Ritratto
d’artista
DI Giuseppe Frangi
5' 40''

Personalmente so di essere la continuazione di mio padre. Anzi, sono veramente mio padre. Sono come mio padre avrebbe voluto essere, forse senza saperlo. Questo anche se coscientemente non avrebbe mai immaginato di voler essere quello che sono io. Ma io lo so per lui». Il padre di nome faceva Ettore. Il figlio invece Michelangelo. Di cognome, tutt’e due Pistoletto. Un padre e un figlio uniti anche dalla vocazione artistica, anche se interpretata in modo diverso. Ettore era artista tradizionale, innamorato della bella pittura, oltre che bravissimo restauratore. Michelangelo invece la vedeva molto diversamente e una volta tra sé e sé, per non offendere suo padre, aveva detto: «Se questa è l’arte non sarò mai un artista». Avrebbe potuto iniziare a quel punto una storia di un progressivo distacco e allontanamento del figlio verso lidi suoi. Invece le cose sono andate diversamente; pur nelle rispettive diversità Ettore e Michelangelo hanno continuato a incrociare i loro destino artistico, come racconterà un’attesissima mostra, che apre il 27 aprile, nella città a cui sono legati i loro destini: Biella (Padre e figlio a cura di Alberto Fiz; in tre sedi tra Biella e Trivero). Qui Ettore arrivò per dipingere un ciclo di affreschi con il racconto dell’arte della lana negli stabilimenti Zegna. Qui conosce Livia Fila, che era sua allieva e che avrebbe sposato. Qui un anno dopo, nel 1933, nacque il loro unico figlio, appunto Michelangelo. Aveva appreso dal padre a disegnare fin da bambino e a 14 anni iniziava a lavorare al suo fianco. La conoscenza così acquisita della tradizione pittorica occidentale sarà riconosciuta dall’artista come fondamentale nella sua formazione. «Mio padre», ha raccontato Michelangelo nel libro intervista con Alain Elkann, «diventato sordo a otto anni per una meningite, ha cominciato a guardare il mondo più che sentirlo. In classe, forse era la terza elementare, mentre la maestra spiegava lui non sentiva e allora copiava l’affresco di una Madonna che vedeva dalla finestra. Di lì ha iniziato a disegnare, e da allora nella nostra famiglia si è privilegiato l’occhio». Non sentiva ma proprio a causa di questo sapeva guardare come pochi. Sapeva guardare anche dentro la vita di quel figlio che aveva seguito la sua strada, ma con un passo completamente diverso. Un passo che avrebbe potuto sembrare senza direzione.

Invece silenziosamente gli è sempre stato al fianco senza la pretesa di capire quel che faceva quel figlio artista così fuori dall’ordinario. Tante volte è stato anche al suo gioco, come nel 1973, quando Michelangelo lo aveva invitato a una mostra in coppia in una delle gallerie più d’avanguardia del momento, quella torinese di Enzo Sperone. Il padre presentò alcuni lavori con i quali si relazionava all’opera del figlio, mentre il figlio si era relazionato al lavoro del padre con l’opera Autoritratto attraverso mio padre, riproduzione fotografica di un ritratto a matita fatto da Ettore quando Michelangelo aveva tre mesi. In mostra c’era anche una foto, in cui padre e figlio si riflettevano in un grande specchio con cornice antica. La foto era stata scattata nello studio di Susa di Ettore (lui era nato da quelle parti): in primo piano, di spalle si vede solo la sua figura, mentre nello specchio spunta anche l’immagine di Michelangelo che evidentemente stava alle sue spalle. L’effetto è quello di un padre che con il suo sguardo genera il figlio; o di un padre che vede nel figlio la propria continuazione.

Tre anni dopo, nel 1976, questo gioco di imprevisti innesti della vita del padre in quella del figlio visse un altro episodio ben emblematico: Michelangelo presentò nel suo studio un’installazione: I mobili dello studio di mio padre nel mio studio. Un altro tenerissimo atto di riconoscenza, che però nella concezione artistica è quanto di più lontano pensava Ettore. «Per mio padre l’arte moderna era il contrario di quella che è sempre stata la sua aspirazione», ha raccontato Michelangelo in quel libro intervista. Eppure tra padre e figlio si è venuta costruendo un’intesa profonda che va ben al di là delle rispettive e così diverse scelte artistiche. Un’intesa restituita appieno da questa bellissima immagine che Michelangelo ha realizzato per la copertina di Arbiter. Per capire quale fosse il rapporto tra loro due basti questo dettaglio: Michelangelo volle chiamare la prima figlia Armona dal nome di un paese della val di Susa vicino a dove Ettore era nato…

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