusto che sia dato che con la luce, dal greco «fos», scrivono le loro opere. Da loro ho imparato che non tutto ciò che è fotografabile è degno di esserlo, cioè emana luce propria o può esserne investito provocando emozioni in chi osservi l’immagine. Qualcuno si è preso un po’ troppo sul serio, scambiando l’indice che fa clic con quello di Dio che dà vita ad Adamo. «La luce può fare tutto. Le ombre lavorano per me. Io faccio le ombre. Io faccio la luce. Io posso creare tutto con la mia macchina fotografica».

 

 

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