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 Le reliquie
parlano di noi
Ma non ci sono solo quelle dei santi. Anche l’oro, a suo modo, lo è: nell’era del bitcoin, resta materia in apparenza anacronistica ma conservata gelosamente
DI Giuseppe Martini

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Tempo medio di lettura: 3' 35''

Non è paradosso né contraddizione che l’essere più spirituale del pianeta, l’homo sapiens, senta necessità di trasferire valori intellettuali nella materia bruta. Prendiamo l’oro. Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, spiega in modo comprensibile, anche a chi non sa un’acca di economia, perché l’oro è un mistero razionale: gode della stessa considerazione da millenni; anche disponendone di quantità ingenti nei caveau, e l’Italia ne ha parecchie, non basterebbero a coprire il debito pubblico e non sarebbero facilmente riconvertibili; anzi, senza il concetto di valuta l’oro perderebbe il suo fascino di bene rifugio, di oggetto in qualunque momento scambiabile e riconvertibile, di entità leggendaria a cui tutti riconoscono un valore. Il libro si chiama Oro, pubblica Il Mulino (12 euro). Nella breve storia che traccia del metallo giallo, Rossi attira l’attenzione sul motivo per cui è impossibile liberarsene e qualsiasi politica economica non potrà mai farne un bene di scambio senza rischiare di amplificare le crisi, né il suo uso industriale finirebbe per superare il suo valore di bene risparmio: per cui l’oro anche nell’epoca dei bitcoin resta materia in apparenza anacronistica, in realtà eterna, e comunque destinata a essere conservata gelosamente come una reliquia. 

 

Ecco, appunto. Una reliquia. In Italia, si sa, siamo molto ferrati in fatto di reliquie. Quelle dei santi, più o meno miracolose, convivono insieme a noi fra venerazioni di massa e distaccata osservazione. Più che il trasferirsi di un potere sacrale, in loro riemerge un sentimento pagano, di cui si avverte necessità a costo di contraddire il senso profondo della religione di cui pretendono manifestare la flagranza. Meglio allora che Mauro Orletti nelle sue schede di Guida alle reliquie miracolose d’Italia (Quodlibet, 16 euro) sia animato giammai da ironia, né da fanatismo, bensì dal desiderio di raccontare storie che parlano di noi e che valgono la pena di essere conosciute. Se le ossa di Sant’Antonio, o le spoglie di San Marco traslate a Venezia (come da tela di Tintoretto), o il corpo di Santa Rosa, o quanto resta dell’internazionalissimo San Nicola sono a grandi linee popolari, ci sono anche i più ricercati San Gengolfo, San Romedio e San Mamante, i più frequentati Sant’Ubaldo e San Ciriaco, e i ben più sbalorditivi Lettera del diavolo, Santo Prepuzio, Sacro Cingolo, Sacra Spina, Sacro Capello, Sacro Legno, Vera Icona e Sacro Latte. 

 

E dato che anche il cibo è da tempo sdoganato a cultura di primo livello, oltre ai soliti manuali di chef stellati sarà carino vedere anche le ricette mezzalunate, quelle cioè proposte qua e là dall’illustre islamista tedesco Peter Heine in un libro prima di tutto antropologico e storico, Delizie d’Oriente (Sellerio, 16 euro), nel quale la cucina araba si intreccia con l’Occidente per materie prime e per gastronomia e si incunea fra le barriere delle culture. Ma qui la ricetta, rigorosamente secondo i dettami della hala¯l, la legge islamica, non è un banale modo per cucinare «secondo loro». È una porta per accedere a un mondo che, come il cristianesimo, fa del cibo un segno del Creato, non solo un sostentamento. I precetti islamici sul cibo non sono bizzarrie, ma fondamenti di costume, profilassi d’igiene, esercizio spirituale, stimolo alla moralità. Pensiero e comportamento, fatti materia ovviamente. 

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