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A tavola con
Francesca di Carrobio
È entrata in Hermès 31 anni fa e ha percorso nella Maison tutti i gradini di una elegante carriera. Assorbendone e sviluppandone i valori che la rendono unica: fare cose belle, senza rincorrere i ritmi del mercato. Da veri artigiani
DI Fraz Botré - FOTO DI Ugo Zamborlini

L’intervista è stata accompagnata da tortelli burro e salvia e coniglio alla cacciatora. Nei calici, un Weissburgunder Schulthauser del 2016, della Cantina San Michele Appiano.

Tempo medio di lettura: 4' 15''

A colpirmi, di Hermès, è la reazione delle donne quando ricevono in regalo una scatolina color arancio, b en impacchettata. È gioia pura, anche se nemmeno hanno visto o sanno quel che quella scatolina contiene. «Ti confesso, non è solo un “problema” femminile. Io ho visto anche tanti uomini sorridere come bimbi nel vedere una scatola arancio “per lui”». L’arancio è quello, iconico, della Maison francese fondata nel 1837 da Thierry Hermès e tramandata da allora a figli e nipoti. La donna che ha visto tanti uomini illuminarsi e sorridere è Francesca di Carrobio, amministratore delegato di Hermès Italia e alla guida anche delle country in Grecia e Turchia.

 

Nella Maison, di Carrobio ci è entrata 31 anni fa, fresca di una laurea in Scienze Politiche e di una gioventù trascorsa a Bruxelles, al seguito della famiglia. E ci è entrata dal basso, iniziando dall’ufficio stampa e salendo, via via, tutti i gradini della gerarchia, diventando la custode di una storia fatta di prodotti meravigliosi, che fanno appunto sorridere e sognare, ma anche motore attivo di un business sempre più importante. È con lei che l’Italia è diventata, dopo la Francia, il mercato europeo più importante per la Maison. Un segnale dai molti significati, in questo giro d’anni che stanno ridisegnando le strategie e i pesi delle grandi Maison e riposizionando la geografia del cosiddetto mercato del lusso. Partiamo proprio da questa parola.

 

Con Francesca di Carrobio ci conosciamo dal 1987, quando io ero a «Brava casa» in Rcs e lei entrava nella Maison come responsabile ufficio stampa della filiale italiana. Una carriera interna l’ha portata, nel 2004, al ruolo di ad di Hermès Italia e di direttore generale delle filiali di Grecia e Turchia.

 

 

Domanda. Frequenti questo mondo da tanti anni, e in parte hai contribuito a plasmarlo. Che cos’è oggi il lusso, per te?

Risposta. Il lusso è avere il tempo di far bene le cose. Anzi, correggo: il lusso è avere il coraggio e la possibilità di prenderselo, questo tempo. Solo dandosi tempo si possono fare cose belle. Sicuramente, uno dei motivi per cui sono in Hermès da così tanti anni è l’essere stata conquistata da questa filosofia, che nel mondo di oggi non è per niente scontata, anzi. Qui crediamo davvero nel tempo come valore. Hermès si prende il giusto tempo per fare bene le cose, altrimenti piuttosto non le fa. O non le mette sul mercato.

 

D. È un valore costruito negli anni e credo sia l’eredità più importante lasciata da Jean-Louis Dumas. Come si mantengono questi valori vivi, ancora oggi?

R. Jean-Louis Dumas (presidente di Hermès dal 1978 al 2006, discendente da parte di madre dal fondatore, Thierry Hermès, ndr) ha sempre basato il suo operare sui valori, mai sulle logiche del business. Per lui hanno sempre contato le cose fatte bene. Che, guarda caso, sono anche quelle che hanno consentito poi di fare straordinari risultati dal punto di vista del business. Da Hermès un oggetto ha un utilizzo appropriato, non si fa mai un oggetto perché «è bello», ma il bello deve sempre avere una finalità.

 

Noi amiamo dire che Hermes non è un «brand», ma è una «firma». C’è l’unicità in tutto quello che facciamo. Ogni nostro oggetto è realizzato da un artigiano, è pensato singolarmente. Allo stesso modo, ogni boutique sceglie gli oggetti che vuole proporre. Per questo tanti prodotti Hermès sono così rari. La difficoltà, quando si mette alla base questa filosofia, è crescere mantenendo l’artigianalità, ma su questo da noi non si transige. Anche noi usiamo la tecnologia, certo, ma la mano dell’uomo è sempre molto presente. L’uomo fa la differenza.

 

Coniglio alla cacciatora.

 

D. Nel sondaggio fatto di recente a un campione di lettori di Arbiter, alla domanda «Qual è il tuo marchio di accessori preferito?», Hermès è risultato al primo posto. Come spieghi questa persistenza dell’immaginario Hermès, in un’epoca che vede tanti marchi del lusso crescere improvvisamente e altrettanto improvvisamente scomparire?

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