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Nessuno mi farà più
le scarpe
A scuola di ars sutoria, per imparare a dare forma alla materia cucendosi da soli le calzature. Qui l’appassionato si eleva a esperto, grazie a un maestro d’eccezione
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Alessio Comalli

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Tempo medio di lettura: 7' 15''

Gran parte degli oggetti che possediamo proviene dall’acquisto, gesto gratificante per il brivido della decisione e liberatorio in quanto veicolo di espressione. Ogni cosa che portiamo a casa è un regalo alla persona che più ci sta a cuore: noi. Comprare un oggetto è sempre un esercizio del gusto, anche se sono la cura e l’uso a rivelare l’educazione, seconda componente dello stile. Niente, comunque, può essere più nostro di quello che realizziamo da soli. Le mani sono uno strumento del sapere più tagliente degli occhi o delle orecchie, ed è una fortuna perché così possiamo consegnare all’oblio l’aria fritta che udiamo, mentre quel che vediamo talvolta non si cancella nemmeno volendo e ancor più difficilmente si dimenticano le cose che facciamo. Da giovani la memoria è affollata di nozioni che ci fanno sentire speciali, per poi cedere il posto all’esperienza personale. è la condizione che una volta si chiamava saggezza, ignorata nell’era dell’informazione. Fatto sta che quando si comincia a volerle fare, possedere le cose appare un po’ meno importante.

 

Un paio d’anni fa mi convinsi che era ora di affrontare di persona il mondo della scarpa. Ne parlai col maestro Giacomo Banzola, che si dichiarò disponibile a stilare e gestire il programma didattico. Fece realizzare un banchetto esagonale, a cui cinque apprendisti avrebbero potuto lavorare sotto il suo sguardo. Con il nome di Schola Sutorum, l’iniziativa assunse il patrocinio del Cavalleresco Ordine e venne proposta a chiunque fosse sufficientemente determinato da buttarsi in un’impresa mai tentata prima. Non è un corso professionale. La Schola non trasforma i gentiluomini in calzolai, eleva gli appassionati a esperti. La pur puntigliosa attenzione che tanti uomini dedicano alle scarpe lascia dei vuoti che spiegazioni e osservazione non riescono a colmare. Attraversare i passaggi che portano la materia a diventare forma, ecco la strada che conduce a un superiore livello di competenza.

 

Sebbene fosse stato facile trovare altri quattro volontari, ero certo che qualcuno avrebbe mollato. Mi sbagliavo. Nessuno degli iscritti ha perso un solo giorno, anzi spesso ci si attardava a sessione finita per completare una fase, o chiedere lumi. Lo stesso Banzola e la sorella Shara, modellista di alta classe, hanno trovato l’avventura così stimolante da riproporla. Anche quest’anno il banchetto si è riempito, e il corso si ripeterà nella stagione 2015/2016.

 

 

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Shara Banzola, modellista, è la mente della Calzoleria Giacopelli; il fratello Giacomo, la mano.

 

Per i frequentatori dei primi cicli si terrà anche un master sul mocassino o la norvegese. Chi fosse interessato, chieda alla calzoleria Giacopelli. La Schola è un percorso intenso, studiato per poter essere frequentato da persone impegnate. In circa otto mesi si tengono qualche sessione isolata il sabato e le altre venerdì e sabato consecutivi. Al netto di una mezz’ora per il frugale pasto dell’artigiano, si lavora otto ore al giorno per dieci giorni, per un totale di 80 ore di immersione profonda nella scarpa. Tutti costruiscono lo stesso modello, ma ciascuno lo disegna a modo proprio e ne sceglie pellame e colore. Mi limiterò a passare per le tappe principali.

 

 

Si parte con la misurazione del piede col nastro da calzolaio, che conta 60 centimetri su uno dei lati e dall’altro è suddiviso in quarti di pollice o stitch, che significa punto. Non tutti sanno che il numero che leggiamo, per esempio un 44, corrisponde proprio agli stitch, unità a sua volta suddivisa in sei frazioni che rappresentano la lunghezza ideale di un punto da calzolaio. Le misure principali sono le circonferenze della calzata, la massima larghezza tra le teste metatarsali, e del diametro nel punto più alto, ovvero il collo.

 

La forma sulla quale si andrà a costruire la propria scarpa va scelta in modo che si adatti sia al modello sia al piede, ma perché sia veramente a misura occorre toglierle qualcosa con raspa e lima o aggiungerlo con colla e cuoio. Una volta sbozzata e lisciata, la forma viene coperta con la carta adesiva su cui si disegnerà il modello. è uno dei momenti chiave. Quanto deve essere lungo il puntale? Quanto stretta una curva? Quanto grossi i buchi del broguering? Con quante impunture voglio sottolineare le giunzioni? Al momento di assumere decisioni che determinano sin dall’inizio l’aspetto finale, assimiliamo in profondità il potere del dettaglio e ci confrontiamo con la nostra visione estetica. Basta quel momento, in cui dobbiamo chiederci quale sia la proporzione perfetta e azzardarla nero su bianco, per vedere tutte le scarpe con un occhio nuovo.

 

La carta col disegno del modello viene rimossa dalla forma e messa in piano. Apportate delle correzioni standard, per ogni scarpa si ritaglia un modello bidimensionale su cartoncino. Da questo si ricava un primo prototipo in pelle vile, che servirà per la prova. Comincia così un primo montaggio e si familiarizza con gli attrezzi. Dopo la prova del campione si apportano modifiche alla forma e al modello, su cui si tagliano la tomaia definitiva e la sua fodera. Il montaggio delle tomaie sulla forma comporta un numero incalcolabile di chiodi e martellate sulle dita, dalle quali si impara molto. Il passaggio più rilevante è a questo punto l’applicazione del guardolo. Si usano la lesina e lo spago preparato a banchetto, cose che vi fanno sentire già un po’ calzolai. Dopo l’inserimento del cambrione, la nervatura che regge la pianta nell’arco vuoto creato dal tacco, si deve preparare lo spago per cucire la suola. Bisogna ottenere due lunghi capi, e perché possano passare attraverso i buchi aperti con la lesina è necessario applicar loro in punta delle setole, sorta di aghi in nylon che si spingono nel buco da un lato e poi si tirano dall’altra parte. A un novellino la giunzione della setola richiede tempo, ma basta poco perché si stacchi.

 

È una frustrazione cui il maestro prepara gli apprendisti con una vena di sadismo, che fa parte dell’apprendistato del mestiere. La lissatura di suola e tacco è tutto sommato semplice. Bastano un fornellino, un paio di ferri e un po’ di cera, e anche a casa si può dare nuovo splendore a qualche paio di scarpe che ne abbia bisogno. L’ultima operazione, la lucidatura, è tra le più coinvolgenti. Chi abbia scelto una pelle naturale deve prima tingerla, rischiando di compromettere tutto. Provandole su ritagli di pelle prende confidenza con le tinture, poi procede col proprio paio. Tutti devono comunque tingere il fondo, cioè la suola. Nella lustratura finale, fantasia e rigore si combinano in formule irripetibili. Il lavoro fatto mille volte appare diverso, perché irreversibilmente diverso è il rapporto con le scarpe. Otto mesi, ma ne valeva la pena perché alla fine, senza che nemmeno sia stato uno scopo cosciente, ci si ritrova passati dai pochi ai pochissimi, dal su misura al sotto controllo.

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