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La Storia
si ripete
I treni sono sempre in ritardo, la psicologia di gruppo tende alla rimozione e agli uomini piace guardare i simili che si picchiano su un ring
DI Giuseppe Martini

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Tempo medio di lettura: 1' 35''

C’è una gran voglia di treno, in Italia, dopo decenni in cui la burbanzosa automobile aveva preso il sopravvento sociale. Ma oggi il treno, quando non si asserve a mero mezzo di comunicazione, è un salotto mobile, servizievole e soprattutto guidato da altri, dunque s’addice all’autostima dell’utenza. Da noi il treno ha poi una storia popolare indicizzata a un filo di epopea patriottica, e L’Italia in treno (Gaspari editore, 29 euro) la descrive acconciamente attraverso i periodici illustrati e fotografie fra l’800 e il ’900. Soprattutto i periodici, quelli con le copertine memorabili di Beltrame, Molino e Matania, ci consegnano un rapporto fra Paese e strade ferrate fatto di amori, rapine, incidenti, violenze, emigrazione, ma anche delle magnifiche sorti e progressive del Sempione e delle eleganti stazioni. Il treno ha accelerato gli scambi economici e culturali, ha semplificato l’accesso all’Europa, ha raccontato storie di soldati e unito il laborioso Nord e il popoloso Sud.

 

C’è insomma qualcosa di irresistibilmente alla moda in quelle illustrazioni di un’Italia ferroviaria per il popolo, ritratto di una società di buoni costumi e buon futuro. Questo godibile primo volume, curato da Guido Magenta, ingegnere, si attiene alla cronaca. Resta fuori però l’altra faccia della questione: dal 1861 i treni in Italia sono stati carcasse da spolpare e posta dell’alta finanza, hanno fatto cadere governi, spendere denari inutili, inventare tasse, arricchire deputati. E, nonostante tutto, anzi forse per questo, sono ancora in ritardo.

 

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