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A tavola con
François-Marc Sastre
Un’esperienza internazionale maturata tra Russia, Messico, Spagna, Francia e Italia. Traducendo la passione di quando era bambino nell’onore di «accompagnare» una delle Maison più ricche di fascino e di storia: Cartier. Valorizzando il Dna di un patrimionio unico, ma con lo sguardo aperto all’innovazione. Da eterno pioniere
DI Franz Botré - FOTO DI Fredi Marcarini

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Tempo medio di lettura: 6' 55''

Fare una colazione con François-Marc Sastre è come fare un giro del mondo senza muovere un passo. La lingua, innanzitutto. Francese, quando la conversazione va sull’estetica (e durante le due ore di confronto quello della bellezza è un filo conduttore importante). L’inglese, quando il discorso si inclina verso il marketing. Un misto di italiano e spagnolo quando lo scambio si fa più conviviale, e Sastre sente che è importante rendere partecipe l’interlocutore di quella specifica sensazione. Un ottovolante di fonemi, di accenti, di inflessioni e cambi di ritmo che traccia la mappa della sua vita e della sua carriera di manager internazionale, «francese ma con un po’ di sangue spagnolo nelle vene», dice, che ha vissuto e lavorato in Messico, in Russia, in Portogallo, in Spagna, a Parigi, ovviamente, e da circa quattro anni in Italia. Prima da pendolare con la Russia («per qualche mese, una settimana a Milano e una a Mosca, la mia vita era un vero casino»), poi in pianta stabile (si fa per dire), nel ruolo di direttore generale di Cartier per la regione South East Europe. 

 

DOMANDA. François-Marc, a che Paese senti di appartenere?

 

RISPOSTA. Il mio cuore e la mia anima sono in Europa. Puoi girare tutto il mondo, ma alla fine la storia, la cultura, lo stile, l’eleganza abitano in Europa. Francia e Italia, Italia e Francia. Se si parla di lusso, il mondo intero si riduce a questi due Paesi. Il lusso è nato e vive qui. E sono anche i due Paesi dove si sperimenta una qualità della vita superiore. I due elementi, lusso e bien-vivre, sono strettamente collegati.

 

 
 
 
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D. Oggi tutti parlano di lusso, ma pochi sanno cosa sia davvero. Cartier è una delle poche aziende che ha fatto la storia del lusso, lo confermi?

 

R. Il lusso è una cultura, è un modo di essere, non è un qualcosa che ci si può inventare da un giorno all’altro, ma neanche in cinque o in dieci anni. La storia di Cartier inizia nel 1847. Il lusso richiede che ci sia evoluzione. Richiede tempo. Oggi si tende a confondere il lusso con la qualità: non è così. Il lusso è qualità, certo, ma è anche heritage, storia, patrimonio. Ed è anche innovazione, bien sur. La storia secolare di Cartier è una storia costellata di innovazione. La Maison è stata la prima a fare gioielli in platino. Siamo stati i primi a «inventare» l’orologio da polso. È la storia mitica di Alberto Santos-Dumont, grande amico di Louis Cartier. Dumont pilotava il suo aereo, siamo nel 1904, immaginatevi di che aereo stiamo parlando. Era fondamentale per lui avere sempre sott’occhio l’ora esatta, per sapere quanti minuti avrebbe ancora volato il suo aereo, prima di finire il carburante. L’orologio da tasca era scomodo, e allora Dumont chiede all’amico Cartier di fargli un orologio che potesse stare al polso, ma fosse al contempo un bell’orologio. Et voilà, nasce l’orologio da polso. È una storia magnifica, in cui c’è tutto il dna di Cartier. Un marchio di lusso deve saper fare la storia.

 

D. Il lusso lo fanno sempre i grandi uomini.

 

R. Nasce dalla combinazione tra vision e creatività. Dalla voglia e capacità di essere pionieri. Un pioniere è sempre un grande uomo, perché è colui che guarda avanti, e che va avanti prima degli altri. È coraggioso e sicuro di sé.

 

D. Per un’azienda, è più difficile diventare una Maison del lusso, o continuare a essere una Maison del lusso magari per uno, due, tre secoli?

 

R. Per fare una Maison di lusso devi avere una visione di lunghissimo periodo. Se ti muovi con la fretta, ti bruci. Bisogna andare piano piano (piano piano lo dice in italiano, ndr) e fare le cose bene. Se fai le cose bene, poi il fatturato arriva. Per noi sarebbe facilissimo, oggi, accelerare, raddoppiare il fatturato in pochissimi anni, mesi. Ma così facendo perderemmo il Dna Cartier, che abbiamo costruito in 170 anni. La capacità di un’azienda come la nostra, ma anche altre come noi, è trovare il giusto equilibrio tra la cura del proprio patrimonio, della propria cultura, e le esigenze del business.

 

D. Chi è oggi l’uomo Cartier?

 

 

 
 
 
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R. È l’uomo raffinato, che ama il ben vivere, e al quale piace avere qualcosa di diverso. Cartier ha sempre voluto fare qualcosa di diverso, come per esempio dare forma quadrata o rettangolare agli orologi, anziché rotonda. Lo stile Cartier lascia il segno, ha un’impronta estetica forte. Il nostro plus è sempre stato il disegno. Poi c’è la tecnica.

 

D. Penso al vostro chiodo, per esempio: un’idea semplice che è diventata un must.

 

R. Esatto. La creatività fa ancora oggi la differenza per un brand. Il nostro sforzo è presentare sempre qualcosa di nuovo, ma con il Dna Cartier. E così proprio ora a settembre presentiamo un nuovo modello della collezione Juste en Clou, flessibile, un’opera ad altissima tecnologia oltre che dal design eccezionale. E con un prezzo di partenza più accessibile, da 2.800 euro. Questo mi consente di aggiungere una cosa: il lusso non è il prezzo alto, eccessivo. Il lusso è un valore che ti appaga. Essere qui oggi a tavola, a chiacchierare, è un lusso.

 

D. Cartier è gioielleria, prima che orologeria. Tra questi due mondi, dove pesa di più l’estetica, e dove la tecnica?

 

R. Facile dire che la gioielleria è estetica, e l’orologeria è tecnica. Chi vuole cambiare idea, dovrebbe venire un giorno, a Parigi, nell’atelier Cartier dell’alta gioielleria. Un collier con pietre importanti è un prodotto di altissima ingegneria. Per realizzarlo, a volte, ci vogliono anni: si fa il disegno, e poi si cercano le pietre che rispondono a quel disegno. Uno, due, tre anni, non sai, in partenza, quando troverai le pietre giuste. L’orologeria è più semplice, da questo punto di vista. Quando decidi di mettere in produzione, produci.

 

D. Per chi guida una Maison con una storia così importante alle spalle, quali sono le sfide?

 

R. Conoscere e valorizzare il Dna, ma tenere gli occhi aperti alle nuove tendenze. Non parlo di design, ovviamente. Ma per esempio della distribuzione, dell’e-commerce, della comunicazione. Ambiti in forte evoluzione. Oggi facciamo più comunicazione digitale che su carta, siamo attenti al mondo dei blogger, dei social, realtà che fino a cinque anni fa non erano nell’orizzonte Cartier.

 

D. Sta cambiando anche il mercato?

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