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Il gentiluomo
di campagna
A Luca Segattini, di Pastrengo, il mondo classico è entrato nel Dna. Lo vive intensamente, approfondendo e tramandandolo con passione
DI Alessandro Botré - FOTO DI Stefano Triulzi

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Tempo medio di lettura: 4' 40''

Era l’alba del 1600 quando un ramo della famiglia Segantini modificò la prima «n» del cognome in un’altra «t», generando così la futura stirpe dei Segattini. 250 anni più tardi, nel basso Tirolo, vide la luce il pittore divisionista Giovanni Segantini. Qualche decina di chilometri di più a sud, e parecchie decine di anni più tardi, nacque a Pastrengo Luca Segattini, che del lontanissimo cugino porta nel sangue attenzione alle cromie, alle luci, alle stagioni. Una sensibilità che si riflette immancabilmente nel suo guardaroba, così come nell’arredamento della sua dimora, una villetta nell’ameno paese di Pastrengo, nell’entroterra di Lazise, teatro di scontri con gli austriaci.

 

A pochi metri dal salotto, le vigne di famiglia, che producono un ottimo Bardolino Doc. Partiamo con l’analizzare la cabina armadio dalla sua peggior malattia: i bottoni. «Amo in particolare quelli in vera madreperla australiana», rivela Luca. «La maggior parte dei bottoni oggi purtroppo sono fatti di plastica. Altrimenti vengono prodotti dalla conchiglia throcus: sono belli e costano un terzo della madreperla, ma non durano una vita come lei». Luca ne ha una collezione, con sacchetti ancora intonsi dagli anni 70: madreperla, corno chiaro, bombati in metallo ordinati dall’Inghilterra, marroni da campagna, da sparato dello smoking.

 

 

Ci viene spontaneo spostarci verso le camicie. «Ho ancora le prime Sabatini, Kiton, Borrelli e Barba. Ora la mia camiciaia è la signora Giuliana, di Verona, che purtroppo ha già 72 anni. Me le faccio confezionare con giromanica ribattuto e asole a goccia. Un vezzo estetico, questo, che però ne facilita anche la chiusura». Volgendo lo sguardo ai capispalla, anche chi non conoscesse Luca Segattini intuirebbe che abita in campagna. Tra i completi spiccano uno Scottish Tweed da quasi 600 grammi, un Harris Tweed, un doppiopetto in flanella, un Harrisons da mezza stagione. Uno Shetland è in lavorazione da Adamo de Togni, suo sarto di fiducia di Raldon, Verona. Poi i blazer: una vecchia lana di Zegna, un Harrisons da 650 grammi con il gilet (così pesanti da rendere spesso inutile il cappotto), un hopsack blu con bottoni bombati in argento. Tra i pantaloni, tanti cavalry e flanelle. Tutte le scarpe parlano inglese: John Lobb, Alden, ma soprattutto Edward Green, che secondo Luca adesso eccelle nel semiartigianale. Belle le brogue di Trickers che erano da buttare via e sono state rimesse a nuovo da Alexander Nurulaeff, artigiano restauratore russo che lavora a Parma.

 

«Sono sempre stato appassionato di scarpe inglesi», racconta Luca, «a partire dal paio di Saxon che usavo da ragazzo. Le abbinavo a scuola con Shetland a V, cravatta e pantaloni Incotex. Mi vestivo a Verona da Lancini, dove lavorava come commesso Gianni Dal Cortivo. Mio nonno materno vestiva su misura, usando molto gli spezzati. Ho ancora alcuni suoi fazzoletti e cravatte. Il gusto lo avevo, dovevo evolvere.

 

Ho iniziato ad andare dal sarto quando ho scoperto il Cavalleresco ordine, leggendo Monsieur, nel 2006. Amo i tessuti inglesi, i vintage, giro per vecchie sartorie. Purtroppo parliamo un linguaggio morto, che siamo in pochi a conoscere. Oggi quando nomini tessuti o fogge la maggior parte della gente ti guarda stupita, però poi si affascina. Molti vorrebbero vestire bene, ma non conoscono la base». Il problema, come sempre, è culturale: manca l’educazione. «Quando parto a raccontare la storia dai tessuti, magari con colleghi di mia moglie, chi vuole capire mi dice “Vai avanti”, e si fanno le due di notte con il vino e il camino che vanno. Cerco di dare molto alle persone vicine a me, dal conoscente all’amico. Chiaro che ci vogliono anche i mezzi, ma un guardaroba base di sei giacche è alla portata di molti, basta volerlo.

 

Oggi si dice “un vestito elegante”, che non vuole dire niente. Bisognerebbe fare dei convegni per i giovani, portare l’abbigliamento a scuola come educazione civica. Una volta si vendemmiava in cravatta, gilet, pantalone e scarpe. La moda e le grandi catene stanno distruggendo tutto. Ralph Lauren invece, che era un grande, chi lo capiva? A chi non è avvezzo al nostro mondo classico, consiglio di entrare nel suo sito Internet e osservare, al di là del cavallino alla moda».

 

Mentre parliamo, Luca tira fuori decine di bunch del lanificio inglese Fox, una più bella dell’altra. Le usa per tenere lezioni a giovani appassionati. Sfogliando le lane, prosegue: 

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