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Alessandro Squarzi ha realizzato il sogno che aveva sin da ragazzo: dare qualcosa al mondo dell’abbigliamento. Ispirandosi solo alla passione
DI Alessandro Botré - FOTO DI Stefano Triulzi

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Tempo medio di lettura: 5' 25''

Alessandro Squarzi ha sempre sognato di lavorare nel mondo dell’abbigliamento. Anche quando, da ragazzo, dopo il diploma in ragioneria e il servizio militare faceva il rappresentante per prodotti di erboristeria, era malato per il vestire e andava regolarmente dal sarto a Forlì, sua città natale. Se i suoi amici compravano i jeans da Armani, lui cercava i Levi’s vintage. Ed è tuttora un cultore del vintage: a Forlì ha un capannone di mille metri quadri che ospita un archivio di capi storici con centinaia di pezzi tra cui numerosi giubbotti di pelle anni 30 e militari. Ma torniamo al sogno di Alessandro Squarzi: lavorare nell’abbigliamento.

 

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Alessandro Squarzi, a bordo della sua Vespa, indossa l’inseparabile pantalone bianco, a cui abbina un paio di Edward Green forma 202 in camoscio. La giacca, confezionata dal sarto di Fortela, il suo marchio di abbigliamento, è in Shetland, così come la maglia a collo alto: è uno dei materiali preferiti di Alessandro.

Classe 1965, ha iniziato a realizzarlo nel 1992, lavorando come commesso in un negozio a Forlì. Da commesso è diventato agente: grazie alla sua intraprendenza ha portato il fatturato dagli 8 miliardi di lire iniziali a 50 milioni di euro in 13 anni. Poi, con amici, ha dato vita al marchio di jeans Dondup. «Il jeans va preso blu scuro e indossato a lungo affinché si personalizzi, prendendo addirittura le tue forme. Cerco di trasmettere questa cultura», racconta Alessandro. «Ho sempre lavorato con grande passione, senza pensare al denaro, poi con gli anni sono arrivate anche le soddisfazioni economiche. Oggi ho anche il mio marchio Fortela, che conduco con quella stessa passione che mi anima da sempre: produco quello che avrei sempre desiderato trovare nei negozi senza mai trovarlo.

 

Viaggiando per il mondo, vedevo che c’erano bei tessuti, ma con vestibilità sbagliate. Il nome doveva essere Tela Forte, ma non era registrabile, essendo parola di uso comune: così ho invertito i termini. È un marchio che rispecchia quello che sono io. Per i pantaloni uso tessuti giapponesi, rigorosamente rigidi e non stretch, confezionati in Italia. In Giappone hanno i vecchi telai denim americani, e non solo. I miei capispalla riportano in vita tessuti che stavano andando nel dimenticatoio». La collezione presentata a gennaio a Pitti Immagine è composta da gilet, giacche e cappotti cuciti con tessuti ricavati da kilt vintage.

 

 

 

Prosegue Alessandro: «Sto usando dei coprimaterasso dell’esercito francese degli anni 50 nuovi, in canapa e lino: sovratingo e creo gilet e giacche. Disegno tutto io. Ho un grande successo in Giappone, dove i mie pezzi si trovano per esempio da Beams, United Arrows o Tomorrow Land. In Italia da Excelsior e Antonia a Milano, da Sugar ad Arezzo, da Barrows a Bologna, da Fluo a Firenze. Ho un altro marchio di sneaker che si chiama Atlantic Star, forte in Giappone e Corea. Poi produco i parka AS-65, sulla base di vecchi M-51 o M-65: lavo, sterilizzo, rimetto in taglia, rammendo e fodero con la pelliccia di visone, cincillà, coniglio, volpe, murmasky. I costi partono da 3mila euro».

 

A febbraio inaugurerà a Milano un monomarca Fortela in via Melzo, zona Porta Venezia, con dentro un’autentica macchina da cucire Union Special con cui si realizzavano gli orli, e che verrà utilizzata nel negozio. Alessandro non ama i marchi blasonati: gli piace comprare i tagli di tessuto, magari al Vecchio Drappiere a Milano, e andare dal sarto per commissionare abiti e cappotti. I suoi sarti sono due: il primo è Alfonso, di Rimini, di 87 anni, che fa dei cappotti meravigliosi. L’ultimo l’ha cucito con vari tagli di Harris Tweed. L’altro è Bruno Giorgi, di Cesena. Etichette cucite a mano, fodere in canapa e lino, linee armoniche, pantaloni con doppia pince, tasche oblique con la pattina più bassa, tessuti rigorosamente cardati. Molti gilet hanno i revers.

 

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al polsodi Squarzi il Patek Philippe 3970.

Alessandro ama variare sia con i petti sia con gli spezzati: in particolare ama i pantaloni bianchi, di cui ha una collezione. «Mi piace giocare con il classico, e preferisco indossare capi che abbiano una storia, piuttosto che cose nuove». Decine i giubbotti di pelle, come il Buco, o quelli da pilota delle guerre di Corea e Vietnam. Non mancano ovviamente i cappotti Fortela: su modello doppiopetto dell’esercito italiano o inglese, in cashmere, o in lana pied de poule sul disegno dello spolverino Aquascutum. Ma anche impermeabili di Mackintosh o cappottine da marina.

 

Tra le giacche, si va dalle Attolini a quelle ricavate da coperte militari, mentre alcuni gilet fanno rivivere vecchie field jacket in cotone. Abiti solaro, tre pezzi con gilet doppiopetto a revers sciallato, tanti tweed, fodere in shantung, morbide flanelle di Fox. Non c’è un tessuto leggero, neanche per l’estate, tutto deve cadere a piombo; uno smoking bianco in lana leggera di Attolini, uno blu e uno nero. C’è anche la zona più casual, dalle felpe vintage ai maglioni a collo alto in ruvida lana Shetland, tessuto che Alessandro ama più di tutti, anche più del cashmere. Lui non ha dei canoni rigidi, se non di fare quello che si sente. 

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