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Lo sport
che fa crescere
Il Mercedes Benz Centre di Milano ospita Laureus F1 Charity Night, una serata per raccontare e sostenere, in compagnia di tanti campioni dello sport, i progetti di Fondazione Laureus Italia. Un modello vincente di cambiamento sociale. Dal basso.
DI Mattia Schieppati

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Tempo medio di lettura: 8' 5''

Quando dal palco del Laureus World Sports Awards, il gran gala che ogni anno premia i migliori sportivi di diverse categorie e discipline, senti dire che «lo sport ha il potere di cambiare il mondo», pensi che sì, si tratta di una bellissima frase, che rischia però di rimanere un enunciato di grande speranza difficilmente in grado di trovare nella realtà le gambe su cui camminare, anzi correre.

 

Poi, spente le luci della serata popolata da grandi stelle dello sport e dello spettacolo, ti ritrovi in un campetto o in una palestra di uno dei tanti quartieri off limits della nostra Italia marginale, Librino, Scampia, Quarto Oggiaro, Prenestina, luoghi trasformati in ghetto da cronaca nera. E quella frase la senti pronunciare con entusiasmo da un allenatore circondato da ragazzini di 12 anni, alcuni dei quali provenienti da comunità di accoglienza per minori fuori famiglia. O da una psicologa che sul bordo di una piscina di periferia osserva quasi con le lacrime agli occhi una partita di pallanuoto che fa da collante tra bambini che fino a poche settimane prima passavano il tempo tirando sassi alle finestre dello stesso impianto sportivo in cui ora ridono passandosi la palla. Oppure, nelle parole di un’insegnante di scuola media che lotta ogni giorno contro la piaga dell’abbandono scolastico, e tanti dei suoi alunni riesce a tenerli in classe proprio perché fuori, «nello sport», hanno trovato il modo di esprimere la propria personalità, e hanno riscoperto il valore di crescere.

 

È solo così, in tante piccole microstorie di disagio, di lotta e di crescita, che si comprende come davvero oggi, in Italia, lo sport stia «cambiando il mondo» di centinaia di bambini e adolescenti difficili, delle loro famiglie, e di tutta quella fitta rete di soggetti e di relazioni che intorno a questi ragazzini gravita: la scuola, i servizi socio-assistenziali del comune, gli oratori, le stesse società sportive. Motore del cambiamento è Fondazione Laureus Italia, onlus nata nel 2005 come emanazione italiana della Laureus Sport for Good Foundation, realtà globale nata dall’impegno filantropico di due grandi aziende, Daimler e il Gruppo Richemont, che trovò come primo e infaticabile testimonial Nelson Mandela oltre a decine di stelle dello sport che sono oggi attivi e partecipi ambasciatori, e opera oggi in tutto il mondo con 150 progetti di cui beneficiano oltre due milioni di minori.

 

Una grande e ottimamente organizzata macchina della solidarietà che, nel mondo come in Italia, opera per risolvere situazioni di disagio giovanile attraverso attività sportive e percorsi di sostegno educativo e psicologico, con l’obiettivo di aiutare e rafforzare ragazzi e bambini che provengono da contesti sociali differenti e spesso disagiati affinché affrontino la vita con l’energia e i valori positivi della pratica sportiva. «Il lavoro che svolgiamo quotidianamente in Fondazione Laureus Italia», spiega Daria Braga, direttore generale, «è proprio questo: partire dallo sport come punto di contatto e di aggregazione per i ragazzi, e da lì tessere le file di questa “rete” di realtà educative che in vari modi e con diverse competenze ruotano intorno alla quotidianità dei minori: le attività sportive che gestiamo attraverso i nostri progetti prevedono, oltre al coinvolgimento degli allenatori, la presenza in campo anche di educatori e psicologi, per far sì che la pratica sportiva sia strumento per la realizzazione di obiettivi educativi più ampi. Il fatto sportivo è il grimaldello attraverso il quale si conquista l’attenzione, l’entusiasmo e la fiducia dei ragazzi: ma il compito è farli crescere come persone».

 

 Sono cinque i progetti che attualmente la Fondazione, grazie al sostegno dei due global partner Mercedes-Benz e Iwc Schaffhausen più altri sponsor tecnici, ha attivi in Italia, che danno sostegno a 1.500 bambini e adolescenti dai 6 ai 18 anni, minori che vivono situazioni di disagio familiare, difficoltà sociali e relazionali, sono a rischio emarginazione e abbandono scolastico. «Quello che proponiamo», spiega Braga, «è una sorta di sliding doors: diamo loro la possibilità di imboccare un diverso percorso di vita. Più il ragazzino sente di essere in un ambito protetto, che gli dà fiducia, più tira fuori le risorse positive che ha in sé».

 

 

Il meccanismo sviluppato da Laureus Italia rappresenta una specificità unica: alla base c’è la capacità di costruire una rete di partner territoriali formata da associazioni sportive, servizi socio-assistenziali dei comuni, oratori, altre realtà del non profit, ma anche le stesse scuole, tutti enti che hanno in carico minori a rischio: su segnalazione di queste realtà Laureus, a seconda delle disponibilità, non solo si assume l’onere dei costi della formazione sportiva di alcuni di questi minori, ma si occupa della formazione degli allenatori e degli educatori che operano presso le società sportive nelle quali questi minori vengono inseriti. «Siamo convinti, e i fatti ci danno ragione, del ruolo chiave che svolgono gli adulti in questo percorso, e dell’importanza che riveste la formazione degli adulti che a tutti i livelli, e nelle diverse competenze, entrano in rapporto con i ragazzi. Il lavoro che fanno i nostri educatori con gli allenatori delle società sportive con cui collaboriamo è ciò che fa la differenza. Il primo passo per far crescere i bambini è responsabilizzare gli adulti».

 

Secondo elemento chiave, e anche questo specifico della realtà italiana, è appunto la costruzione di reti di rapporti e relazioni territoriali forti e articolate. «L’insegnante, l’allenatore, l’educatore… sono tutte figure che interagiscono con il ragazzino in maniere e contesti diversi. Per comprendere però la personalità, i problemi e anche le potenzialità bisogna costantemente mettere a confronto questi diversi punti di vista: solo così si può intervenire in maniera positiva», conferma Braga. Se la presenza sul campo ti trascina con entusiasmo, e la felicità di vedere tanti ragazzi nei quali l’aria di sfida e da bullo di strada si trasforma in sorriso e in energia spesa dietro a un pallone o su un tatami da judoka rischia di far prevalere su tutto il lato emozionale del sistema-Laureus, per soppesare il vero valore di questa organizzazione bisogna rimettere in moto la parte razionale, far parlare di numeri. Partendo da quell’attentissimo sistema di monitoraggio e di valutazione che attinge alle più avanzate teorie che muovono la filantropia contemporanea.

 

La grande sfida oggi, in tutto il mondo, è questa: il mio sforzo sta davvero cambiando, in meglio, la situazione su cui ho deciso di intervenire? E, se sì, quanto? Fondazione Laureus Italia queste domande «se le fa ogni giorno», conferma Braga, e le risposte stanno in un’attività di misurazione affidata a centri di ricerca universitari specializzati (l’Università Bocconi e la Cattolica di Milano), che confermano come lo Sroi, il Social return on investment, della sfida di Laureus produca effetti importanti. Secondo lo studio effettuato dalla Bocconi su uno dei progetti della Fondazione, il Midnight Basketball (riportare i campetti di periferia che di notte si trasformano in luoghi di spaccio e criminalità alla loro funzione originaria: spazi in cui coinvolgere i ragazzi nel gioco del basket), ogni euro investito in questo progetto «vale» 5,02 euro che la collettività formalmente risparmia in termini di riduzione del crimine, di abbandono scolastico e di problemi di salute. Sembra incredibile ma è proprio così: è investendo un euro alla volta, con una fiducia incrollabile nel bene, che si può davvero cambiare il mondo. Anche attraverso lo sport.

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