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Race
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Jackie Stewart e Rolex. Una liaison iniziata negli anni 60. Nel nome della Formula Uno e di una vera passione per la velocità. Perché il desiderio di arrivare primi è una sfida che ti porta a cercare costantemente la pole position
DI Giorgio Terruzzi

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Tempo medio di lettura: 3' 10''

Dice: «Il tempo è una cosa curiosa. Guardo questa macchina, ricordo la frenesia di allora mentre penso alla mia vita di oggi. Una vita in cui il tempo passato, presente e futuro hanno valori molto diversi». Parlare con Jackie Stewart è un privilegio, sempre. Intelligenza ed esperienza, abbinate a una cortesia naturale, alla sua proverbiale lucidità analitica. Stava a un metro dalla Brm P261 che gli diede la prima vittoria della carriera, a Monza, 1965, l’inizio di un volo lungo e meraviglioso, e sembrava un piccolo bambino felice che ritrova il suo giocattolo preferito:

 

«Cinquant’anni, per molti versi non sono niente. Ho ripreso in mano quel volante e ho ritrovato il gusto di allora, le emozioni di allora, persino gli odori di allora. Tutto. Forse mi ha aiutato la pista di Monza, che ha conservato le sue vecchie atmosfere. Ma, insomma, nel 1965 avevo 26 anni. Oggi ne ho 76. Talvolta la memoria è solo piacere, un privilegio gioioso».

 

Il fatto è che Stewart ha mantenuto una freschezza rara, qualcosa che gli permette di continuare a correre con la stessa eleganza che gli diede tre titoli mondiali (1969, ’71 e ’73), 27 vittorie, 43 podi, 17 pole, 15 giri veloci, il ruolo di autentico leader in pista, la capacità di modificare le regole del gioco in termini di sicurezza e quindi una lunga carriera da manager di se stesso: «Ho sempre cercato di interpretare ciò che avevo di fronte così come i miei sentimenti. Penso soprattutto di essere stato fortunato e in qualche modo il fatto di trovarmi qui a chiacchierare con lei ora, tra una Formula 1 di cinquant’anni fa e le monoposto di oggi, lo dimostra. Sono nato in Scozia, ho percorso una quantità enorme di chilometri guidando macchine da corsa, per non parlare dei chilometri percorsi in aereo; ho una bella casa in Svizzera e una casa in Inghilterra. Ho una bella famiglia. E ho una collezione di immagini con la quale divertirmi a ricordare senza rimpianti. Mi pare abbastanza, non crede?».

 

Beh, certo. Ma sì: «Ho presente molto bene ogni competizione, ogni istante della mia carriera. E ho in mente i volti di chi ho perduto. Se c’è una cosa che mi rattrista ancora oggi sono i miei amici morti in pista. Un numero impressionante. Ho cominciato a contarli un giorno… dopo un po’ mi sono fermato perché erano troppi. Non a caso mi sono ritirato dopo l’incidente che portò via François Cévert a Watkins Glen, nel 1973. Era il mio compagno, era un ragazzo d’oro, un pilota di talento. Pensavo allo stop da un po’ di tempo ma quella morte fu un colpo decisivo. Rivedo in continuazione i volti di chi ci lasciò, la loro passione, il coraggio smisurato, quel sapore da motorsport che conteneva una specie di scelleratezza. Il vento della giovinezza abbinato a rischi eccessivi mai del tutto presi in considerazione».

 

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Jackie Stewart nasce a Milton, nel Regno Unito, l’11 giugno 1939. Inconfondibile il suo stile british fuori dalla pista: smessi tuta, guanti e casco, indossa con eleganza quelli da cacciatore.

 

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