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Il poeta
dell'eleganza
Creatore di gioielli, collezionista, bon vivant all’ombra dei faraglioni: Pietro Capuano alias Chantecler emerge da Arbiter del 1955 come maestro di stile intento a fare dell’esistenza un’opera d’arte
DI Ascanio

Il ritratto di Ascanio su Antonio Capuano, pubblicato sul numero 179 del 1955 di «Arbiter».

Tempo medio di lettura: 5' 25''

Il velluto è il suo «dada». Lo sceglie, quando gli viene il ghiribizzo d’una nuova giacca o d’un nuovo paio di pantaloni, con delicatezza che fa pensare al gatto di una storia di André Maurois «che si posa con grazia». E gli armadi di chiaro acero della sua villa racchiudono, di già, quarantasei giacche, quarataquattro pantaloni del più pregevole velluto. La sua arte di vivere farebbe la gioia di Robert d’Harcourt. E quella di Bacone: ars est homo additus naturae. Poiché egli è, davvero, un tutt’uno con la Natura che gli è dintorno; e da essa trae il desiderio (o l’ispirazione) dei colori per il velluto che indosserà. Il conte Pietro Capuano, di vetusta famiglia napoletana, è più conosciuto, nella società internazionale, come Chantecler: e, ancora oggi, egli appare l’uomo delle giovanissime e frementi inglesi che, la domenica, si recavano da William Morris. (Ricordate, voi, quelle coquettes, che si vestivano in serge blu e, per tutto ornamento, avevano collane d’ambra?).

 

 

Egli ben sa che l’eleganza è come la danza: une des ruses puissantes de l’espèce; un filtro sottilissimo e inavvertito sì che, grazie ad esso, si può (come disse Goethe) «vedere Elena nella sua interezza di donna». Gaio nella gentilezza, schietto nella cordialità, pronto nella affettuosità, egli ha, pur tuttavia, riservatezze improvvise tal quale fantasticherie solitarie, lunghi silenzi, fughe impreviste: per vivere in quiete, in solitudine. Lettore di Goethe egli sa che die ganze Arbeit ist ruhig sein («tutto lo sforzo sta nell’essere calmo», ndr). In verità, non saprei dire, però, s’egli abbia fatta sua la massima di La Rochefoucauld o quella di Corneille o quella di Swinburne. Ma so, come tutti i suoi amici sanno, che un lesto galletto è effigiato all’ingresso della sua villa.

 

Un personaggio, dunque. Un uomo che (per dirla con Maurois) ha accettato una gran parte delle regole che l’umanità, prima di lui, ha riconosciute per necessarie; ma che, d’altro canto, s’è posto, come mèta, le mitiche rive del regno d’Utopia; e, di contrapposto, come il prudente Ulisse, non domanda di più agli dei. Forse, in età giovanile, egli ha letto attentamente, in gran segretezza, i Discours sur le Passions de l’Amour; per certo, egli ha fatto suo il De l’Amour di Stendhal. Ma, a differenza dell’uomo di Shaw, egli sarà sempre il ragno e non già la mosca. Come per l’amore, così per l’eleganza. Essa è in lui nella più naturale armonia. Ascoltai, un giorno, or sono pochi anni, una giovane donna, seducentissima, dire di lui: «È il poeta dell’eleganza…». Sono in molti a copiarlo, ad affettare di vestire «alla Chantecler». Ma è copia grossolana, risibile. Perché se è esatto che i più seguono la moda per destare l’attenzione dell’altro sesso, Chantecler (discepolo di Maurois) se refuse à l’uniformité.

 

Nel 1954 Ingrid Bergman nella boutique Chantecler ammira una collana allo specchio che le porge Pietro Capuano.

 

Fu un caso incontrarlo, l’altra mattina, sulla banchina del porto di Napoli giusto mentre stava per porre piede sullo scalandrone d’un bianco piroscafo in partenza per l’Egitto. Indossava un soprabito di vigogna tabacco scuro sulla giacca blu di flanella e i pantaloni di vigogna bigi. La camicia azzurrina di finissimo cotone, la cravatta di lana blu a motivi celesti e bianchi. Le calze di morbido cachemir blu. Le scarpe di camoscio, della stessa tonalità del soprabito. Se v’è chi fa collezione di francobolli e chi di farfalle (quelle di giarrettiere femminili sono, ormai, in disuso…); e chi, come Mario Cussino, ama creare preziosissime ceramiche per proprio diletto, Chantecler crea gioielli: pezzi unici, ben s’intende.

 

Jacqueline Kennedy, Susanna Agnelli, il fotografo Benno Graziani, il principe Stanisław Albrecht Radziwiłł e Gianni Agnelli.

 

È un modo come un altro di passare il tempo, del resto. Ma a me interessava intervistarlo non sui gioielli ma sull’eleganza maschile. «Lei è arbitro», disse, «di aprire i miei armadi, i miei cassetti. E sia certo che il mio galletto resterà muto ad ogni sua curiosità giornalistica». E fece un cenno al domestico, ch’era a pochi passi. Rispettoso e tacito, questi fece intendere d’aver ben compreso. Così, non un chicchiricchì turbò la mia piccola indagine tra i politi armadi e i preziosi cassettoni della villa di Chantecler. Divertentissima indagine. E minuziosa. C’era, nella vasta stanza che ha funzione di guardaroba, una morbida poltrona. Vi presi posto e dissi al domestico d’immaginare che il portabiti di lucido mogano fosse il conte. E, subito, soggiunsi: «Se fosse mattino, come si vestirebbe?». Senza far motto e, a colpo sicuro, il domestico «vestì» il portabiti d’una camicia di finissimo lino bianco, d’un pantalone di rasolino blu, d’una giacca di tela cremisi. E pose un paio di sandali bianchi. Allora dissi: «E se fosse sera?». In pochi istanti, sul portabiti furono una delicata camicia bianca, pantaloni di gabardine nera, una giacca di morbido e lieve velluto porpora. I sandali, questa volta, di vernice. Dissi, ridendo:

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