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Con i lunauti

c'ero anch'io

Ha trasmesso l’allunaggio in diretta radiofonica da Houston. Ma ha anche seguito la preparazione d dei tre astronauti. Luca Liguori rivive quel periodo, con episodi che solo chi c’era allora può raccontare oggi. Come il barbecue a casa di Armstrong tre anni dopo

DI Luca Liguori
Tempo medio di lettura: 10' 40''

Con i lunauti c'ero anche ioC’ero anch’io lassù con Neil e «Buzz» quella notte di luglio di 50 anni fa mentre trasmettevo in diretta radiofonica da Houston il primo passo dell’uomo sulla Luna. Non fisicamente, s’intende. Ma virtualmente, con il cuore e con una speciale emozione condivisa, a 400mila chilometri di distanza, con i due protagonisti di quella storica impresa che schiudeva una nuova era per l’umanità. E con lo scriba, lassù quella notte, c’erano anche tanti colleghi che, come me, per settimane, per mesi, avevano vissuto e raccontato la lunga preparazione di quegli uomini destinati a entrare nella storia. Cerco di spiegarmi. Il mondo intero viveva con passione, ma direi «dall’esterno» quell’attimo epocale dello sbarco sulla «Blue Moon». Io, invece, assieme ai miei amici inviati della Rai e della carta stampata, (Piero Angela, Jas Gawronski, Gianpaolo Ormezzano…) più altri che non sono più tra noi (Ruggero Orlando, Oriana Fallaci, Enrico Ameri, Francesco Mattioli, Danilo Colombo…), vivevo e soffrivo dentro nell’anima quella mirabile conquista dell’uomo. Avevo condiviso a Cape Kennedy e a Houston, per molti mesi e nei lunghi giorni della vigilia, alcuni simpatici momenti con i futuri eroi lunari. Pause di relax, al «coffee shop» per una bibita o allo «snack bar» per una «chicken soup» (che piaceva molto a Neil Armstrong). Sono tra i pochi privilegiati ad aver ricevuto dalla Nasa il simpatico premio riservato a quei reporter internazionali che hanno seguito e raccontato al mondo tutte le imprese partite da Cape Kennedy negli anni 60: un attestato di proprietà di 50 metri quadrati di terreno lunare sui quali, volendo, poter costruire un minuscolo cottage (ma, a questo punto, data l’età, ho qualche dubbio di realizzare in futuro il mio sogno spaziale!). E non solo: ho provato il brivido della centrifuga, nella quale gli astronauti si allenano a folle e vorticosa velocità, resistendo per tre interminabili minuti senza vomitare (soltanto perché ero a digiuno); sono entrato anche nel tunnel dove si impara a librarsi nell’aria in assenza di gravità e nella scomoda capsula spaziale Gemini; ho indossato la tuta e il casco originali dell’abbigliamento tradizionale di tutti i cosmonauti. Adesso forse capirete perché quella notte mi sentivo parte del team dei «lunauti». E poi, le frequenti e affollatissime «press conference» durante le quali gli scienziati e i tecnici responsabili dell’imminente volo di Apollo 11 ci aggiornavano con dovizia di particolari su questo oppure su quel problema da affrontare e risolvere prima e durante il volo.

Sopra, Luca Liguori, autore del servizio, fotografato nel 1967 a Cape Kennedy all’interno della capsula Gemini

Pochi, forse, lo sanno: al di là dell’impegno e degli sforzi della Nasa per poter onorare la sfida lanciata da Kennedy ai sovietici per la conquista americana della Luna entro gli anni 60, c’erano molte preoccupazioni tra gli addetti ai lavori. Prima fra tutte quella che i tre protagonisti, Armstrong, Aldrin e Collins, non fossero ancora pronti al cento per cento, fisicamente e psicologicamente, ad affrontare quello storico viaggio verso l’ignoto. C’erano molti dubbi e ansie sui momenti più delicati della missione provati e riprovati con rigore mille volte a terra (non sempre con esito positivo). Per mesi e mesi, Armstrong e Aldrin si erano sottoposti a estenuanti sedute di allenamento: ore e ore a saltellare sulla distesa selenica, ricostruita in ogni particolare su una vasta area coperta di Cape Kennedy, in condizioni di gravità ridotta rispetto alla Terra, la stessa che avrebbero poi incontrato sulla Luna; assieme a Collins, i due futuri lunauti avevano ripetuto centinaia di volte nei vari simulatori tutte le principali e più delicate fasi del volo: dal distacco del Lem dalla navicella-madre alla discesa verso la Luna, dalla ripartenza di Eagle all’operazione, la più rischiosa, del ricongiungimento in orbita con il Columbia. E poi, c’era il problema dei difficili rapporti personali tra i due candidati alla passeggiata lunare. «Buzz» Aldrin ci teneva a essere il primo uomo a metter piede sul nostro satellite naturale. A nulla valse la raccomandazione del padre, alto funzionario del Pentagono, presso i vertici della Nasa. La scelta cadde, come è noto, su Armstrong, l’astronauta dai «nervi d’acciaio», degno della massima fiducia e pronto a qualsiasi eventuale emergenza.

Con i lunauti c'ero anche io

Aldrin cadde in una profonda depressione dalla quale si risvegliò appena 24 ore prima dell’inizio della missione. Nei giorni della vigilia, Michael Collins sembrava il più concentrato nel ripasso dei suoi difficili compiti ai comandi del Columbia che avrebbe dovuto riportare a terra Neil e Edwin. Era perfettamente consapevole delle sue responsabilità. Negli ultimi giorni girava sempre con appeso al collo una specie di memorandum su cui erano stampati gli otto interventi estremi che avrebbe dovuto compiere in caso di emergenza durante la fase difficile del riaggancio in orbita con il Lem. Michael mi fece leggere un giorno cosa recitava il punto 8 del memorandum, (quello estremo, in caso di fallimento): «Abbandonare i due lunauti al loro destino e rientrare alla base!». Collins naturalmente era ossessionato da questa terribile scelta che lo avrebbe segnato per tutta la vita. Dicevo dei lunghi giorni e notti della vigilia vissuti da me e dai colleghi in un clima di incontrollabile euforia collettiva. Ci ritrovavamo spesso a cena in un simpatico ristorante sulla spiaggia di Cocoa Beach dal nome profetico, «The moon’s pizza». Irrefrenabile animatore di quelle folli serate era Ruggero Orlando che teneva banco con la sua verve, la sua ironia, le sue sorprendenti battute. Ruggero («Ruggio» per gli amici) era uno dei giornalisti più stimati e considerati negli ambienti della Nasa. Doppia laurea in Fisica e Matematica, era l’unico tra gli inviati a Cape Kennedy da tutto il globo che si potesse permettere il lusso di discutere in termini scientifici persino con l’illustre Wernher von Braun, padre del potentissimo razzo Saturno V, il vettore degli Apollo (oltre che delle micidiali V2 tedesche, i missili, ma questa è un’altra storia). Ricordo che Orlando si arrabbiò molto la sera dell’allunaggio dando vita a una simpatica querelle passata alla storia. Quando dagli studi romani di via Teulada Tito Stagno, che conduceva la lunga maratona lunare televisiva assieme ad Andrea Barbato, annunciò che Eagle aveva toccato il suolo, Ruggio, da Houston, cercò invano di spiegare che a sfiorare la superfice selenica era stata soltanto una delle sottili antenne-guida poste alla base del Lem e non il modulo vero e proprio. Il computer di bordo aveva segnalato infatti che Eagle stava per planare ai bordi di un cratere. E ciò avrebbe potuto compromettere in seguito la ripartenza dalla Luna.

Con alcuni secondi di ritardo sullo schedule previsto dalla Nasa, il Lem si posava, comunque, dolcemente, sul «Mare della Tranquillità». E il buon esito di quella difficile manovra ebbe anche una firma poco conosciuta al grande pubblico: quella di Margaret Hamilton, direttrice e supervisore dello sviluppo software del Programma Apollo. Laureata in Scienze aerospaziali, con lunga esperienza e specializzazione al Mit di Boston, Margaret aveva messo a punto e sviluppato un nuovo software capace di organizzare i compiti in base alle priorità reali del momento escludendo automaticamente quelle non compatibili. Se non ci fosse stata lei a gestire quegli attimi difficili che hanno preceduto l’allunaggio, la missione avrebbe avuto ben altro esito. Aggiungo una nota personale: Margaret Hamilton, oltre a onorare il ruolo femminile nel difficile mondo della scienza spaziale, era anche un’avvenente ragazza (all’epoca poco più che trentenne), molto corteggiata dai suoi colleghi e… da noi giovani giornalisti italiani! Un giorno mi confidò che esisteva in America un’attrice hollywoodiana, famosa negli anni 30, col suo stesso nome e cognome, Margaret Hamilton. Tra i 40 film da lei interpretati, figurava, per una strana coincidenza, anche quello del 1936 dal titolo Nel mondo della Luna: «Vede», mi disse la scienziata, «quasi un presagio del mio personale contributo al successo di Apollo 11!». Nel novembre del 2016, Margaret, ormai ottantenne, ha ricevuto da Barack Obama la medaglia presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti. Di premi, medaglie e riconoscimenti ufficiali ne hanno poi ricevuti a bizzeffe anche i tre eroi lunari dopo quella magica notte di luglio.

A quella storica impresa di Apollo 11 altre ne seguirono verso la Luna. Fino all’ultima nel 1972 di Apollo 17. Poi, il silenzio. La Nasa mandò in pensione il progetto Apollo per problemi di bilancio. Troppo onerosa la cifra di circa 40 miliardi di dollari per ogni volo lunare. Meno dispendiosa e più utile la Stazione Spaziale Internazionale, orbitante attorno alla Terra, sulla quale si alternano da tempo astronauti d’ogni nazionalità. Il 20 luglio, proprio nel 50° anniversario del primo sbarco sulla Luna, tocca all’italiano Luca Palmitano di salire, per la seconda volta, sulla Stazione, che, in veste di comandante, guiderà la missione Beyond durante la quale è prevista anche una lunga attività extraveicolare.

Con i lunauti c'ero anche io

Ma, la Luna? Dimenticata? No, tranquilli. Presto sentirete ancora parlare di lei. Con l’intervento finanziario di alcune importanti industrie aeronautiche private, la Nasa progetta di utilizzare il nostro satellite naturale, abbandonato e dimenticato dall’uomo da 17 anni, come stazione di partenza per il prossimo volo su Marte previsto per il 2034. Nell’attesa di altre emozioni planetarie non possiamo dimenticare però quelle che ci hanno fatto vivere 50 anni fa gli eroi di Apollo 11. E, soprattutto, non dimentichiamo il pedaggio umano che i due lunauti Armstrong e Aldrin hanno pagato dopo la loro storica impresa. Dall’ebbrezza del trionfo per la passeggiata sul suolo violato alla solitudine psicologica dopo il ritorno sulla Terra. Buzz, il numero due di Apollo 11, dopo anni di calvario etilico è a malapena uscito dal tunnel e dalla maledetta «sindrome lunare».
Sono invece testimone dello smarrimento di Armstrong.

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