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Quattro chiacchiere
con Orson
Sfatiamo le dicerie e al trionfo del politicamente corretto opponiamoci guardando a personalità come Welles, amabilmente insopportabili ma almeno sincere
DI Giuseppe Martini

libri ottobre apertura

Tempo medio di lettura: 3' 25''

Se le notizie diventano opinioni virali sarà dura scrostarle. Come la faccenda che i camaleonti cambiano colore. «Cos’hai contro i camaleonti che cambiano colore? Ehi, che stai insinuando?». Ho passato alcuni giorni deliziosi a leggermi I tori odiano il rosso. 10 false credenze sugli animali (Ed. Dedalo, 15 euro) con cui Graziano Ciocca, incuriosito dalla diceria che il numero 58 scritto bello grosso allontanerebbe le mosche, ha deciso di approfondire certe leggende sospette. Metodo critico, ampia documentazione, molta ironia (la stessa delle spassose illustrazioni di Andy Ventura). Visto che i tori vedono in bianco e nero, sarà dura che il rosso li faccia infuriare, no? E il sonar dei pipistrelli difficilmente li farà impigliare nei capelli, e le gazze non sono così ladre, gli scarafaggi sono resistenti ma non tanto da scamparla a un disastro nucleare, e le mosche non sanno distinguere il numero 58. Ciocca, entomologo che sa tenere la penna in mano, non spiega solo credenze infondate, banalità per un naturalista, ma verifica perché nascono. Parlando di animali, parliamo sempre di noi. Altra lettura memorabile: A pranzo con Orson (Adelphi, 26 euro), trascrizione delle conversazioni registrate al ristorante con Orson Welles fra 1983 e ’85 dall’amico regista Henry Jaglom, per il quale Welles recitò in Un posto tranquillo.

 

Innanzitutto la trascrizione non è ripulita ma riprende ritmi e incertezze del parlato, diventando così viva, come se il lettore fosse a tavola con loro, con il cameriere insolente e Jack (Lemmon) che viene a salutare. Non dirò di giudizi e storie che ne escono, c’è di tutto; né della cultura di Welles, irrituale per Hollywood. Trovo che il risvolto più salutare di questo libro sia l’energia trasmessa dalla sua personalità fortissima, dominata da profonde certezze e opinioni talvolta singolari, da un ego colossale ma non per questo privo di fragilità, che è anzi ciò che ce lo fa piacere di più. Delle ipocrisie e del politicamente corretto non se ne può più, quindi evviva le personalità debordanti come Welles, amabilmente insopportabili ma almeno sincere. Farsi contagiare può solo far bene.

 

Quella che una volta si chiamava Strada Romea è oggi divenuta, sotto i colpi del turismo, Via Francigena: porre in primo piano non tanto che va a Roma, quanto che viene dalla Francia, dice qualcosa su noi italiani e sulla necessità di sentirci collegati all’Europa, non potendo esserlo altrimenti che per ragioni meno trionfalistiche. A parte questo, Francigena. Una strada europea dal Gran San Bernardo a Roma (Mattioli 1885, 16 euro), a cura di Riccardo Baudinelli e Luca Bruschi, non è solo e tanto una guida del tratto italiano della strada che portava pellegrini da Inghilterra e Francia a Roma. D’accordo: iconografia, sguardo antropologico, consigli di soggiorno e ristorazione, una ricchissima diffrazione di opportunità turistiche laterali. Ciò che ne fa un libro diverso è però l’introduzione, che discute le ragioni di un percorso come questo: siamo nel 2015, inutile illudersi di rivivere sensazioni medievali, e solo accertando con se stessi i motivi per cui s’intende compiere quel percorso ne possono sortire vantaggi molteplici. Viaggiare significa spostarsi, non arrivare.

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