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Brexit

vista da un londinese

Ha rappresentato più un gesto di ribellione alla burocrazia Ue che all’Europa stessa. Parola di un londinese di nascita e parzialmente italiano di discendenza

DI Paul de Sury
Tempo medio di lettura: 4' 25''

«Tempesta sulla Manica. Il continente è isolato». Questo titolo di un tabloid inglese veniva citato da George Mikes più di 50 anni fa per sottolineare le peculiarità del carattere britannico. Profugo ungherese, Mikes visse nel Regno Unito più di mezzo secolo senza riuscire a integrarsi completamente. Il suo libro più famoso era infatti intitolato How to be an alien per sottolineare le sue difficoltà di assimilazione. Celebre il capitolo di due righe dedicato al sesso: «Gli altri europei hanno una vita sessuale, gli inglesi la bottiglia dell’acqua calda». Non c’è dubbio che il senso di fierezza che deriva dal non essere mai più stati invasi e conquistati dai tempi dei Romani abbia rafforzato una certa diffidenza verso gli stranieri in generale e il resto dell’Europa in particolare. Gli storici conflitti con Francia e Germania non hanno certo aiutato. L’espressione più recente di questa scarsa propensione a integrarsi con il continente è rappresentata dalla cosiddetta Brexit, liquidata da molti commentatori come un voto di protesta proveniente dai ceti sociali meno abbienti e culturalmente più sfavoriti. Questa interpretazione non mi convince del tutto. A scanso di equivoci, chiarisco la mia posizione. Sono londinese di nascita e parzialmente italiano di discendenza. Quindi per la legge del suolo sono cittadino britannico, per la legge del sangue sono cittadino italiano. A parte qualche difficoltà con il servizio di leva, questa situazione non mi ha mai creato problemi se non il sentirmi rivolgere continuamente la domanda: «Ma tu di che Paese ti senti?». Di entrambi ho sempre risposto con sincerità. 

 

Apprezzo gli aspetti positivi delle mie due patrie e critico i lati che non mi vanno a genio. Del resto credo sia difficile per chiunque identificarsi con 60 milioni di persone. Detto questo, sono europeista e quindi penso che la Brexit sia stata un errore che va più compreso che condannato. L’insularità britannica è complessa. Gli inglesi non sono xenofobi: sono semplicemente poco interessati agli stranieri. Quanti italiani hanno lamentato che in x settimane di permanenza a Londra non hanno mai conosciuto un londinese? E pensare che i britannici hanno creato e perduto il più vasto impero coloniale della storia moderna. Non avendo prodotti locali da difendere, hanno valorizzato i vini francesi e portoghesi. Il Chianti, senza gli investimenti d’Oltremanica, sarebbe probabilmente un mucchio di ruderi agricoli. D’altra parte i rapporti con le due nazioni leader della Ue sono sempre stati difficili. Dimenticando che l’attuale famiglia reale è di discendenza tedesca, gli inglesi più anziani covano ancora, dopo le due guerre mondiali, un forte sentimento antigermanico. Quanto ai francesi, chiamati spregiativamente frogs (per il costume di mangiare le rane), non sono bastati più di mille anni di guerre per creare un’armonia. 

 

Ma la vera causa dello scarso amore per Bruxelles credo sia un’altra. L’Europa continentale, a seguito delle invasioni napoleoniche, ha ereditato la passione francese (o addirittura latina) per la stesura di codici e regolamenti che gli inglesi detestano. La legge scritta viene considerata una perdita di tempo essendo preferite forme di autoregolamentazione. Basti pensare che fino a pochi anni fa non esistevano i documenti di identità. A parte i possessori di un passaporto, gli altri sudditi di Sua Maestà provavano i loro dati esibendo una busta con recante nome, cognome e indirizzo. La filosofia di fondo era semplice: se io dichiaro a un poliziotto di chiamarmi Winston Leonard Spencer Churchill, lui mi deve credere. Il verificarsi di episodi di terrorismo ha costretto a modificare questo atteggiamento. Gli sforzi della Ue di codificare le dimensioni delle banane o gli ingredienti del formaggio in Italia suscitano ilarità quando entrano nei dettagli più insignificanti, in Gran Bretagna generano un vero e proprio fastidio. La Brexit, quindi, ha rappresentato più un gesto di ribellione alla burocrazia Ue che all’Europa stessa. Gli inglesi lasciano tracce difformi del loro passaggio per il resto d’Europa. In epoca vittoriana i giovani rampolli aristocratici facevano il Grand tour che li conduceva inevitabilmente nel Bel Paese. 

 
 
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