EDITORIALE CATEGORIA NEWS BOCCIATI & PROMOSSI RUBRICHE EVENTI INVIA LE TUE STORIE
Auto con il fascino
degli «Anta»
Una galleria di modelli che non hanno cambiato nome. E che stanno scrivendo la storia dell’auto. Da oltre 40 anni
DI Enzo Rizzo

110_MONS

Tempo medio di lettura: 5'

Sempre presenti. In pratica sempre con lo stesso nome (tre eccezioni: Corolla, dopo 41 anni Auris e con all’attivo oltre 40 milioni di esemplari prodotti; Jeep Cj, dall’86 Wrangler; Land Rover, Defender dal ’91). Hanno vissuto impavide tra dopoguerra e boom economico, superato crisi petrolifere e arrivo dell’elettronica, attraversato cambio di millennio, crisi del decennio scorso, i nuovi mercati orientali e le metamorfosi di marchi e gruppi con acquisizioni, fusioni, accordi e nomi storici delle quattro ruote scomparsi.

 

E sono proiettate nel futuro recependo le ultime tecnologie in fatto di chip e bit, pronte a gettarsi in una delle grandi partite di domani che si giocano sui campi dell’elettrico, dell’idrogeno o della guida autonoma, allontanate dai centri urbani a colpi di zone pedonali, area C e Ztl. Stiamo parlando di automobili universalmente riconosciute, che segnano il punto zero di tendenze e preferenze oggi date quasi per scontate: prendiamo i Suv per esempio, tutti discendenti dalla Range Rover (anno di nascita 1970), versione curata, comoda e veloce dei fuoristrada (leggasi Land Rover, classe ’48; Jeep Willys/Wrangler, 1945; Toyota Land Cruiser, 1951) che, smesse le divise militari hanno indossato abiti civili per essere protagonisti non solo in patria ma anche in tutti questi posti del mondo dove le strade asfaltate sono un optional. La Land Rover a fine anno saluta la folla, che già la rimpiange, dopo due milioni di esemplari prodotti, il 70% dei quali ancora in circolazione.

 

Auto, non solo questi fuoristrada che, confrontate ai modelli attuali, fanno sorridere da qualunque punto di vista le si guardi. Le dimensioni in primis: più corte, più basse e soprattutto più strette di quelle di oggi (basti pensare solo alla larghezza dei box dei palazzi costruiti negli anni 60 e 70 e alla fatica per scendere dalle lunghe portiere…),  nei decenni hanno guadagnato in comfort, in sistemi di sicurezza attiva e passiva e in prestazioni a cilindrate decrescenti e potenze crescenti. Per esempio, la Golf I del 1974, con trazione e motore anteriori progettata da Giorgetto Giugiaro, una rivoluzione copernicana per il marchio abituato al Maggiolino a trazione e motore dietro, era lunga 3 metri e 71, larga 1 e 61, alta 1 e 40 e pesava 770 kg con motorizzazione base di 1.100 c e 50 cv; oggi siamo alla settima generazione lunga 4,26 metri (+55 cm), larga 1,79 (+18), alta 1,44 (+4) e 1.179 kg di peso (+409), con motorizzazione base di 999 cc e 115 cv, ossia 65 cavalli in più della capostipite con 100 cc in meno! Si diceva del Käfer, ossia maggiolino in tedesco, anno di nascita 1939: così come la Land Rover, la Mini, la Porsche 911 e la Fiat 500 costituiscono quel gruppo di auto che sono rimaste fedeli alle forme originali attualizzate in onore delle normative di sicurezza che, come scritto prima, le hanno fatto lievitare nelle dimensioni. 

 

 

Se la 911 del 1963 (doveva essere 901 ma Peugeot diffidò la Porsche a usare quella denominazione perché depositaria delle sigle a tre numeri con lo zero in mezzo) era e resta un capolavoro di meccanica con quel motore boxer raffreddato ad aria (l’acqua arriverà nel 1993) montato a sbalzo sul posteriore, più 2+2 posti che gridavano al miracolo in fatto di abitabilità, la 500 del 1957 ne reclamava addirittura di più di miracoli visto che sotto la regia del geniale Dante Giacosa i posti erano sempre quattro in tre metri di macchina, con propulsore da mezzo litro montato dietro. Un’altra rivoluzione in casa Fiat che in un colpo solo sostituì più che egregiamente la Topolino e motorizzò l’Italia con le code di questa simpatica auto con valigie stipate sul tetto sulla neonata autostrada del Sole nel 1964. Anche sir Alec Issigonis non fu da meno con la Mini del 1959, altro capolavoro su quattro ruote da tre metri.

 

Chissà cosa ne pensa da lassù a vederla oggi in splendida forma maxi. Sicuramente ieri come oggi si fa apprezzare per l’eccezionale stabilità e tenuta di strada, dote quest’ultima che invece aveva lasciati perplessi i primi proprietari della 911 così come quelli della Bmw Serie 3 (1975) soprattutto sul bagnato. Ma la tedesca di Monaco aveva quell’irresistibile piglio sportivo che ha conservato intatto nei decenni insieme alla trazione posteriore, ma non mi stupirei, anche se mi dispiacerebbe, se l’attuale fosse l’ultima con le ruote che spingono anziché tirare. Già, stiamo comunque parlando di anni, i 70, dove elettronica e servoassistenze non erano contemplate. Figurarsi airbag, sensori di parcheggio e connessioni. Allora contavano la sensibilità nel sentire la macchina sotto il sedere, il piede e le mani sullo sterzo. Ma questa è un’altra storia…

 

Il primo (modello) no si scorda mai

 

Effettua il login per visualizzare l'articolo completo - clicca qui