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EURITMIA

DI DETTAGLI

Cravatte, gemelli e orologi: tre categorie di accessori imprescindibili. spaziando in tutti i registri, rappresentano vere e proprie riserve di libertà di movimento, molto meno vincolati e vincolanti dei capi cui vengono abbinati. perché l’arbiter Condanna l’ostentazione, ma deve tenere a bada la vanità

DI Giancarlo Maresca - FOTO DI H2O
Tempo medio di lettura: 18' 25''

L’abbigliamento classico deve la sua sconfinata capacità espressiva a un sofisticato sistema di relazioni in cui ogni materiale, foggia, disegno o colore possiede una frequenza caratteristica, che combinandosi con le altre con cui entra in contatto genera accordi più o meno complessi. Tanto per fare qualche esempio, i cardati scozzesi evocano campagna, i pettinati fini città, il loden montagna. Il blu navy col bianco ci porta in mare, aggiungendo il giusto punto di rosso otteniamo la tavolozza del tennis e così via, fino a sfumature dalla sottigliezza estrema. La scienza del vestire risiede nel conoscere tali sonorità, l’arte nel comporci una musica propria. In questa partitura, i capi sono molto più vincolati e vincolanti degli accessori, che rappresentano vere e proprie riserve di libertà di movimento. Se si regalano più accessori che capi è proprio perché la loro flessibilità, anche in termini di vestibilità, rende meno probabile il fiasco. In occasione del Natale abbiamo voluto dedicare una puntata di Vestirsi uomo a tre categorie che, spaziando in tutti i registri, rappresentano da sempre una delle prime idee che si considerano per una strenna al maschile. Più che l’aspetto tecnico cercherò di investigarne il linguaggio, la cui comprensione aiuterà il lettore a riconoscere non tanto il pezzo migliore, quanto quello giusto da regalare o regalarsi.

L’OROLOGIO | A leggere l’ora si impara da bambini in una mattinata, leggere un orologio richiede l’esperienza di un adulto. Nel messaggio che trasmette confluiscono infatti numerosi fattori, che sommandosi possono generare equilibrio o frastuono. Per vederli da vicino, per questa volta smonteremo un orologio nelle sue componenti simboliche, invece che meccaniche. Cominciamo dalle dimensioni, che come avviene per molti altri elementi dell’abbigliamento maschile sono funzione diretta della qualità dichiarata del proprio livello fisico e dell’importanza che gli si attribuisce. Un diametro da 46 mm o più, con adeguato spessore, mostra tendenza all’iniziativa, chiarezza e fiducia nella propria influenza sul prossimo, mentre il 40 mm o meno è da tipo che sa tenere ben nascoste le carte fino a quando non capisce se gli conviene mostrare gli assi o i due. Passiamo ora alla forma. Il tempo può essere rappresentato come retta infinita dove gli eventi si susseguono, o come anello che ci riporta in situazioni ciclicamente ricorrenti. Esprimendo una delle due nature del tempo, il cerchio è per l’orologio l’unica configurazione naturale. Ogni altra deve avere per forza un motivo o un messaggio. Al quadrato corrisponde la capacità di vivere forti emozioni e controllarle, al rettangolo un’inclinazione intellettuale, uno sguardo al futuro e la ricerca costante di nuove occasioni. L’ottagono, sintesi della rosa dei venti, è per chi guarda lontano. Se il quadrato dice «so chi e dove sono», l’ottagono sussurra «ho la mappa del tesoro e so dove vado». L’ovale è femminile. Altre forme possono essere indice di apertura mentale, talento artistico, tendenza alla nostalgia, non credo sia poi tanto difficile stabilirlo. Se il gioco vi piace, pensate come un criminologo, che da una sigaretta spenta risale a un profilo culturale e sociale. O come un paleontologo, che da un solo osso ricostruisce un organismo scomparso. Guardate con attenzione, e vedrete senza bisogno di me. Quanto al materiale della cassa, l’oro è senz’altro privilegiato perché possiede la luce, il calore e il colore del sole, forza maschile per eccellenza. L’oro è ottimismo, serenità, carisma, anche se tali qualità emergono solo con un po’ di patina. Come il credito di un’antica famiglia ha un’immagine ben più credibile e affascinante del denaro accumulato in poche stagioni, così l’oro portato lungamente al polso è ben diverso da quello nuovo, in cui inevitabilmente brillano riflessi di vanità e superbia connessi al valore venale dell’oggetto. Va aggiunto che l’oro non ha un solo colore. Quello brillante come la scorza di un limone di giardino emana un’allegria senza sensi di colpa, il giallo più profondo e antico evoca stabilità. L’oro rosa è romantico, il bianco aristocratico. Il platino è misterioso e pericoloso. Se l’oro è maschile l’acciaio è virile, e quanto più ce n’è più si esibiscono intraprendenza e indipendenza. Se gli si lascia qualche spigolo vivo parlerà di competitività, dinamismo e chiarezza di idee. Perfettamente lucido è simbolo di gentile decisione, matto può lasciare dubbi su un carattere chiuso sulla difensiva. Sia l’oro che l’acciaio sanno districarsi in ogni occasione, basta sapere che il primo è fuori luogo nelle situazioni performanti e il secondo è troppo, o troppo poco, nelle serate formalmente impegnative. È bene rispettare anche un equo rapporto tra il peso dell’orologio e degli abiti, per non dire delle parole. Se avete appena finito di affermare che amate i tessuti leggeri, la libertà di stare senza calze, la cucina leggera e finanche l’acqua a basso residuo, potrei chiedervi con una marcata vena di sarcasmo chi possa essere stato, allora, a parcheggiare quel Suv al vostro polso. Nel risultato estetico la combinazione conta più dei singoli componenti e quindi il cinturino  centrale in ogni abbinamento, è più importante di quanto appaia. Va scelto attentamente, con un occhio all’orologio e allo stile personale. Dovrebbe insomma essere una media tra ciò che piace all’orologio e ciò che piace al proprietario. I cinturini di metallo andrebbero chiamati bracciali. Quelli a grandi maglie d’acciaio sono decisamente sportivi e la loro inclinazione naturale è quella di cingere braccia che devono praticamente o teoricamente fare qualcosa. Man mano che il livello formale dell’abito si innalza perdono di credibilità, che si può recuperare riducendo le dimensioni dell’orologio e della maglia. Bracciali con una tessitura fine come seta si sentiranno molto più a loro agio in una gran sera che a una battuta di pesca. Bellissimi quei bracciali d’oro di estrema semplicità in voga negli anni 60, costituiti da due semplici cerchi paralleli che univano le anse alla fibbia, lasciando nudo il polso. Mi sorprende non averli più visti riproporre, visto che in Italia non è certo l’abilità orafa a far difetto. Come per le cinture maggiori, il cinturino di coccodrillo è un passe-partout. Di sera nero e piatto, di giorno nei colori del caramello e bombato. Il cuoio è piuttosto informale e si addice a spezzati, cardati, giubbini e affini. Attenzione alle impunture. Come nei baveri della giacca, difficilmente si guadagna qualcosa con contrasti troppo evidenti. Negli ultimi anni si è affermato il caucciù, giovanile e divertente. Non dona a nessuna persona o abito, in compenso esprime un atteggiamento ecocompatibile e indipendente dai giudizi altrui. I bracciali in gomma sono da giornata al mare, o sott’acqua. Quelli a maglie di plastica trasparente, che ebbero un certo successo all’inizio di questo interessante millennio, durano così poco che è inutile perder tempo a giudicarli. Restano i cinturini di tessuto, il cui tono collegiale evoca quei luoghi e tempi in cui bastavano pochi soldi e molta faccia tosta per fare i giovani leoni. Oggi rappresentano una citazione colta, da tirar fuori in luoghi di vacanza. Tra le complicazioni, un cronografo dal quadrante ben leggibile ha un guizzo aggraziato che coniuga al meglio l’anima attiva e quella contemplativa dell’uomo. Si sposa anche con abiti di un certo impegno e inoltre, se escludiamo i rattrapanti, non è tanto costoso. I calendari completi, o addirittura perpetui, rivelano l’esperto o il collezionista di orologi. Chi sfoggia un pezzo così, ne possiede una raccolta notevole. Le fasi lunari sono un vezzo che si addice a chi cambia spesso orologio, in quanto piuttosto stancante. Anche la marca fa parte dell’orologio, ma al polso dell’incompetente un gran nome appena comprato può risultare una fredda e scostante dichiarazione di status. La naturalezza si raggiunge con l’uso, o con la ricerca. Il conoscitore, infatti, sfoggerà il pezzo che hanno in tanti con un dettaglio o un colore che non ha nessuno. Si tratta di citazioni destinate ai soli intenditori, proprio per questo estremamente gratificanti. In questa esclusività della conoscenza, nascosta nella banalità del costo, c’è quanto ripaga di lunghe ricerche ed estenuanti contrattazioni. Alla fine di tutto, possiamo avere tanti orologi eccellenti e un solo orologio per eccellenza. Una volta si possedevano pochi pezzi, in genere la cipolla del nonno, il solo tempo a carica manuale della cresima o prima comunione, il cronografo della laurea e infine il pezzo prezioso, definitivo, che si acquistava quando si era raggiunta l’affermazione personale e professionale. Se uno di questi orologi si salva da incidenti, furti e improvvise generosità, ogni volta che lo indossiamo sarà così ricco di significato da farsi ricordare come un nostro attributo. Il problema è che una cosa così non si trova già pronta, né si può comprare quando capita il buon affare. L’orologio per eccellenza va acquistato sin dall’inizio in una data speciale e come testimone della storia personale. Da allora in poi segnerà sempre più un tempo solo nostro e gli altri, guardandolo, non potranno che ammirare un simile patrimonio.

LA CRAVATTA | La cravatta moderna nasce nel XIX secolo in una gamma di soluzioni piuttosto ridotta, in quanto ciascuna di esse era comune a intere categorie sociali o culturali. Nel XX secolo diviene uno dei più eloquenti e liberi segnali con cui il singolo poteva esprimere la propria personale visione della vita, e come tale sviluppa una varietà illimitata e ancora poco investigata. Il XXI secolo rappresenta per ora un ambiente a prevalenza virtuale, in cui il dominio della condivisione su schermo sull’esperienza individuale e intima emargina man mano ogni attività manuale: la guida dell’auto, la stiratura dei capi, la lucidatura delle scarpe, finanche le lunghe cotture dei cibi. Essendosi affermato il dogma che l’aspetto performante sia un criterio assoluto, il solo in base al quale un uomo può e deve giudicare gli altri e se stesso, le uniche attività fisiche incentivate non possono che essere quelle orientate al benessere. Anche mangiare, che fu voluttà e linimento dell’anima, è ora alimentazione e cura del corpo. Se il crudo è stato posto al vertice della cucina è perché, proprio come un fisico nudo e tonico, esso riassume quella natura idealizzata, priva di sfumature e contraddizioni, che l’uomo postclassico riconosce come verità rivelata. In questo contesto la cravatta, che per essere indossata richiede l’importante manipolazione del nodo, non ha più diritto di cittadinanza. Qualcuno che ancora la indossa per esigenze d’ufficio la annoda una sola volta e così la rimette giorno dopo giorno, ma finanche questo modesto straccio ha i giorni contati. L’uomo postclassico crede ciecamente che la leggerezza lo affrancherà da ogni rinuncia, e per favorirne il regno sta rimuovendo ogni ostacolo alla trasgressione. Nella lista dei proscritti, il senso etico è il nemico pubblico numero uno. Efficienti e produttivi bisogna essere, non buoni e giusti. Ecco, lo stridore che nelle vostre orecchie avrà generato il suono delle due ultime parole vi dimostra meglio di tutte le altre il punto a cui siamo. Il regno della sicurezza e della prevenzione non può lasciare spazio a senso di responsabilità, coerenza e ogni altra istanza che comporti regole che sorgano direttamente dalla persona, invece di essere calate su essa dall’alto e sotto le sembianze di rimedi salvifici. I doveri sono una scelta che ciascuno di noi compie e compone in modo personale nella propria coscienza, mentre i diritti sono scritti da terzi e valgono per tutti. I primi sono per i pochi che vivono su misura, i secondi un prodotto industriale che nutre e indirizza masse e «mercati», ecco perché i doveri vengono derisi e di diritti ne troviamo uno nuovo ogni settimana, come l’allegato dei quotidiani. Per lo stesso motivo, il giorno in cui tutti si saranno accorti che il suo contenuto morale è incancellabile, in quanto proprietà del piano simbolico, la cravatta resterà come simulacro solo laddove occorra legittimare o sacralizzare attività che richiedono particolari garanzie. Le onoranze funebri per esempio, o i boia qualora in Europa tornassero, per il resto sarà sconsigliata in qualsiasi contesto e in molti vietata. Queste righe sono dedicate a una minoranza due volte tale, al punto che sta già diventando una resistenza. A coloro che non solo hanno senso del dovere, ma addirittura coltivano la dignità e in suo nome non ciucciano pubblicamente dalla bottiglia, non lasciano sporgere il loro trolley nel corridoio del treno, salutano con un sorriso, chiedono per piacere e via così. Sino a 50 anni fa l’educazione era un fardello più leggero, perché poggiava su molte schiene. Oggi che tutti la rinnegano, domani che tutti la derideranno come una regina sul carro diretto al patibolo, sia la cravatta un segno gioioso e orgoglioso con cui poter riconoscere altri membri della segreta, incompresa società che custodisce il tesoro di una civiltà perduta. Spero mi perdonerete qualche attimo di trasporto, torno subito coi piedi per terra per operare anche sulla cravatta una scomposizione negli elementi più significativi, cominciando dal tessuto. Gli stampati a disegni minuti sono un’icona di compostezza e quindi insostituibili sotto gli abiti pettinati da città e lavoro. Elementi di medie dimensioni introducono nella cravatta fantasia, iniziativa, estroversione, che risultano adatte e stimolanti per spezzati, completi da viaggio e lane tradizionali ordinarie come il solaro, il cheviot, il crossbred. Man mano che i disegni si fanno più grandi si abbinano sempre meno con l’abito e più con la persona, anzi il personaggio, che abbia abbastanza fegato e storia per indossarli. I tinti in filo sono più pesanti, più rigidi e quindi più protocollari di qualsiasi stampato con grafica simile. Sono pertanto la scelta più indicata con abiti scuri da società, ma anche con capi vintage di cui si voglia valorizzare l’allure. Il peso della cravatta viene istintivamente letto come proporzionale a quello degli argomenti, quindi si può ricorrere a un tinto in filo anche quando non sarebbe proprio a segno, però abbiamo bisogno di imporci con ogni mezzo. I politici fanno così da sempre. Le disegnature dette grisaille, esclusivamente in bianco e nero, sono da riservare alla cerimonia. Un segmento particolare è quello dei reps con righe distintive di reggimenti, università o club. Chi fa parte di queste istituzioni può indossarli più o meno in qualsiasi occasione e con qualsiasi abito, anche se è col blazer che danno il massimo. Molti temono di non riuscire a combinare una cravatta policroma con le righe o i quadri di una camicia. Per loro è stata creata la cravatta in tinta unita in garza di seta, che grazie alla tridimensionalità dell’armatura sostituisce le ombre al colore e intanto se ne sta lì tranquilla, accoccolata nel colletto come il vecchio Fido affettuoso e innocuo. Ben più briose appaiono le cravatte in seta tricot, che nelle giuste mani sanno produrre effetti strepitosi e convincenti ovunque, dalla passeggiata alla riunione d’affari. Poiché presentano una tessitura orizzontale e non diagonale, come si evince dal taglio retto delle estremità, annodarle risulta difficoltoso. Per evitare orrori è consigliabile adottare per le cravatte a maglia, anche in cotone o lana, il nodo orientale o semplicissimo che si completa in tre soli passaggi. La cravatta ha due lunghezze: una assoluta da un capo all’altro e una relativa, che si può giudicare solo quando è indossata perché dipende dalla statura, dal nodo, dalla circonferenza del collo e dall’altezza in vita dei pantaloni. In linea generale possiamo affermare che la lunghezza relativa è corretta se la gamba della cravatta supera il bustino dei pantaloni di una misura pari alla punta angolata, poco più o poco meno. Le personalità metodiche sono molto esigenti al riguardo, anzi curano con la stessa meticolosità anche la lunghezza della gambetta. Quanto a quest’ultima, la tesi più diffusa è che le due estremità debbano essere sfalsate di quel tanto che consenta ai loro angoli di sovrapporsi uno alla volta e non tutti e due insieme, come sarebbe nel caso di una sovrapposizione perfetta. Potremmo chiamarla «estetica del pareggio», ma aggiungo che i pareggi vanno bene a chi si difende col catenaccio. A chi ama il gioco brillante propongo di riconsiderare la possibilità di sfalsature, che saranno tanto più accettabili quanto più stretta è la cravatta. Chiarisco questo postulato con un’immagine: la stessa sfalsatura vi farà sembrare Oliver Hardy con una cravatta da 9,5 cm e Marcello Mastroianni con una da 6,5. A proposito del bel Marcello, riguardate La dolce vita e notate la lunghezza, anzi la brevità della sua cravatta in maglia, e alla luce del valore iconico delle immagini traete pure l’unica conclusione possibile: la lunghezza è un’ulteriore forma di espressione e non una formula di repressione. Il classico è nato come aperto luogo di libertà ed è morto proprio a causa di coloro che l’avevano ridotto a un chiuso contenitore di conformismi. La cravatta poi, simbolo stesso del classico, è un cavallo che soffre gli steccati. Se rischiate qualcosa e lo lanciate pancia a terra, vi divertirete da matti e lui con voi.

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