Ritratto d’artista
Alessandra Di Francesco
DI Giuseppe Frangi
5' 30''

La storia di Alessandra Di Francesco è una storia di trame e di convergenze. Cominciamo da queste ultime. Nata a Roma, diplomata in Accademia, inevitabilmente ha avuto la chance di misurarsi con le naturali convergenze che la Città Eterna le offriva: quelle con il passato, con una grande memoria e anche con un’altrettanto grande qualità tecnica di tanti straordinari esiti artistici. Le convergenze di Alessandra riguardano più i dettagli che gli insiemi. Avendo nel suo curriculum anche un’attività di restauratrice, la sua preoccupazione è sempre stata quella di ricucire i dettagli per rendere più leggibile l’insieme. Ma è sui dettagli, sulle piccole fratture che ha sempre lavorato, vivendo in questa modalità la convergenza con il passato che la circondava.

 

Una convergenza che si è sempre fatta intimità, prossimità. «Dipingere poco alla volta è diventata l’azione di connettere qualcosa di antico che è lì da sempre con qualcosa di presente e di assolutamente nuovo», racconta. «Nel mio lavoro ho così introdotto, di volta in volta, i codici, dal morse al braille, usati come supporti di un messaggio che andava svelato ma insieme protetto». C’è poi stato un altro fattore d’attrazione che ha deciso la storia di Alessandra: la coreografa Pina Bausch. Una sorta di chiamata del destino, questa, che l’ha convinta un giorno, da ragazza, ad andare a Wuppertal non avendo altro mezzo che l’autostop. Non doveva danzare; doveva far sì che la danza contaminasse la sua pittura.

 

 

Una contaminazione felice e profonda, tanto che le mostre di esordio si sono tenute proprio nella città renana, in continua relazione con l’esperienza del Tanztheater (teatro-danza). Pina Bausch non era mai mossa dalla necessità di inventare qualcosa di nuovo. Bastava che le sensibilità e le esperienze che già erano nel corpo dei suoi danzatori e danzatrici imparassero a convergere con il contesto che li circondava. Per Alessandra è stata la scuola più importante: partire da se stessi (e dalla propria sensibilità pittorica) per aprirsi all’abbraccio del mondo. La prossimità con Pina Bausch ha poi suggerito anche un’altra convergenza in apparenza illogica: quella tra forza e fragilità. Per essere più precisi, la forza fa leva sulla fragilità. Ed è questo uno dei segni costanti che ritroviamo nella pittura e anche nella persona di Alessandra Di Francesco. «C’è un passo della danza che ho introiettato nel mio lavoro», racconta. «È il “pas de bourrée”. È un passo bellissimo. Per fare un passo avanti bisogna farne due indietro. In questo concetto c’è tutto il mio lavoro». Non caso «pas de bourrée» era stato scelto come titolo di una sua mostra nel 2003 a Roma. Il passo indietro dal punto di vista concreto significa che nel lavoro pittorico le forme non si impongono ma si armonizzano con le trame dello sfondo.

 

Ecco quindi l’altra parola chiave per Di Francesco: trame. «Sono le trame, desunte dai merletti e dalla tradizione decorativa, che accompagnano i ritratti, i soggetti come una vera e propria scrittura tutta da decodificare», conferma l’artista. Con il passare degli anni la trama si carica di altri rimandi, diventa luogo di indagine sulla natura delle cose, diventa rete neuronale, diventa struttura chimica. «La trama è un qualcosa che collega il centrino della nonna, i suoi merletti e le reti neuronali», spiega lei con una punta di illuminante ironia. Due riferimenti visivi di natura così diversi vengono invece cuciti nella struttura delle sue tele, in particolare nella concezione degli sfondi, com’è avvenuto anche nell’opera realizzata per la copertina di Arbiter.

 

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