Destini
allo specchio
DI Alberto Gerosa
8' 10''

Quello che intriga particolarmente della biografia umana e artistica di Michelangelo Pistoletto e della fiammante mostra Padre e figlio ora in programma a Biella, è l’intreccio di storie familiari che accompagna l’evoluzione della sua esistenza e della sua stessa arte. Un vero e proprio dialogo intergenerazionale, dove il fatto che alcuni interlocutori non appartengano ormai più alla cerchia di noi vivi sembra quasi diventare un dettaglio trascurabile.

 

Le figlie di Mario Celeste Zegna, fratello di Ermenegildo, dipinte da Ettore P. Olivero nel 1929.

 

Potenza taumaturgica dell’arte, come già intuirono i Greci con il mito di Orfeo ed Euridice. Il primo e più importante dialogo è, per l’appunto, quello tra Michelangelo Pistoletto e il padre Ettore Pistoletto Olivero, tema che peraltro ha ispirato la cover story di Arbiter 191 con un’opera realizzata appositamente da Pistoletto figlio. Quest’ultimo è esponente di spicco dell’arte moderna («anzi, postmoderna», chiosa egli stesso); il genitore era al contrario saldamente ancorato al realismo ottocentesco dei grandi pittori piemontesi Grosso e Delleani, la cui lezione riecheggia negli importanti cicli dedicati a L’Arte della Lana e alla costruzione della Panoramica Zegna, commissionati a Ettore P. Olivero dallo stesso Ermenegildo Zegna a partire dalla fine degli anni 20. Lo spartiacque tra queste due concezioni antitetiche dell’arte non risiede tuttavia secondo Pistoletto figlio né nei dati anagrafici né tantomeno nelle scoperte relative all’inconscio o nelle conquiste della coscienza di classe: «L’arte moderna nasce dalla crisi provocata in essa dalla fotografia», afferma sicuro di sé, «che ha avuto il merito di emancipare dalla manualità del gesto artistico, permettendo di concentrarsi sulla libera espressione di se stessi».

 

Ettore P. Olivero, «Autoritratto» (1958)

 

Un percorso, questo, che ha portato Pistoletto allo studio della propria immagine, quindi dell’autoritratto, che egli ha ritenuto di poter scandagliare nella maniera più obiettiva ed efficace sostituendo ai pigmenti tradizionali le lamiere inossidabili lucidate a specchio, sulle quali il soggetto osservante è invitato a riflettersi. Del tutto pleonastico sottolineare quanto un approccio simile sia debitore nei confronti della fotografia, che nell’arte di Pistoletto è pressoché onnipresente.

 

 

Ne testimoniano opere in mostra a Biella come l’autoritratto su vaso specchiante del 2008, che non a caso utilizza la medesima suppellettile sulla quale Ettore P. Olivero ritrasse se stesso in una natura morta del 1973, a dimostrazione della dialettica ininterrotta tra la produzione di Pistoletto figlio e quella di suo padre. «Beninteso», tiene a precisare Michelangelo, «nelle mie opere si rispecchia fotograficamente non solo l’artista, ma qualsiasi spettatore e lo stesso ambiente, circostanza che rende la mia arte qualcosa in più rispetto a una testimonianza individuale.

 

 

La definirei un’“autobiografia del mondo”». Quel mondo fatto di relazioni interpersonali, di storie e di luoghi che rendono così fragrante, autentica e, in ultima analisi, viva tutta l’arte di Michelangelo Pistoletto; a partire dal rapporto con la famiglia Zegna, inaugurato dal patriarca Ermenegildo e che si perpetua da ormai tre generazioni. «Se mio nonno non fosse esistito, probabilmente non sarebbe esistito nemmeno Michelangelo Pistoletto», ha sintetizzato con arguzia Anna Zegna, alludendo alle già menzionate circostanze che a fine anni 20 videro Ettore P. Olivero approdare a Biella, città dove avrebbe conosciuto la giovane disegnatrice che sarebbe poi diventata la madre di Michelangelo. «Quella di Pistoletto è un’arte inclusiva, legata a un progetto più ampio, non personale, esattamente come lo è stata l’opera di Ermenegildo Zegna, sempre animato dal desiderio di condividere con la comunità il suo amore per la natura e per la gente. Lo dimostrano eloquentemente sia quello straordinario progetto di valorizzazione del territorio che è stata la Panoramica sia lo stesso ciclo de L’Arte della Lana, un vero e proprio saggio di storytelling, come si direbbe oggi», spiega Anna Zegna.

 

Ettore P. Olivero, «Autoritratto» (1973), emblema della dialettica tra l’autore e suo figlio, che gli suggerì di riflettersi sulla brocca specchiante.

 

Suo zio Aldo sarebbe poi diventato il primo collezionista delle opere di Pistoletto figlio; ma il legame si proietta anche verso il futuro, con Zegna partner di Cittadellarte-Fondazione Michelangelo Pistoletto in progetti visionari, ben riassunti da quella famosa Woollen – La Mela Reintegrata in fiocchi di tops di lana (guarda caso), dove fili d’acciaio ricuciono il fatidico morso biblico evocando prospettive salvifiche di un terzo paradiso prossimo venturo.

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