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Nel nome
del figlio
Alla Generazione Non Lo So si contrappone una Generazione Lo So che ha messo a frutto i valori della famiglia e la lezione dei padri, seguendone le orme o sviluppando professioni e business diversi. I risultati si traducono in un voto al genitore nella pagella della vita
DI Stefano Lorenzetto

Tempo medio di lettura: 14' 20''

I genitori capaci di educare i figli devono ancora nascere». Era la convinzione di mio padre, il quale, ai tempi in cui non esistevano né la pianificazione familiare né i mezzi contraccettivi, si autocondannò felicemente a procrearne e a crescerne cinque, tutti maschi, che poi sarebbero stati sei, se l’ultima gravidanza non si fosse disgraziatamente interrotta in modo spontaneo. Non poteva sapere, il povero calzolaio, che alla medesima conclusione pare fosse pervenuto, 17 secoli prima, l’apologeta cristiano Tertulliano: «Quos Deus non damnavit ad bestias, damnavit ad pueros» (Quelli che Dio non condannò a essere divorati dalle belve del circo, li condannò a occuparsi dei ragazzi). Si narra che Pio XI attribuisse l’espressione alla suprema divinità della mitologia romana: «Quos Juppiter non damnavit ad inferos, damnavit ad pueros» (Quelli che Giove non condannò agli abissi, condannò ai fanciulli). C’era un’ulteriore variante, in uso nell’antichità: «Quos Deus non damnavit ad metalla», alle miniere, «damnavit ad pueros erudiendos». Lavoro forzato perpetuo, l’educazione dei figli. Appena 80 generazioni ci separano da quella che spaccò la storia in due, avanti Cristo e dopo Cristo, e si ha l’impressione che per la prima volta lungo il cammino dell’umanità, almeno qui in Italia, nella fascia di età fino ai 25 anni – appunto il tempo intercorrente fra una generazione e la successiva – di progenie ne esistano due, di specie diametralmente opposte: la Generazione Non Lo So e la Generazione Lo So. Comincio dalla prima.

 

La Generazione Non Lo So spesso dà l’impressione di non sapere nemmeno se siano le 10 di mattina o le 2 di pomeriggio (non porta l’orologio) oppure se sia martedì o sabato. Vai in qualche posto per l’ultimo dell’anno? «Non lo so». Torni a casa per cena? «Non lo so». Preferisci pastasciutta o riso? «Non lo so». Esci con i tuoi amici stasera? «Non lo so». Fino a mezz’ora prima, non sa che cosa farà perché dipende da coetanei che a loro volta non sanno che cosa faranno e, quand’anche lo sapessero, non sanno organizzarsi il tempo, gli incontri, i ritrovi, la vita.

 

La Generazione Non Lo So non sa nulla. Non sa che scuola frequentare. Non sa che mestiere vuol fare. Non sa a quale facoltà universitaria iscriversi. Non sa in quale sessione si laureerà. Non sa l’argomento della tesi. Non sa se vuole sposarsi e avere figli. Non sa – caso estremo (mica tanto) – se gli piacciono le femmine o i maschi, e mi riferisco alle possibili scelte affettive di entrambi i sessi, anzi talvolta non sa neppure se il proprio sesso biologico corrisponda all’identità di genere. Non sa chi è il presidente del Consiglio. Non sa che sono esistiti Alcide De Gasperi e Alexander Fleming. Non sa che cos’erano le Brigate rosse. Non sa da quanti anni in Italia la repubblica ha rimpiazzato la monarchia. Naturalmente con molte luminose eccezioni – Giulio Regeni e Antonio Megalizzi, per citarne solo due – che però confermano la regola.

 

La Generazione Non Lo So non sa perché non può sapere. Le è stato – le abbiamo – rubato il futuro. Il suo orizzonte temporale non supera i 60 minuti, bene che vada. La Generazione Non Lo So è la prima che ha già avuto tutto dalla vita e quindi non si aspetta nulla, non riesce a desiderare nulla. Come faccio a spiegarle che io, pur essendo un collezionista di stilografiche, provo ancora piacere ad acquistare un pennarello Pilot Hi-tecpoint V10 Grip con punta da 1 millimetro solo perché più di mezzo secolo fa passai un intero pomeriggio ad aspettare una penna fibra Lus da 100 lire che sembrava una biro ma scriveva come una stilo e verso sera provai la delusione di scoprire che uno dei miei fratelli, il quale mi aveva promesso di acquistarla alla Standa, all’uscita dall’ufficio se n’era dimenticato? La Generazione Non Lo So è la prima cui viene consegnata una prospettiva di vita ben peggiore di quella che fino agli anni Sessanta i nati da genitori miserabili ebbero in eredità dai loro padri, lastricata, anziché di benessere e di speranza, di disoccupazione, di precarietà, di lavoretti umilianti, di contratti a tempo determinato o di collaborazione a progetto (cocopro, vedi Zingarelli) che anche i pappagalli rifiuterebbero, di cooperative sorte per aggirare la fiscalità delle imprese incassando 10 e retribuendo 4, di un avvilente reddito di cittadinanza, di ascensori sociali fermi da anni al pianterreno e ora inesorabilmente fuori servizio.

 

La Generazione Non Lo So è la prima che non sa guidare un’auto o, meglio, non la vuole proprio, né quella né la patente. Nel 2016 i giovani tra i 18 e i 19 anni che hanno conseguito il permesso di guida sono diminuiti dell’8,4 per cento rispetto al 2012, mentre l’età media di chi sostiene l’esame teorico e pratico è salita a 21 anni e 2 mesi. Per noi, incanutiti figli del boom che i soldi per un’utilitaria di terza mano manco li avevamo, ha dell’incredibile scoprire che oggi lo smartphone ha sostituito la Fiat 500 come status symbol. La Generazione Non Lo So è la prima che è stata allenata a non dire mai «Non lo so», così da evitare brutte figure e non precludersi alcuna via di fuga. Se interpellati, meglio svicolare, insegna Sara McCord di The Muse (piattaforma di carriere nata a New York per offrire risorse umane a colossi tipo Goldman Sachs, Black Rock, Ibm e Hp), ricorrendo a tre formule leggiadre che in tempi normali si sarebbero definite ipocrite: «Non credo di essere la persona migliore per rispondere alla sua domanda»; «Questo è ciò che posso dirle»; «È proprio quello cui sto cercando di rispondere».

 

La Generazione Non Lo So è incarnata dalla nota gaffeur grillina Laura Castelli, sottosegretario dell’Economia, non a caso nata nel 1986. Costei, memore delle istruzioni di The Muse, a una precisa domanda di Lilli Gruber durante una puntata di Otto e mezzo su La7 («Siccome Luigi Di Maio ha annunciato che sono in stampa 5 o 6 milioni di tessere elettroniche per erogare il reddito di cittadinanza, sono 5 o 6 milioni? E chi le sta stampando?»), non ha trovato di meglio che ribattere, in ordine d’imbarazzo: «Sono dettagli che vi renderemo noti tutti insieme»; «È vero che si stanno stampando le tessere per la platea, che dovrebbe essere di 5 milioni e mezzo di persone circa»; «Quando pubblicheremo il progetto completo e avrete il testo, si vedrà chi le sta stampando». E alla sconfortata perplessità della conduttrice («Forse il Poligrafico dello Stato, sarebbe la cosa più ovvia»), ha replicato: «Forse».

 

Del resto, è l’insipiente politicastra che in un’altra occasione, alla domanda «A un referendum euro sì, euro no, lei che cosa voterebbe?», aveva risposto alla stessa Gruber: «Non lo so». Appunto. La Generazione Non Lo So è la prima che non ha un muro a cui poter appendere un chiodo capace di reggere una legge morale. Qualche settimana fa un sacerdote mi ha confidato il suo smarrimento per un episodio che gli accadde 15 anni fa, quando – da parroco di un florido paesone di provincia – un pomeriggio entrò nell’oratorio e vi trovò due adolescenti che copulavano, avendo attorno un manipolo di coetanei disposti in cerchio a osservare la scena muti e compiaciuti, e si sentì dire dal maschio, seccato di doversi tirare su i pantaloni anzitempo: «Beh, cosa c’è di male?». La Generazione Non Lo So è la prima che non ha l’obbligo di frequentare le lezioni scolastiche. Qui non si tratta di bigiare, come ai miei tempi, ma di mamme che, dopo un’assenza, l’indomani rimandano i figli in aula – me l’hanno raccontato alcune maestre – con la seguente giustificazione sul libretto personale: «È rimasto a letto perché c’era brutto tempo». La Generazione Non Lo So è la prima nella storia dell’umanità che non conosce, e di conseguenza non può rispettare, il principio d’autorità. Un professionista di 49 anni, che nel tempo libero arbitra le partite di calcio in una gloriosa società sportiva della periferia di Verona, mi ha spiegato che i giocatori di 12 anni lo mandano regolarmente «aff…», senza che i loro genitori a bordo campo li redarguiscano, mai, piuttosto i padri si associano alle ingiurie o intervengono per aizzare i pargoli meno pronti a ribellarsi.

 

Per nostra fortuna, sopravvive però, anche di questi tempi, una Generazione Lo So, pure quella figlia della mia. È formata da giovani che hanno trovato nel rapporto padre-figlio, faticoso in tutte le epoche, una via (spesso stretta e impervia) per affermarsi nella vita, per diventare dabbene, per inseguire una possibile felicità.

 

Al netto del disorientamento provocato dalla società nichilista, dal consumismo, dalle trasgressioni, dalle devianze, dall’immobilismo paralizzante del «non lo so», questi figli sanno mettere a frutto i valori tramandati dalla famiglia, sino a diventare lo specchio in cui i genitori avevano sognato di riflettersi prima di lasciargli il posto. Una benedizione del cielo, certo. Un risultato soggetto ai mutevoli capricci del caso. Ma anche un voto in pagella al genitore che ce l’ha messa tutta per seminare qualcosa di buono e laureare un figlio all’università della vita. La Generazione Lo So ha deciso fin da subito quello che farà da grande. Così come i figli dei grandi giornalisti hanno fatto i giornalisti (Luigi Barzini jr, Paolo Mieli, Paolo Longanesi, Giuliano Ferrara, Vittorio Zucconi, Bice Biagi, Massimo Fini, Mattia Feltri, Natalia Augias, Antonio Di Bella, Paolo Mosca, Marina Corradi), gli eredi dei grandi imprenditori seguono le orme dei padri nelle rispettive imprese di famiglia.

 

Qualche esempio? I figli dei signori dei tessuti fanno tessuti: Matteo Marzotto; Franco, Sergio e Pier Luigi Loro Piana. I figli dei signori del vino fanno vino: Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro Lunelli (spumante Ferrari); Cristina, Arturo e Paolo Ziliani (spumante Berlucchi); Raffaele e Alessandra Boscaini (Masi); Albiera, Allegra e Alessia Antinori; Franco e Marilisa Allegrini; Lamberto Frescobaldi; Roberto Felluga; Giuseppe e Alberto Tasca d’Almerita. I figli dei signori dei distillati fanno distillati: Cristina, Antonella ed Elisabetta Nonino. I figli dei signori dell’agroalimentare fanno agroalimentare: Mario, Marcello e Tommaso Veronesi, con i cugini Antonio Nicodemo e Francesco Ballini (mangimi Veronesi, Aia e Negroni). I figli dei signori dei dolci fanno dolci: Michele Bauli; Dario Loison. I figli dei signori del tonno fanno tonno: Giacinto Callipo. I figli dei signori della pasta fresca fanno pasta fresca: Gianluca Rana. I figli dei signori dei supermercati fanno supermercati: Marina Sylvia Caprotti (Esselunga). I figli dei signori del pannello truciolare fanno pannello truciolare: Alessandro Saviola. I figli dei signori di libri fanno libri: Carlo Feltrinelli; Giovanni e Matteo Hoepli; Federico e Lorenzo Enriques (Zanichelli); Luca De Michelis (Marsilio); Antonio Sellerio; Raffaello Avanzini (Newton Compton); Luca Formenton (Il Saggiatore). E si potrebbe continuare all’infinito.

A sinistra Giulio Pedrollo: Classe 1972 e vicepresidente di Confindustria, a 30 anni crea Linz Electric che opera nell’energia. Il padre, Silvano, è fondatore e presidente del Gruppo Pedrollo, leader mondiale delle elettropompe per l’estrazione dell’acqua.

Tuttavia, fra coloro che mettono a frutto la lezione dei padri meritano un posto di rilievo i figli capaci di staccarsi dalla tradizione di famiglia e talvolta dalle rendite di posizione, inventandosi nuovi business, esplorando vie poco battute, assumendo ruoli professionali completamente diversi da quelli ricoperti dai loro genitori. Penso a Giulio Pedrollo, vicepresidente di Confindustria, classe 1972, che a 30 anni fonda la Linz Electric, azienda operante nel campo dell’energia, dopo aver imparato come si fa dal padre Silvano Pedrollo, il quale alla stessa età, quando negli Emirati Arabi Uniti l’acqua costava più della benzina, percorse a piedi tutta Dubai, negozietto per negozietto, con 48 gradi all’ombra, portandosi a spalla un prototipo d’idrovora, e ora è il leader mondiale delle elettropompe per l’estrazione dell’acqua. Penso ad Andrea Riello, 56 anni, figlio di Pilade, quarta generazione della famiglia d’imprenditori specializzata nel riscaldamento e nel condizionamento, che con i fratelli Pierantonio, Giuseppe e Nicola ha allargato le attività industriali all’elettronica, alle macchine utensili, alla distribuzione automatica, al private equity, con un giro d’affari di 120 milioni di euro l’anno, dando lavoro a circa 500 collaboratori diretti, fino a diventare presidente di una multinazionale che produce beni ad altissimo contenuto per automotive, aeronautica, energia e meccanica e li vende in Cina, Belgio, Francia, Inghilterra.

Lorenzo Mieli > Paolo Classe 1973, è produttore cinematografico e televisivo di film e fiction di grande successo come, per esempio, «The Young Pope». Il padre, giornalista, è stato direttore del «Corriere della Sera».

Penso a Lorenzo Mieli, figlio di Paolo, l’ex direttore del Corriere della Sera, che ha cominciato come assistente alla regia con Adriano Celentano ed Ermanno Olmi, e oggi con la sua Wildside è produttore cinematografico e televisivo di film e fiction di grande successo, come The Young Pope di Paolo Sorrentino. Penso a Saverio Costanzo, figlio di Maurizio, che è diventato un regista pluripremiato. L’amica geniale, miniserie tv tratta dal primo romanzo di Elena Ferrante, ha riscosso un notevole audience su Rai 1 e Tim Vision, tanto da indurlo a mettere in cantiere la seconda stagione: le riprese cominceranno a marzo e dureranno sei mesi.

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