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Metafisica
e stile
Esegeta dell’immaginazione maschile, l’avvocato napoletano Giancarlo Maresca è uno dei più fini appassionati di vestire al mondo: per lui è un fatto cosmico
DI Alessandro Botrè - FOTO DI Stefano Triulzi

Tempo medio di lettura: 7' 10''

Non ricordo un momento in cui non mi piacesse vestire, anche se all’inizio non in modo classico. Fino ai 20 anni vestivo alla moda o esattamente contro. L’imprinting definitivo me lo diede una giacca di Pierre Balmain che vidi a casa di un amico più grande. Era un doppiopetto, credo in tropical di lana bianco che aveva acquistato per la festa del Mak Π. Ne rimasi così rapito che pensai “Io mi devo vestire così”. E cominciai». Giancarlo Maresca, avvocato napoletano, storico collaboratore di Arbiter, è ben conosciuto tra i nostri lettori e tra coloro che apprezzano il ben vestire. È un esegeta dell’«immaginazione maschile», come ama dire, un critico, un appassionato dalle conoscenze rare. Non pretende di essere elegante, né un dandy, né un esempio. Ama raccontare i tanti perché dell’universo virile; e lo fa come pochi al mondo sanno. «A casa mia si parlava latino e francese», spiega. «Era una famiglia di insegnanti: a due anni e mezzo leggevo, non ho fatto le elementari ma ho avuto un istitutore privato e ho finito il liceo a 17 anni. Per quanto riguarda invece il linguaggio del classico, ne sono sempre rimasto in ascolto. Ho cominciato a capire qualcosa tardi, ma l’attitudine, il gusto e gli esempi mi hanno portato su discrete strade: a 18 anni sono andato per la prima volta dalla camiciaia e non ho mai più smesso, a 26 dal sarto e a 36 dal calzolaio.

Intanto ho studiato, guardato, confrontato, capito gli stili delle epoche e che cosa crea le atmosfere. I tessuti sono un alfabeto che è già in sé un libro».

Il tempio estetico di casa sua, la cabina armadio, è stata rigorosamente disegnata da lui e fatta realizzare in mogano da un giovane falegname napoletano.

La cabina armadio, disegnata da lui stesso.

I cassetti hanno precise dimensioni a seconda di quello che contengono: calze, camicie bianche, celesti, cravatte, fazzoletti, pochette, maglie della salute, pigiami e così via. Prosegue: «Il problema delle cabine armadio realizzate da un architetto è che l’architetto realizza un oggetto in cui le proporzioni sono interne all’oggetto: devono rispettare volumi con volumi, superfici con superfici. Non potrà mai succedere che lui misuri quanto è lunga e alta una calza piegata. I montanti devono coincidere tra di loro, cosa che non è compatibile con le taglie di ciascuno. Anche quando dicono di farla su misura, comunque non è sulla misura dei miei capi. La cabina è un’area rilevante perché una persona che veste occupa una superficie gigantesca con i suoi abiti». Le cravatte sono sdraiate, per mera estetica, come puntualizza: «Mi piace vederle così, ho preso questo vizio da Mariano Rubinacci, dentro ai cui cassetti ho sempre perso gli occhi; sono divise per tipologia: tinte in filo, regimental, fantasie grandi, unito e pois, lane». Poi le camicie estive (diverse le mezzemaniche per le località rivierasche), come maglieria solo un paio di gilet, qualche polo.

Le cravatte regimental

Numerosi gli oggetti di sua invenzione: tante camicie; la derby longwing modificata dal modello Florsheim e fatta fare da Giacomo Banzola; le scarpe estive chiamate «Oreo», come il biscotto con crema e fuori scuro, modello fatto fare con la suola altissima, isolante dal calore per l’estate, da portare con pantalone e camicia; gli anelli di cuoio per tenere arrotolate le cinture. Il fornitore di camicie che ha dato i migliori risultati, racconta, è stato Sabatini di Roma, per 25 anni. Quindi i napoletani Merolla & de L’Ero. Ora frequenta Luca Avitabile. Quanto agli abiti, sono un’antologia di sarti che lui fa scorrere su di sé come su di una lavagna. Decine di capi cuciti da una quindicina di artigiani: Puppato, Sciamat, Rubinacci, Solito, Gallo, Pirozzi, Carfora… «Due grandi artisti sono Puppato e Sciamat, vedono la giacca», spiega Maresca. «Caraceni è insuperabile nella cerimonia: lo smoking deve rendere l’uomo affascinante, o carismatico, a seconda se deve conquistare le donne o gli uomini. Far spiccare un nero tra tanti neri è dura: lo si ottiene limando tutto. Una volta, quando gli uomini erano uomini, c’erano gli accessori apposta da smoking, sottilissimi, di foca fine, materiale ormai estinto: porta banconota e carta d’identità. Perché lo smoking deve tirare. Ho comprato i miei da Carmignani anni fa».

Portadocumenti in foca fine da smoking

Ci soffermiamo su un solaro monopetto, tessuto di Smith Woollens lavorato dal veneziano Franco Puppato. «Tocca questo solaro», dice, «così non lo troverai mai. È quello che hanno tutti, ma così non ce l’ha nessuno. Come è possibile? È stato stirato da Franco Puppato, ed è cambiato. Ma lui non lo sa perché succede, lo fa perché ha imparato a farlo. I sarti sanno come fare, ma spesso non sanno perché lo fanno. Bagna il tessuto come tutti i sarti, poi procede con la pressatura e il decatissaggio, la regolazione del pelo: in questo modo il pelo è più disponibile ai trattamenti del pesante ferro, in tre dimensioni. Con i tessuti moderni non c’è tutto questo bisogno di bagnare. Solo il sarto stira, gli altri pressano. Stirare vuol dire tirare, trasformare la superficie piatta creando volumi. Collo, spalla, giro, vengono lavorati, per questo il sarto ha bisogno di tessuti cedevoli per ottenere certi effetti. Alla fine, il tessuto è morto e il sarto gli restituisce vita meglio di come fa il lanificio: la stiratura di un vestito richiede almeno quattro ore. La densità finale non è la stessa di quando il tessuto esce dal negozio». Poi c’è la manica stirata: «Fa diventare più magri: raccoglie le lentezze aprendo un buco tra lei e il busto. La linea è lì. Come il punto del cavallo appena più alto, smagrisce e rende le cosce più lunghe. Queste due luci fanno gli abiti. È una cosa evidente, che viene totalmente ignorata dalla maggior parte dei sarti. Puppato ha la visione, è un mostro. Lo stesso discorso vale per la barathea di Vitale Barberis Canonico di un mio smoking. Puppato l’ha portata a una qualità che non aveva quando gliel’ho portata». Nella cabina spiccano poi tantissime pezze, i tessuti per i prossimi abiti, di cui almeno una decina solo quelli in lino. L’alfabeto cui prima Maresca accennava: «Una volta in tribunale si vedevano le stagioni: flanelle, gabardine, qualche lino, tutto di sartoria. Ora non si hanno più gli strumenti per capire le cose: la gente non capisce gli abiti, i vini, niente. Vive una vita fatta di denaro, di tempo, di affanno, non si ferma mai a vedere cosa sta facendo. Il napoletano vero, come l’uomo di gusto, coglie l’attimo senza affanno. La mattina, prima di vestirsi, si guarda fuori dalla finestra: il tempo, la luce, come ci si sente, che cappello mettere. Non esiste un altro modo per vestirsi. Vestire è un fatto cosmico. Devi capire dove sta la Terra in quel momento, interpretare quello. Ecco perché

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