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La sobrietà e il rigore sono i concetti chiave del codice estetico di Paolo Paolillo, gioielliere romano
DI Alessandro Botré - FOTO DI Luciano Di Bacco

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Tempo medio di lettura: 1' 20''

«Sai qual è il vestito più bello creato dall’uomo?». Paolo Paolillo per un attimo sveste le sue guise di intervistato e mi pone questa domanda. Stiamo chiacchierando di arte contemporanea, di cui è collezionista. Arrivati al punto cruciale («Ma cosa è arte e cosa no?»), girando intorno al concetto di icona, spara a zero questo quesito. «Lo smoking, o qualche uniforme militare», rispondo. «No», ribatte lui, «è il frac. Anche se non si usa più come una volta, è l’abito per eccellenza, trascende il tempo. Se tornassimo indietro di 2mila anni e passeggiassimo per le colorate strade di Roma indossando un frac, tutti si girerebbero a guardarci da quanto è bello».

 

Da questa sua teoria, si evince una caratteristica dell’animo di Paolillo, inevitabilmente riflessa nella composizione del suo guardaroba. Il suo gusto estetico si regge su solidi paradigmi, che applica con una genuina spontaneità. Il concetto chiave è sobrietà. Il suo è un Bushido (l’antico codice Samurai) imperniato sui capi-saldi, ovvero su quegli indumenti con cui si trova a proprio agio e che possiede in quantità, perché per lui rappresentano una corazza. Sarà forse per questo che tra i numerosi e ricercati pezzi d’arredamento della sua dimora troviamo un’armatura samurai di fine ’700.

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