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L'africa

addosso

Nonostante il suo congedo provvisorio dall’utilizzo militare, la sahariana è ancora il capo d’elezione per chi si vota all’avventura, non importa se nella savana o nella giungla metropolitana

DI Giancarlo Maresca
Tempo medio di lettura: 4' 30''

La foggia è l’impostazione che fa attribuire un singolo capo a un certo genere. La formula segreta di una foggia è il numero minimo di dettagli e materiali necessari e sufficienti ad attribuirgli un nome, anzi un cognome. Ciascuna foggia può infatti essere coniugata in infiniti modelli, così come una ricetta tradizionale viene realizzata da diverse massaie e ristoranti pur restando autentica.

La foggia contiene l’identità, il modello lo stile. Accertata la prima sapremo che l’uomo che abbiamo davanti è senz’altro un Rossi, sarà poi il secondo a distinguere Luigi da Mario, Giuseppe e quanti altri Rossi ci siano. Tutto ciò ci tornerà utile nel capire il complesso capo che vedete nelle immagini. In origine il suo nome era safari jacket o bush jacket, indumento che alcuni reggimenti inglesi in India utilizzavano già negli ultimi decenni del XIX secolo. Era realizzato in drill di cotone kaki e le sue caratteristiche distintive erano e sono ancora: cintura in vita, spalline, collo, maniche lunghe e polsi simili a una camicia, quattro tasche applicate di cui le inferiori a soffietto. La foggia era già stata definita, ma per le storie che compongono i profondi significati di un capo maschile classico ci vuole tempo. La sahariana, che non aveva ancora quel nome, attraversò l’Oceano indiano e venne adottata dall’élite inglese trasferitasi nei territori che componevano la British East Africa (oggi Kenya, Uganda e Tanzania). Tra costoro spiccavano i potenti soci del Muthaiga Country Club, fondato nel 1913, e in particolare l’elegantissimo avventuriero Denys George Finch Hatton. Il nome non dice molto a molti, eppure figura tra i più importanti personaggi del romanzo La mia Africa, in cui Karen Blixen fa intendere di avere avuto con lui relazioni intime la cui veridicità è più che dubbia.

In verità anche il presidente Teddy Roosevelt e il fondatore degli scout Sir Robert Baden-Powell si fecero notare in sahariana, ma i padrini della sua affermazione sono stati a mio avviso i raffinati coloni che vivevano a Nairobi. Fu da quegli spostati di gran lusso in bilico tra gli archetipi di Buffalo Bill e il Principe del Galles che nacque il mito della caccia grossa, che nel suo spirito originale è discutibile quanto si vuole purché non sotto il profilo della cura estetica. Grazie a essa la sahariana trovò in Africa un ruolo esterno a quello bellico e una collocazione sociale e ideale di un certo profilo. Negli anni 30 l’immaginazione maschile si infiammava per un ideale di vita alla Errol Flynn o Clark Gable, fatta quanto più possibile di prestazioni eclatanti e spazi aperti. La sahariana prese il volo su queste ali, celebrata da Hollywood e da colossi di altri sistemi mediatici. Nel 1936 Ernest Hemingway ne disegnò un modello per Willis & Geiger, indimenticata casa americana che ha vestito Roald Amundsen, Charles Lindbergh, Amelia Earhart, Jacqueline Cochran, Sir Edmund Hillary e il First American Volunteer Group, meglio noto come Flying Tigers.

Nel 1939 anche Abercrombie e Fitch promosse la propria versione. La sahariana aveva così inglobato una massiccia dose di eroismo, indipendenza ed esotismo, caratteri che le tornarono utili nella sua ultima stagione da protagonista: la fine degli anni 60. Nel 1968 Yves Saint-Laurent mise indosso a Veruschka una giacca che battezzò saharienne, le cui foto di Franco Rubartelli per Vogue fecero epoca al punto che il nome italiano è la sua traduzione, non quella di safari jacket. Non nego che svolgesse bene il suo lavoro di indumento femminile, ovvero far desiderare e ricordare una donna, ma la cosa curiosa è che proprio quella non era affatto una sahariana. Si trattava piuttosto di una polo rustica molto scollata chiusa da lacci intrecciati, soluzione alquanto brillante in quanto evocava le eroine dei fumetti, cavalcava il gusto etnico del tempo e riproponeva quell’idea di donna tra Diana e le amazzoni in cui si concentra l’archetipo femminile più inaccessibile, già reso iconico dalla Ursula Andress di Licenza di uccidere (1963). La sahariana trovò nell’Australia la sua terza patria quando il primo ministro Don Dunstan la adottò in forma così decisa e continuativa che nel 1974 il Presidente della Camera ne concesse l’uso nelle sedute del Parlamento dei Northern Territory, facendone così un paramento e un tesoro nazionale.

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