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Guardiano

dell'arte

Il giovane calzolaio romano Francesco Masci, estraneo ai campanilismi di alcuni colleghi, cuce dal blake al tirolese, norvegese, solettato a mano e guardolo tedesco

DI Alessandro Botrè - FOTO DI Stefano Triulzi
Tempo medio di lettura: 5' 10''

Il giovane calzolaio romano Francesco Masci, il guardiano dell'arte

Chi frequenta gli artigiani ha senz’altro riscontrato due tendenze non positive che alcuni di loro hanno: storcere il naso quando si parla di un loro collega e non voler trasmettere la loro sapienza per gelosia o timore di crearsi futuri concorrenti. Naturalmente non è il caso della maggior parte di loro, ma comunque di un numero sufficientemente nutrito da arrecare un certo danno al loro specifico settore: che si tratti di calzolai, camiciai, sarti, tessitori o viticoltori. Una realtà in cui si è imbattuto Francesco Masci, calzolaio romano di 33 anni, il quale tuttavia non si è minimamente lasciato ostacolare, dimostrando come la volontà vinca ogni barriera. «Ho iniziato a trafficare in questo ambiente mentre studiavo giurisprudenza a Roma», racconta il giovane maestro. «Sono sempre stato appassionato di abbigliamento, e al secondo anno di università mi è stato regalato un kit per lucidare le scarpe. Informandomi su Internet incappai nel sito di Justin Fitzpatrick (un appassionato e produttore di calzature inglese, ndr), scoprii che potevo farci qualche liretta e andai a collaborare con una bottega di Testaccio, a cui avevo chiesto se avessero bisogno di un lustrascarpe. Arrotondavo, ci facevo le serate. Lavoravo nel retrobottega e continuavo a veder fabbricare scarpe, osservando tutte le fasi. Un giorno, vado dal capo e gli chiedo come si fa a imparare. Mi risponde: “Vai a Londra”, aggiungendo che qui in Italia si tende a non voler insegnare per timore di creare un concorrente che ti ruberà il lavoro. Così sono andato a Londra, a un corso tenuto dai Carréducker, due ex artigiani di John Lobb che si erano messi a fare scarpe per la sartoria Gieves & Hawkes. Ho imparato l’essenziale in poco più di un mese, lavorando fino a 12 ore al giorno. Sono tornato a Roma e ho contattato un maestro di origine romena con 25 anni di esperienza, che mi ha insegnato il resto, ossia taglio, orlatura e modelleria. Ci siamo associati e nel 2013 abbiamo aperto una nostra bottega, ma ci siamo divisi un paio di anni fa, rimanendo comunque in rapporti cordiali».

Il giovane calzolaio romano Francesco Masci, il guardiano dell'arte

Masci ha riaperto la sua attività in via Rendano, nel nord-est della città, riuscendo nel frattempo anche a laurearsi con una tesi in diritto romano. Ma la calzoleria gli piaceva di più: «Mi occupo anche di riparazione, restauro, lucidatura e patinatura (ossia il modificare il colore e simulare con il colore un’anticatura, ma c’è n’è poca richiesta)», continua. «La zona è tranquilla, frequentata da professionisti, con affitti ragionevoli ed è vicina ad alcuni fornitori. Ho constatato che se offri un prodotto di qualità ti vengono a cercare, ma all’inizio non è stato facile. È importante il passaparola e oggi i social e gli eventi aiutano».

E poi, c’è la burocrazia, un’immensa piaga di questo Paese. «Ho constatato che Confartigianato e la Camera di commercio amano pronunciare termini come “giovani” e “artigianato”, ma al momento fattuale non fanno corrispondere un aiuto concreto. Inoltre noto un astio diffuso tra i miei colleghi, perché il bacino di clienti non è grandissimo.

Il su misura è qualcosa di voluttuario e noi non sappiamo fare quadrato come gli inglesi, che per esempio hanno creato Savile Row. Un approccio purtroppo comune a tutto l’artigianato italiano. I grandissimi nomi del passato stanno scomparendo senza lasciare eredi, come nel caso di Gatto a Roma e Messina a Milano».

Il giovane calzolaio romano Francesco Masci, il guardiano dell'arte

La richiesta tipica che gli viene fatta dalla clientela, quasi tutta italiana tranne qualche americano, tedesco e cinese, è un scarpa da ufficio cucita a blake, magari un po’ più vistosa, e rigorosamente un paio per volta. Ma Masci ha talento, passione e creatività da vendere. Cuce anche il norvegese, il tirolese, il solettato a mano («da molti chiamato goodyear», puntualizza) e il guardolo tedesco, un solettato cucito nello spazio tra la tomaia e il guardolo, fatto da pochi. Realizza anche modelli con il rialzo nascosto. Non fa il blake-rapid, che trova «né carne né pesce». Tiene, al proposito, a sfatare un mito: «Il blake non è peggiore del cucito a mano. Ciò che lo ha rovinato è che negli anni 70-80 è stato usato male da fabbriche italiane di scarsa qualità». Il suo stile è una crasi, spiega: «Come dice Giancarlo Maresca, la scarpa inglese è scultorea, quella francese pittorica e l’italiana è un connubio delle due. A Roma eravamo orientati verso lo stile inglese a opera di Gatto e Laudadio: io ho cercato di seguirlo, con forme classiche, punta tonda allungata e un po’ più flessibile della media, dato che mi viene richiesta dai clienti. Cerco di impiegare materiali italiani come pellami e fodere toscani e cuoio Presot. Metto le puntine di metallo sotto la suola, accorgimento che permette di allungare la vita di una scarpa fino a tre volte, e sto cercando di far capire che anche il colore è una cosa bella, e di far apprezzare modelli passati in subordine come le sportive saddle degli anni 40-50 e lo stivaletto da pugile».

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