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L'importanza di

mettersi alla prova

Figlio d’arte, dopo gli inizi in famiglia decide di fare qualcosa di diverso aprendo negli anni 80 la sua bottega a Roma. E oggi, nel suo impeccabile camice in oxford, Alberto Pieri crea camicie realizzando tutti i passaggi artigianalmente

DI Alessandro Botrè - FOTO DI Stefano Triulzi
Tempo medio di lettura: 3' 45''

Con estrema umiltà ma anche con fermezza, alla fine della nostra intervista, quasi fosse un dettaglio di secondo piano, il camiciaio romano Alberto Pieri chiede ancora la parola: «Mi sento di aggiungere una cosa: c’è sempre da imparare. Nell’ampliare il margine di crescita aiutano molto i clienti con le loro richieste. In particolare Italo Borrello mi ha spinto a fare sempre meglio, gliene sono riconoscente. I clienti ti offrono nuove sfide facendoti mettere in gioco per accontentarli, una prova dopo l’altra». Pieri pratica questa nobile arte da quasi 40 anni, quindi questo ultimo inciso ha un grande peso pronunciato da lui: dimostra come l’artigiano e il suo cliente crescano insieme in una sorta di simbiosi che porta ad approfondire sempre di più il mondo del su misura, senza mai toccarne il fondo. D’altronde non è così per qualsiasi materia degna di attenzione? Alberto Pieri è un figlio d’arte: i suoi genitori, originari di Prato, avevano aperto nel 1959 un negozio d’abbigliamento nel quartiere dove lui era nato, nel sud-est di Roma: l’avevano chiamato Moda Giglio in onore delle loro radici, dato che all’epoca la città era ancora fiorentina. Inizialmente Pieri entra nell’attività di famiglia, lavorandovi come commerciante per ben dieci anni. Nel frattempo frequenta un corso da modellista, avvicinandosi sempre di più al mondo della sartoria, anche perché sua madre stessa era sarta. Racconta: «Dopo qualche anno ho sentito l’esigenza di fare qualcosa di diverso. Ho provato a imbastire alcuni modelli di camicia, avvalendomi di validi collaboratori, poi ho iniziato a realizzarle in serie e quindi su misura».

Nel 1982 apre la sua prima bottega in via Acaia, dove rimane fino all’ottobre 2018, quando si trasferisce a 200 metri, nell’attuale sede di piazza Armenia 6. Una piccola ma funzionale stanza, dal sapore anni 60 corroborato dall’elegantissimo camice in oxford celeste che il maestro indossa. Ad affiancarlo, la fida ed esperta collaboratrice Liviana. Fanno tutto loro due, eccetto asole e cifre che vengono affidate esternamente a un’asolaia e a una cifraia. «Per me Liviana è come una sorella», puntualizza Pieri, «mi fido solo di lei, anche se lavoriamo insieme da appena sei anni. Lei fa questo mestiere da 40. In una camiceria è fondamentale possedere l’abilità di saper montare un capo da una prova in modo che stia bene al cliente, il quale poi sarà soddisfatto e tornerà a fare altre camicie».

Da Alberto Pieri si abbraccia una camicia medio-alta. Realizzano artigianalmente tutti i passaggi: dalla misurazione al taglio e al montaggio del collo «alla Battistoni» come si dice a Roma, col bordino, intelato; dai bottoni attaccati a mano, in madreperla o in trocas se si vuole risparmiare, alle asole che possono essere cucite a mano o altrimenti a macchina, così come le cifre. Una volta che Pieri ha preso le misure al cliente, si taglia un tessuto di prova, solitamente fase di cui si occupa lui stesso, che in seguito monta una tela. La si fa indossare al cliente, la si «sdifetta» e si fanno
altre prove sin quando non va bene. Quindi lavano il tessuto per la camicia definitiva almeno a 60 oC. Al proposito, c’è un dibattito che non finirà mai tra i camiciai: chi lava le stoffe almeno a 90 gradi, chi a 60, chi mai sopra i 40, chi non le lava proprio prima di cucirle. Dove sta la verità? L’importante è che i loro clienti siano soddisfatti. I tessuti usati da Pieri sono tutti doppi ritorti di Albini, Thomas Mason, Sictess, Alumo, Testa e infine Alfatex, per chi vuole contenere i costi pur non prescindendo dalla qualità.

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