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Che cos'è

l'eleganza virile?

Forse un’alchimia tra armonia, semplicità e carattere. Di sicuro, come recita il detto inglese: mai vestire capi con cui non ci si farebbe trovare morti in un fosso

DI Paul de Sury
Tempo medio di lettura: 3' 20''

Apriamo, nella sede deputata, un dibattito sul concetto di eleganza virile, di cui l’abbigliamento è solo una delle infinite possibili declinazioni. Ci penso da anni e non ho mai trovato una risposta. Sono moti istintivi. Paolo ha stile; Marco no. Perché? Boh! Un giudice americano in una storica sentenza sulla natura creditizia o meno di un department store che offriva carte di credito e di debito, prestiti e depositi, persino una forma rudimentale di assegno, subendo quindi l’accusa di essere una banca di fatto, rispose: «Definire una banca è un fatto oggettivo così come discriminare fra ciò che è artistico e ciò che è pornografico». Non si può misurare la differenza in termini di centimetri di epidermide o genitali esposti. L’ombelico di Raffaella Carrà ne è la prova storica.

 

Torniamo all’eleganza. La risposta più semplice è l’armonia. Ciò che si plasma con l’ambiente, vi si accompagna, va bene; bestemmiare in chiesa, no. Risposta semplice in termini musicali: eufonico, sì; cacofonico, no. Siamo sicuri? Pratichiamo il classico. Un codice difficilmente derogabile che impone regole ferree che volentieri trasgrediamo. Suoniamo una tastiera molto corta: pochi colori, ancora meno fogge. Ci vestiamo di uniformi quando va bene, di corazze quando va male. Ci piace. I parrucchini, i fantasmini, gli slippini ci muovono al ribrezzo. Però riconosciamo un valore all’eccentricità che viola in modo fragoroso il nostro vocabolario. Pablo Picasso con le sue maglie a righe marinare, le brache corte e le espadrillas aveva uno stile pari al Duca di Windsor. Arnold Schwarzenegger fosse anche vestito da capo a piedi da Huntsman continuerebbe a sembrare un maestro di sci austriaco nel suo giorno libero. Il fisico aiuta? Poco. Oliver Hardy con la sua stazza da grande obeso era elegante quanto l’esile Fred Astaire. La capacità di spesa è fondamentale? Non direi.

 

Una camicia bianca costa quanto una a righe rosse e viola. Tenerla allacciata fino al penultimo bottone invece che aperta fino all’ombelico per mostrare petti villosi e catenoni d’oro poi è del tutto gratuito. Il segreto dovrebbe risiedere nella semplicità. «Less is more», attribuito a Coco Chanel ma in realtà pronunciato da Mies van der Rohe con riferimento alla sua avversione per l’architettura barocca, non è altro che una declinazione del Rasoio di Occam: «Essentia (entia per i puristi) non sunt multiplicanda praeter necessitatem». O Kiss (Keep it simple stupid), come dicono più prosaicamente gli statunitensi. Accettato integralmente, questo principio ci porterebbe tutti a vestirci con una tuta da operaio e le pochette sarebbero bandite. Sicuramente le regole devono essere ben conosciute da chi le vuole violare. Un gentiluomo che sorseggia un aperitivo in un porticciolo con un blazer e un paio di jeans invece di un più canonico pantalone di lino bianco con il risvolto può essere molto elegante; lo stesso non si può dire di un ragazzotto che indossa lo stesso capo (di quattro misure troppo grande) allacciato sotto le natiche per mostrare la marca delle mutande firmate da uno stilista. Il dress code va quindi conosciuto ma non scimmiottato. 

 

 
 
 
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