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L’esercito

dei clonI

Vestono tutti uguali, leggono gli stessi libri, sembrano usciti da un romanzo di Orwell. Sono gli uomini di oggi, in crisi di identità, vittime del pensiero unico che domina il mondo contemporaneo. Ma una via di scampo c’è

DI STEFANO ZURLO
Tempo medio di lettura: 4' 35''

Francesco Alberoni, sociologo, già rettore di università ed editorialista del «Corriere della sera» e «Il giornale».

 

Un esperimento. Condotto con l’occhio smaliziato dello studioso. «Una mattina», racconta Francesco Alberoni, «mi sono seduto nei pressi delle Colonne di San Lorenzo, luogo di passaggio di centinaia di milanesi. Osservavo solo i piedi, non ho scrutato nemmeno una faccia. Ma il risultato è stato straordinario: tutte le scarpe erano uguali. Scarpe da ginnastica, pure dello stesso colore, sembrava che tutti, uomini e donne, fossero entrati negli stessi negozi».

Alberoni, uno dei padri della sociologia italiana, l’inventore del Mulino Bianco, sorride quasi divertito: «È incredibile come queste centrali commerciali, magari spinte dal vento dei social, siano in grado di convogliare i nostri gusti, di appiattire le nostre sensibilità, di omologare identità prima diverse inghiottendo in una sorta di buco nero quel timbro di originalità che ciascuno di noi si porta dentro». Che cosa è successo? Siamo dentro un paradosso di cui pochi sembrano rendersi conto: la società del post Sessantotto a furia di tagliare lacci, incenerire regole, fare a pezzi galatei, ha finito con il segare anche l’albero su cui era cresciuta e si era fortificata. Non ci sono più le radici, siamo tutti fragili come piantine esposte alle tempeste e, soprattutto, le tante, forse troppe libertà conquistate nel nome dell’individuo ci hanno spinto verso una massificazione generale. Partiamo tutti diversi per ritrovarci poi simili come gocce d’acqua, copie seriali senza un accento personale. Nel vestire. Nel mangiare. Forse anche nel vocabolario: nel sedersi comodi sugli scivoli facili del pensiero dominante. «Se lei nota l’ultima tendenza dei ristoranti», prosegue implacabile e perfido Alberoni, «vedrà che oggi i locali sembrano studi dentistici: levigati, con le pareti bianche e magari con un cibo vegano». Non basta. Il sociologo sale di livello: «Amazon, Facebook, Google confezionano un loro mondo,  con i loro prodotti, i loro riti, le notizie, magari fake, che spazzano via le altre, magari più ancorate alla realtà ma troppo deboli per resistere a questi colossi dell’informazione. Ci sono saggisti», è la conclusione per niente rassicurante, «che si spingono più in là e ipotizzano che in questo modo si possa arrivare alla modifica della struttura del pensiero. Se non al pensiero unico».

 

Il gregge di plastica ideato dagli artisti Rainer Bonk e Bertamaria Reetz fa tappa a Schwerin (Germania). Correva l’anno 2012 e il singolare tour voleva promuovere il messaggio «tutti sono uguali, ciascuno è importante». Ma l’identità individuale dove è finita?

 

Compriamo i prodotti che Amazon ci propone, ragioniamo come Google, crediamo che la verità sia scritta sulla bacheca di Facebook. Insomma, siamo o rischiamo di essere cloni in balia della rete. Forse c’è qualcosa di apocalittico, di eccessivo in questa visione cupa, ma certo l’appartenenza (a una famiglia, a una comunità, a un popolo) che prima era la nostra pelle, anzi la nostra carne, ora viene tolta e gettata come un cerotto logoro. E i soggetti che dovrebbero organizzare una resistenza contro questa deriva morbida e seducente spesso non hanno la forza di reagire per contrastare questi processi. La famiglia che tutti dicono di voler difendere, un po’ come si tutelano le specie in via di estinzione, boccheggia. E la scuola è quella che è: «Le nostre», spiega ancora Alberoni, «sono fra le migliori al mondo, ma ho l’impressione che il metodo scelto negli ultimi decenni stia producendo seri guasti. Prima si afferravano meno nozioni, ma si utilizzava la memoria a lungo termine e quei concetti si fissavano in testa per tutta la vita. Erano una bussola nella navigazione dell’esistenza. Oggi si studia di più, ma ci si serve della memoria a breve termine. Tante interrogazioni, tante piccole prove all’università che parcellizzano quel che prima era solo un esame molto più grosso. Risultato: qualche settimana e i ragazzi dimenticano tutto».

E si smarriscono nel buio da cui arrivavano. Non si tratta di essere pessimisti o di coltivare nostalgie fuori dal tempo, ma di comprendere e, se possibile, governare le tendenze che ci vengono addosso.

 

Mauro Magatti, ordinario di sociologia presso l’Università Cattolica di Milano.

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