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Ritratto d’artista
Giovanni Frangi
Un’esperienza immersiva, dove il tentativo di opera d’arte totale si realizza nelle tele di Giovanni Frangi. La natura è il soggetto, ora carico di colore e materia, ora sintesi del segno pittorico figurativo
DI Lucia Fiore

Tempo medio di lettura: 4' 10''

Si canimus silvas, silvae sint consule dignae». Questo verso dell’«Egloga IV» delle Bucoliche di Virgilio riassume meglio di qualsiasi altra definizione l’opera degli ultimi 20 anni di Giovanni Frangi: se cantiamo i boschi, che siano boschi degni di un console. Il pittore milanese, che quest’anno compie 60 anni, ha fatto della rappresentazione della natura il suo campo di gioco abituale: foreste, fiumi, giardini pubblici, paesaggi marini, cieli, ninfee. Ridurre l’ambito di azione, spiega l’artista, lo ha aiutato a concentrare le energie creative e acquisire maggiore confidenza con i soggetti rappresentati. La pittura di Frangi, nel tempo, è molto cambiata.

 

 

A metà degli anni 80, quando si affaccia sulla scena artistica, il suo stile è segnato da un’energia che fa perno sull’uso materico del colore con la scelta di cromie pop. Paesaggi montani, ritratti e vedute cittadine erano resi con grandi quantità di pittura, che conferivano alle immagini una maestà muscolare. Il rapporto con lo zio Giovanni Testori, che lo introduce fin da bambino al suo mondo fatto di pittura antica e contemporanea, ha certamente un’influenza su questo modo di dipingere. Una ricerca che tocca il suo vertice con Il richiamo della foresta, la mostra del 1999 alla Fondazione Stelline di Milano. I quadri sono appoggiati per terra in mezzo a una stanza, dando allo spettatore l’impressione di addentrarsi in un bosco vero. Un tentativo di «opera d’arte totale», che Frangi prosegue nel 2004 con Nobu at Elba a Villa Panza, a Varese, dove realizza una stanza di 16 metri per 8, le cui pareti alte 3 metri e mezzo sono quattro tele monumentali sulle quali è rappresentato un unico paesaggio notturno in riva a un fiume.

 

È tra queste due mostre che Frangi inizia a mettere a fuoco le due strade che ancora oggi caratterizzano il suo modus operandi. Una è di tipo strettamente pittorico: l’abbandono dello stile materico a favore di una sintesi di mezzi, non solo in termini di quantità di colore, ma anche di disegno. L’energia prima impiegata ad accumulare massa, ora diventa energia cinetica: spogliarsi della quantità di colore permette all’artista una maggiore velocità del gesto, per raggiungere una sintesi figurativa elegante e raffinata. In questo, i due maestri a cui Frangi guarda sono soprattutto l’ingiustamente dimenticato Filippo De Pisis e Mario Schifano. L’altra direzione è quella di abbandonare l’idea che una mostra debba essere realizzata mettendo in sequenza opere concepite singolarmente. Frangi inizia a pensare le proprie esposizioni come installazioni site specific, nelle quali la relazione con lo spazio e il contesto diventa cruciale.

 

 

È un atteggiamento che guarda a grandi maestri come al Cy Twombly di Lepanto (2001) e al Sigmar Polke di Axial age (2007). L’esempio più affascinante è, forse, la mostra Prêt-à-porter, a Palazzo Fabbroni a Pistoia nel 2017, curata da Giovanni Agosti. Si tratta di un percorso dove le opere esposte nelle sale che danno verso il Fregio robbiano dell’ex ospedale del Ceppo sono colorate, mentre quelle verso la pieve romanica di Sant’Andrea, la cui facciata è caratterizzata da un paramento marmoreo bicromo, sono tutte in bianco e nero. In questo modo la mostra riesce a uscire dalle mura della sede espositiva e i quadri, anche se pensati e realizzati per altre occasioni, stabiliscono un dialogo con la città e la sua storia.

 

 

Questo tipo di tentativi testimonia un’attitudine che conferisce alle opere di Frangi un sapore ancor più contemporaneo. Se da una parte il procedimento resta ancorato al dato reale (tutti i quadri nascono da una fotografia scattata dallo stesso Frangi), dall’altra lo sforzo di sintesi del segno pittorico figurativo spinge il risultato verso gli esiti della pittura informale. È una dinamica che rompe una separazione diventata ormai anacronistica, ma lo fa a partire dalla consapevolezza di chi nasce come pittore figurativo.

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