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Scienziati pazzi
capi di Stato megalomani
A volte il reale supera di gran lunga la fantasia. La spiritualità è oggi la grande assente nella nostra società
DI Giuseppe Martini

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Tempo medio di lettura: 2' 55''

Da Dexter a Viktor Frankenstein, la figura dello scienziato estroso è stereotipata: capelli arruffati, occhiali, baffi enormi, camice, aria persa fra alambicchi. Un’ampia letteratura ne popola romanzi, film e graphic novel, ma dato che la realtà supera sempre la fantasia si sappia che individui del genere sono esistiti ed esistono. Rispondono ai nomi di Timothy Leary, Jean-Baptiste Laborde, Giovanni Aldini, Alexander Shulgin, William Crookes. Stanno su vari gradi di follia: dalla dimostrazione concreta di fenomeni alla verifica dello stato di coscienza di cadaveri freschi. Dall’inventario che ne fanno Luigi Garlaschelli e Alessandra Carrer in Scienziati pazzi (Carocci, 19 euro) il tratto principale è la tendenza all’imperialismo scientifico, cioè ad applicare il metodo delle scienze esatte ai campi più improbabili del reale perpetrando il credo missionario di sottrarre il maggior spazio possibile all’ignoto. Capirete, cause ed effetti sono opinabili e intersecano conflittualmente la morale, ma colpisce in costoro la larga tendenza al macabro. Desiderio di ignoto? O fuga da una realtà tecnologica che giorno dopo giorno toglie spazio all’ignoto?  

 

Nel frattempo il presidente nordcoreano Kim Jong-un, sventolando il babau nucleare che pareva sopito dopo l’implosione sovietica, ha riportato all’attenzione la figura del capo di Stato megalomane, spietato e autoritario, perciò ecco che in libreria spuntano puntuali i Tiranni (25 euro). Il titolo imbroglia un po’, il sottotitolo anche («Una storia di potere, ingiustizia e terrore») e in copertina viene sbattuto Giulio Cesare che non è stato certo il peggiore, ma l’editore italiano è serio (Bollati Boringhieri) e l’autore anche (Waller R. Newell, docente di filosofia politica a Ottawa). Ovviamente l’imbroglio è apparente e si risolve presto: sta nel fatto che un conto sono i tiranni dell’antichità, a volte despoti conservatori a volte autocrati non malvoluti e spesso espressione di un preciso gruppo sociale; un conto i dispotici illuminati; un conto i tiranni che Newell chiama millenaristi (noi li chiamiamo dittatori) modellati su esempi totalitari novecenteschi. Lo scopo di Newell è però un altro, cioè esortare all’individuazione della tendenza alla tirannia annidata nei comportamenti politici, in modo da salvaguardare la democrazia liberale, che considera il miglior modello di governo ma non, all’americana, «esportabile» artificiosamente, semmai come un vaccino che va instillato con cautela, affinché possa attecchire nei corpi sociali più tormentati e fragili. 

 

Per Tocqueville invece era un modello perfetto per una felicità da far accettare ai popoli loro malgrado: ma quando tutto è realizzato, tutti gli obiettivi conseguiti, la compiutezza formale raggiunta, cosa resta, dopo? 

 
 
 
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