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Così ho dipinto
Achille Castiglioni
Il tondo degli occhiali, una finestra da cui guardare un mondo sempre nuovo. Da lì nasce il ritratto di Castiglioni, con un colore che squarcia il buio della consuetudine
DI Riccardo Gavazzi

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Tempo medio di lettura: 1' 40''

Quando «Arbiter» mi ha contattato per realizzare l’opera di copertina, non conoscevo bene Achille Castiglioni. Certo, sapevo che era stato un grande designer, un architetto, ma era una conoscenza elementare. Prima di iniziare a lavorare sulla sua figura, ho cominciato a documentarmi e sono entrato in contatto con le dinamiche del suo pensiero sul design, quell’idea forte e testarda che ha portato avanti per tutta la sua vita creativa sulla necessità di fondere l’aspetto della praticità dell’oggetto alla sua forma creativa e innovativa.

 

Mi affascinò da subito la genialità e la semplicità del suo processo creativo, una sottolineatura continua del fatto che nella semplicità ci possa essere racchiuso tutto. La capacità di assemblare parti di oggetti esistenti e tra loro apparentemente slegati dando vita a creazioni uniche, innovative e ludiche al tempo stesso. Più osservavo il suo lavoro e più nella mia testa si faceva strada l’opera, che prendeva forma prima ancora che io prendessi in mano pennelli e colori: il tondo degli occhiali, che delimitava il confine attraverso il quale Castiglioni definiva la sua visione del mondo, come fosse una finestra da cui si scorge un panorama sempre nuovo ogni giorno; l’esplosione dell’arancione giapponese, del giallo, come in alcuni sgabelli da lui creati, colori forti su un fondo scuro, come a squarciare un notturno. Allo stesso modo il design di Achille Castiglioni irrompeva nella realtà del panorama creativo e industriale, squarciava e reinventava il design italiano, facendolo uscire dal torpore tradizionalista. Buona visione.

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