Giorni come cani
sperduti
DI Fredi Marcarini
1' 45''

Ho trascorso la mia vita a fare fotografie, per lo più su commissione, con incarichi e obiettivi molto definiti, dove tutto era stabilito, chiaro, codificato. Un lavoro senza confusione, con degli schemi nei quali l’immaginazione e la creatività venivano convogliate al servizio dell’informazione giornalistica o commerciale. Ma sapevo che c’era dell’altro, come la brace che giace immota quando il fuoco si è spento. Da circa 15 anni ho cominciato a viaggiare, per lavoro, in posti insoliti, esotici, e spesso pericolosi. Fino ad allora avevo usato per il lavoro apparecchi di grande e medio formato, non pratici per il trasporto e il lavoro sul campo; sono passato così a un formato più piccolo, anche per potermi muovere con agilità.

 

Usando la Leica, piccola maneggevole e leggera, e pellicole ad alta sensibilità, il mio approccio è cambiato: riuscivo a cogliere momenti fuggevoli con immediatezza, immagini che vedevo nella mia testa ma che non avevo potuto precedentemente fissare sulla pellicola. Recentemente ho cominciato a scattare foto, nei momenti di pausa, usando il telefono, e ritoccandole poi subito utilizzando app contenute nel telefono stesso. Questa modalità è molto efficace, perché si possono migliorare le cromie, i contrasti e aggiungere vari effetti, tutto negli attimi successivi allo scatto, quando la percezione di quella particolare emozione è fresca, mentre si è ancora sul campo, anziché magari settimane dopo, in studio, quando le emozioni sono sfumate, senza i colori veri, i rumori e gli odori del posto.

 

Effettua il login per visualizzare l'articolo completo - clicca qui