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Eredità
ignorata
Nel mondo, Leonardo e le sue opere sono oggetto di una costante valorizzazione. Non è così in Italia. L’imminente cinquecentenario invertirà la rotta?
DI Gianluca Tenti

Tempo medio di lettura: 6'

Valore Leonardo. O della miopia italiana. Proprio così, mentre il globo si appresta a celebrare il 500° anniversario della scomparsa di Leonardo da Vinci (che cadrà nel 2019, ma vive una preziosa anteprima alle Gallerie degli Uffizi), dobbiamo prendere atto di un’evidenza macro: la totale incapacità di pensiero e gestione di un patrimonio dell’umanità che ha avuto la (s)ventura di nascere italico. Pensateci. Leonardo è ovunque. Dai cartoni animati ai savescreen, dalle mostre reali a quelle virtuali, nelle frasi quotidiane come sulle scrivanie dei manager, nei volumi un po’ polverosi delle biblioteche come nelle vetrine scintillanti delle librerie che tornano a rinascere, nelle fiction e nei documentari. Eppure in Italia è sottostimato il suo stesso potenziale, per quanto quest’affermazione possa far storcere il naso. Cronaca. Venduto all’asta per 450,3 milioni di dollari il Salvator Mundi attribuito a Leonardo.

 

L’OPERA «Salvator Mundi», olio su tavola aggiudicato nel corso dell’asta Christie’s del 15 novembre 2017 a New York per 450,3 milioni di dollari, laddove 60 anni fa ne valeva 50 scarsi.

 

È storia di un anno fa, con tutti i distinguo del caso. Condimento succulento per una spy story. Perché quando Christie’s ne ha fatto materia d’asta, come per incanto quella tavola che 60 anni fa valeva 50 dollari scarsi è diventata l’affaire del secolo. Forse per la leggenda che l’ha accompagnata negli ultimi lustri. Si dice che l’opera sia stata persa per ben due volte, che quell’olio su tavola (45×65) già nel 2011 fosse stato quotato attorno ai 100 milioni di dollari da perizie che strappavano l’attribuzione a Bernardino Luini per conferirla al più celebre Leonardo. Eppure nessuno si era preso la briga di investigare come lo stesso quadro solo attorno al 2004 fosse stato acquistato da un businessman americano per la tutto sommato modica cifra di 7.500 dollari. A nulla erano valsi i silenzi dei curatori del Metropolitan di New York o del Museum of Fine Arts di Boston. A malapena aveva fatto notizia l’ennesimo braccio di ferro tra Martin Kemp (docente emerito di Oxford) che spergiurava sull’autenticità del tratto e il professor Carlo Pedretti, massima autorità mondiale, oggi scomparso, sul genio di Vinci (memore il commento che venne pubblicato in merito sull’Osservatore Romano).

 

Fatto sta che attorno a quel quadro si è scatenata un’asta con una ricerca spasmodica del profilo dell’acquirente che New York Times prima e Wall Street Journal poi hanno individuato in Mohammed bin Salman, figlio del re saudita, per quanto alla fine l’effettiva proprietà potrebbe risultare in capo a una fondazione culturale pronta ad esporre il capolavoro di Leonardo da Vinci al Louvre di Abu Dhabi. Perché tutta questa introduzione? Per far capire quanto un’attribuzione più che incerta (basta sfogliare i quotidiani internazionali per capirlo) abbia mosso volumi d’affari da far impallidire i più scaltri affaristi: un investimento di 7.500 dollari nei primi anni 2000 che oggi cuba 450 milioni di dollari…

 

 

Un quadro, peraltro, che rappresenta Cristo. Considerato nei Paesi arabi un profeta, non certo il Salvatore. Peccato che l’opera si chiami Salvator Mundi, ma su questo particolare nessuno si è soffermato. A questo pensavo mentre, con Franz Botré, ammiravamo estasiati nel luglio scorso il Musico, questo sì un Leonardo autentico, custodito nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano. Qui e solo qui c’è un quadro di Leonardo che pure dialoga con l’assai più celebre Cenacolo; qui e solo qui c’è il Codice Atlantico con i suoi 1.200 fogli che fanno impallidire il Codice Leicester acquisito da Bill Gates per 30,8 milioni di dollari nel 1994.

 

 

Uno dei 72 fogli del «Codice Leicester» in mostra fino al 20 gennaio presso l’Aula Magliabechiana degli Uffizi di Firenze.

 

Ebbene, voltandoci nella sala dedicata a Leonardo, i nostri occhi si sono fissati sulla testa di Cristo che la famiglia Caprotti acquistò per 440mila dollari convinta che autore ne fosse il Salaino e che qui è esposta con notevoli richiami alla più fortunata opera oggi in mani saudite. Il problema, cercai di spiegare a chi con noi camminava in quelle sale, è che c’è voluto un tedesco di nome Eike Schmidt per consentire oggi al visitatore degli Uffizi di godere di un approccio al vero Leonardo, degno della doverosa attenzione che un museo dovrebbe riservare ai pochi autentici capolavori dell’arte. Una sala con l’Annunciazione, l’Adorazione e il Battesimo del Verrocchio dove si individua la mano dell’allievo che supererà il maestro. Non è un caso quindi se proprio agli Uffizi inizi in questi giorni la celebrazione mondiale del 500° di Leonardo, proprio col Codice oggi di proprietà di Bill Gates. Ancora uno straniero che ha rilevato la proprietà che fu di Hammer. E che dire del Louvre di Parigi che attorno alla Gioconda, usata come sfondo di un film o di un video musicale, continua a capitalizzare interessi da capogiro. 

 

Una mostra a Firenze. Non distante da Vinci, ridente borgo dell’area fiorentina. Dove il futuro genio mosse i primi passi, anche se pochi lo sanno. A Firenze dove attorno alla ricerca della Battaglia di Anghiari nel Salone de’ Cinquecento si è combattuta un’aspra contesa tra i gendarmi della casta di studi antichi e attribuzioni varie, e ricercatori che si affidano a moderne tecnologie per effettuare indagini sino a pochi anni fa impensabili. A Firenze dove da pochi mesi è tornata al pubblico l’Adorazione dei Magi, oggi visibile a occhio nudo dopo un restauro che si è trasformato in rimozione di una crosta marroncina che celava il vero disegno di Leonardo. 

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