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Tanto
di cappello
Un po’ «leone» e un po’ «gagà», il giovane avvocato napoletano Giovanni Chianese ha accumulato una collezione di capi vintage unica, ispirata agli anni 10 e valorizzata da un portamento raro.
DI Alessandro Botrè - FOTO DI Stefano Triulzi

Tempo medio di lettura: 4' 15''

Penso che la gente si vesta come per difendersi dal prossimo e passare inosservata. C’è paura sociale di mostrarsi, di apparire e di essere. “Meno sono e meglio sto”, salvo poi sfogarsi diversamente. La maniera sana di vivere il contesto sociale secondo me è rispecchiata soprattutto dall’abbigliamento, ed è attualmente deviata». È tacitiano Giovanni Chianese, avvocato trentaduenne napoletano residente nel centro della capitale borbonica. È nato in campagna, caratteristica che traspare nella moltitudine di capi d’abbigliamento accumulati in una dozzina di anni e in centinaia di chilometri percorsi tra i mercatini partenopei. Capi che indossa con un portamento raro. Come sempre più appartenenti alla sua generazione, rifiuta l’imposizione di capi insignificanti e costosi e sceglie la via della ricerca, della verità, dell’economicità, dell’ecologia: il vintage.

La spettacolare parata di cravatte vintage, in rassegna sulle ante della scarpiera. Vanno dalle regimental a quelle in tweed, passando per le fantasie.

Impressionante la quantità e la qualità degli indumenti, dalle giacche in tweed alla decina di smoking, ai frac, tight, alle centinaia di cravatte, papillon, bretelle, cappotti, pantaloni in whipcord, stivali da equitazione, camicie inamidate inizio secolo, scarpe. A proposito di quest’ultime, è una delle poche persone a possedere ben cinque paia di Gatto, calzaturificio romano che fece la storia. «La mia è una raccolta non sistematica, un’accumulazione che risponde a un’esigenza di bello», racconta Giovanni Chianese. «È di fatto uno spaccato di quello che è stato creato per lo più a Napoli negli anni 60-70-80. Ci sono certe categorie di capi che si trovano spesso, mentre devi essere molto fortunato per trovare quelli più particolari, o altrimenti farteli fare. Attualmente non mi posso permettere la sartoria tanto in termini di denaro quanto di tempo. Mi riprometto di farlo in futuro per pochi capi particolari che non ho ancora scovato come la norfolk jacket o il burma. I più bei mercatini qui a Napoli fino a poco fa erano nei campi dei rom. Questo perché oggi questo genere d’abbigliamento, per quanto sia stato costoso all’epoca, bello e fatto su misura, ha valore zero».

Bottoni in metallo militari di varie armi: in particolare quelli dorati sono dell’Aeronautica.

Parliamo di 50 centesimi, un euro o due per giacche in tweed. Gli stessi capi in mercatini o negozi blasonati a Londra, Milano o Firenze costano centinaia di euro o di sterline. Soprattutto le scarpe hanno prezzi più elevati, in base al ragionamento che la scarpa è la prima cosa che uno deve avere, in cui si rispecchia anche Chianese, che prosegue: «I miei riferimenti sono il mercato di Gianturco, quello notturno a piazza Garibaldi, la domenica ad Agnano, che oggi si tiene nell’ippodromo, Poggioreale ma è più antiquariato e modernariato, corso Malta e il sabato mattina a Quarto. Ho cominciato intorno a 19-20 anni. Una mattina, mi sono svegliato alle sei e ho deciso che volevo tornare al mercatino perché c’ero stato con mio padre da piccolo. Sono andato nella zona di Poggioreale e ho trovato un bar aperto. Ho preso il caffè e ho chiesto informazioni sul mercatino. Mi hanno indicato dove fosse aggiungendo: “Non si fermi lì, stia attento, perché ci sono gli zingari”. Come prima cosa ovviamente mi sono fermato dagli zingari, che avevano la merce più bella. Mucchi di vestiti dove ogni tanto spuntano tessuti, asole, bottoni, dettagli che vanno identificati come fatti a mano. Col tempo ho imparato a distinguere in quelle masse informi di pezze le giacche di sartoria da quelle di confezione. Secondo me, i sarti migliori sono morti». Predilige i tessuti invernali, ruvidi e pesanti, le giacche che stanno in piedi da sole, le fantasie a quadri, molto vistose, le righe molto larghe. Ha anche qualche tessuto morbido, ma non lo fa sentire vestito. I suoi esempi di stile sono stati Salvatore Parisi, ma soprattutto suo padre e suo nonno, il quale non vestiva se non in giacca, cravatta e cappello.

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