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Il potere
del cazzeggio
Il canone umanistico che ha formato le generazioni passate ha ancora un senso e un’utilità? Di certo, pare che la distrazione ci aiuti a essere più intelligenti, a migliorare memoria e resilienza
DI Giuseppe Martini

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Tempo medio di lettura: 2' 50''

Se prima di scrivere una relazione vi siete fermati a giocare a solitario sul computer, a scacchi sullo smartphone, a sparatutto sul tablet e vi siete vergognati, l’errore non sono gli scacchi, il solitario e lo sparatutto, ma il fatto che ve ne siate vergognati. Avete fatto semmai la cosa giusta, perché svagare la mente fino alla periferia dell’abbrutimento è fondamentale per ristorarla. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma Srini Pillay, neuropsichiatra e docente alla Harvard University, in Il potere del cazzeggio (in Italia per Centauria, 17 euro) la racconta mostruosamente bene. Il nocciolo è: le capacità cognitive crescono alimentando la disattenzione in alternanza alla concentrazione in un ritmo equilibrato e spontaneo. C’entra una certa attività dell’amigdala e della corteccia frontopolare, dell’insula anteriore e del precuneo, ma per istinto già lo sapevamo e il risultato comporta il miglioramento della memoria e il recupero di esperienze importanti. Pillay suggerisce di muoversi, dormire, giocare, parlare da soli. Dopo, verosimilmente, sarà tutt’un saper memorizzare dati a raffica, scrivere pagine su pagine in poche ore, rammentare l’irrammentabile.

 

Ecco, per esempio. Ricordo di un fisiatra, 20 anni fa (mi ero rotto un braccio): a una mia risposta necessariamente circostanziata a una sua domanda, stabilì che non avevo fatto il liceo classico perché non avevo risposto sì o no, caratteristica a suo dire del razionalismo di chi ha studiato materie classiche. Non so. Il mito del classico è tutto italiano e ha pesantemente condizionato il ruolo della cultura umanistica nel Bel Paese, quella di cui si occupa Claudio Giunta, con molti spunti di rilievo, in questo E se non fosse la buona battaglia? (Il Mulino, 16 euro). Tralascio gli aspetti più tecnici sull’insegnamento, pure succosi, e segnalo alcune considerazioni che meriterebbero più spazio a parte: l’inattualità della coincidenza fra educazione umanistica e livello sociale; le lacune di base dell’insegnamento preuniversitario, irreparabili in ambito accademico; la convinzione che basti un liceo classico per essere colti. Fra tutte mi piace moltissimo l’osservazione sull’autosopravvalutazione del ruolo degli intellettuali. Di piccoli Zola e oltretutto brutte copie ne abbiamo in effetti abbastanza.

 

Ora, la vocazione tribunizia degli italiani ha una sua profonda radicalizzazione storica che Fabio Martini (no, non è parente) ha monitorato in La fabbrica delle verità (Marsilio, 16 euro), un reportage sulla manipolazione della realtà a fini di consenso dall’inizio del ’900, nel quale si conclude che in un secolo la politica è passata dalla rimozione delle verità scomode alla produzione di falsità mirate. 

 
 
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