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Kairós e krónos
mitica dualità
Kairós e krónos erano i significati che i Greci attribuivano al tempo: uno qualitativo e l’altro quantitativo. Ce lo rivela la loro poesia: il giusto idioma per esprimere le inafferrabili profondità umane
DI Alessandro Botré

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Tempo medio di lettura: 6' 35''

La concezione del tempo da parte dell’uomo non è stata sempre la stessa: si è trovata in costante mutamento in base all’evoluzione artistica, culturale e scientifica. Innumerevoli sono le visioni del tempo elaborate dai grandi pensatori della storia europea, e dal prossimo numero di Kairós le analizzeremo calandoci di volta in volta nelle teorie di ognuno di essi. In questo primo numero parleremo all’aspetto linguistico-culturale greco da cui ha preso il nome la testata: Kairós. Se per noi il «tempo» è sia quello che scorre sulle lancette degli orologi sia quello atmosferico, gli antichi Greci lo immaginavano dualisticamente esprimendolo con due termini ben distinti: e kairós. Chrónos è il tempo astratto che scorre, la durata quantitativa. Kairós invece è qualitativo: giusto, opportuno, il momento preciso, propizio, adatto, conveniente, stabilito, la situazione, la buona occasione, la circostanza, ma anche uno specifico periodo di tempo e il movimento del tempo che coincide con l’eterno. Emerge la religiosità ellenica, e l’armonia nel rapporto tra uomo e natura. Ma vediamo nello specifico come nasce Krono, il Tempo, secondo la Teogonia (la nascita degli dei) composta dal poeta Esiodo (VIII-VII secolo a.C.).

 

All’inizio era il Caos: un disordinato buco nero. Quindi, il primo elemento: Gea, la Terra, l’elemento da cui noi tutti proveniamo. La terza divinità a nascere è l’Eros, l’amore. Il quarto è Tartaro, un luogo terrificante che risiede negli abissi di Gea. Quindi, la Terra genera sotto l’impulso di Eros (ma senza accoppiamento) le montagne, le ninfe, il mare e Urano: il Cielo. Urano e Gea si completano, dove finisce uno inizia l’altro, e si accoppiano in continuazione. Dalle loro unioni nascono 12 Titani (sei maschi e sei femmine, belli e potenti), tre Ciclopi e tre Ecatonchiri, spaventosi mostri dalle cento braccia. Urano, timoroso che uno dei figli possa prendere il suo posto, li rinchiude tutti nel Tartaro.

 

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Particolare di un affresco di Francesco Salviati raffigurante il dio Kairós. (Roma, XVI sec.).

Gea, stanca di confinare la prole nel suo grembo, la esorta a ribellarsi, e l’ultimogenito, che è proprio il nostro titano Krono, coglie l’esortazione: armato di una roncola fabbricata dalla madre, evira il padre Urano e ne scaglia i genitali ancora sanguinanti sulla Terra; dal fluido vitale che scaturisce sorgeranno altre numerose divinità. Urano, soffrendo per la mutilazione, fugge verso l’alto, sul firmamento, luogo che gli compete (kairós), lasciando finalmente posto sulla Terra al Tempo. A questo punto la storia si ripete: Krono, liberati i fratelli, prende ad accoppiarsi con la sorella Rea, che partorisce la prima generazione di dei olimpii. Tuttavia, conscio del rischio di prevaricazione che a sua volta corre, Krono divora i pargoli uno a uno nascondendoli nel proprio stomaco. Essi sono Estia (dea del focolare), Demetra (dea delle stagioni), Era (futura moglie di Zeus), Poseidone (dio del mare), Ade (dio degli inferi) e Zeus, che scatenerà la guerra dei suoi fratelli (alfieri dell’armonia) contro il padre e i suoi fratelli Titani (rappresentanti del caos), che si risolverà con il trionfo dei primi sui secondi. In seguito, tra i numerosi i figli di Zeus ci sarà proprio Kairós.Il suo aspetto sarà giovane, nudo e alato, con un folto ciuffo di capelli sulla fronte e sui lati del volto mentre la nuca è liscia: corre veloce ed è difficile da afferrare una volta che è passato.

 

Da rilevare come kairós era anche il nome con cui i pitagorici definivano il numero «sette»: un numero mistico importantissimo per tutte le civiltà e religioni e soprattutto nella scansione del tempo, al di là dei sette re e dei sette colli di Roma. Sette sono le note musicali, i giorni della settimana (ognuno dedicato a una divinità pagana) e quelli in cui Dio, nella Bibbia, compie la creazione. Nell’Apocalisse la fine del mondo sarà annunciata dalla rottura dei Sette Sigilli, seguita dal suono di sette trombe per bocca di sette Angeli, quindi dai Sette Portenti e infine dal versamento delle Sette Coppe dell’ira di Dio. Come faceva notare Rudolf Steiner, il bambino, intorno ai sette mesi, pone i primi denti da latte, a sette anni i primi definitivi, a 14 termina la pubertà (7×2), a 21 il suo sviluppo (7×3).

 

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Bassorilievo di Agostino di Duccio raffigurante Saturno (Krono) con la falce (1450 circa). Cappella dei pianeti, Tempio malatestiano di Rimini.

Ora, a proposito di terminologia, pensiamo a cosa fu Esiodo per la civiltà greca. Esiodo è un poeta, un poietés: da «poieo», che in greco vuol dire «faccio». Il poeta è colui che fa, che edifica la civiltà. Esiodo fu il primo poeta che mise per iscritto la tradizione orale dalla nascita degli dei nelle sue opere Teogonia e Le opere e i giorni (Erga kai hemérai). Come spiega Martin Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte, l’essere dell’opera, nel senso greco di érgon, è l’enérgheia, la quale assembra in sé un movimento infinitamente più ricco di quello di ogni moderna «energia». Il poeta, attraverso il poetare, ovvero attraverso la poiésis greca, struttura e mette al posto giusto (kairós) il lógos (verbo) grecamente esperito del mito: così il poeta Esiodo mise in versi, al posto che gli spettava, il mito fino ad allora oralmente tramandato. Un mito fondante, senza alcuna pretesa di realismo dei fatti, bensì con una triplice funzione magico-iniziatica, religioso-morale ed estetica. Come infatti rivela l’immenso Nietzsche, quando si pretende che i fatti mitici all’origine di una civiltà siano realmente accaduti si perdono i valori religiosi fondanti del mito e inizia il crollo della civiltà stessa. I Greci erano un popolo spirituale ed estetico. Per loro la vita aveva senso se vissuta nel modo giusto, opportuno (kairós), onorevolmente, al proprio posto, e non in senso assoluto come nel Cristianesimo, ove quale qualsiasi vita è degna di essere vissuta. Questo è il significato del motto delfico «Conosci te stesso»: conosci qual è il tuo ruolo nell’ordine naturale delle cose. Citando Luc Ferry, Ulisse cerca disperatamente di tornare a casa perché la sua vita «è» solo lì. Vivere altrove sarebbe peggio della morte: non sarebbe kairós.

 

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