Ottimismo
su misura
DI Giancarlo Maresca
7' 50''

Era il 21 dicembre 1985 quando saltarono in aria alcuni serbatoi di benzina della raffineria di San Giovanni a Teduccio, il quartiere da cui si passa entrando a Napoli dall’autostrada. L’esplosione provocò il decesso di cinque persone e innescò un incendio che terrorizzò e isolò la città.

 

Fu il momento in cui tutti si resero conto che il progetto di rendere Napoli una zona industriale era una delle boutade della politica. La raffineria chiuse e si avviò anche la lotta al mostro che aveva divorato il litorale orientale, l’Italsider della baia di Bagnoli, che spense gli altiforni nel 1990. È bastato chiudere le ciminiere perché si avviasse una silenziosa e inesorabile riqualificazione della città. Se le cause della ripresa sono molteplici, il risultato è tutto riassumibile nella risposta che qualche mese fa mi ha dato un ristoratore del Borgo Marinari, cui avevo chiesto come gli andassero gli affari. «Nei periodi favorevoli abbiamo sempre avuto dei buoni picchi», mi ha detto, «ma da qualche anno notiamo che il flusso si è fatto cospicuo e costante». Le sue parole sono state esattamente queste: cospicuo e costante.

 

Come avrete subito capito, quel che in esse conta non è tanto l’impennata dei fatturati, quanto dell’ottimismo. è la sua luce che fa venire più persone a Napoli e la fa vedere con occhi nuovi a noi che ci viviamo. Una delle attrattive tipiche che la città non ha voluto ancora valorizzare è la sartoria, che nel suo complesso rappresenta una vera e propria scuola diffusa di mestiere, di gusto e di vita. Se dovessi fare da guida a un tour delle botteghe partirei da via Ciccone n. 15, dove al secondo piano di un signorile palazzetto della Belle époque si trova il laboratorio di Gianni Volpe.

 

Indossare bene il capo è fondamentale per farne emergere pregi e difetti.

 

La personalità del maestro e la confidenza che ispirano collaboratori e ambienti trasmettono subito quella vigile e divertita rilassatezza che rappresenta la chiave segreta dello stile partenopeo in tutti gli aspetti, dall’architettura alla cucina, dalla filosofia alla religione, dall’arredamento all’abbigliamento. Un buon napoletano dorme un po’ di più perché ama sognare, non perché abbia bisogno di riposare. Le sue giacche sono come lui: serene, disinteressate a quanto gli altri dicono e attentissime a quello che combinano. Li vendano stilisti e sarti da social media gli abiti che fanno parlare molto, noi a Napoli abbiamo sempre amato quelli che fanno sentire bene.

 

La registrazione della spalla del gessato.

 

Giacche leggere di costruzione, ben poggiate sull’intera linea delle spalle e con una caduta sciolta che lascia veleggiare i davanti senza infondere loro tensioni che possano brutalmente ricordarci che noi umani, come i tessuti, abbiamo un peso che ci impedisce di volare. Nel petto singolo, Volpe predilige la classica foggia a tre bottoni meno uno, impropriamente detta tre bottoni stirato a due. La linea è sobria, con una perfetta misura dei baveri e spalle naturali morbide.

 

La misura di un cappotto

 

Nel doppiopetto ravviso un dosato guizzo d’orgoglio che a tale soluzione si addice non poco, in particolare nella versione a sei bottoni che personalmente prediligo. I capi sono interamente realizzati all’interno del laboratorio, dove il maestro ha saputo mettere insieme una squadra di giovani ben motivati tra cui spiccano due ragazze, una delle quali fa le asole mentre l’altra si interessa delle seconde prove. A tal proposito, annusando l’aria che c’è in giro, ho motivo di credere che il futuro, tra le altre sorprese, ha in serbo per noi un buon numero di donne che lavoreranno nel su misura maschile e ne raggiungeranno i vertici.

 

 

Gianni Volpe appartiene alla generazione di sarti che cominciava a lavorare molto giovane, che non guardava il calendario né l’orologio, che doveva servire uomini che sapevano fin troppo bene ciò che volevano. E quel che volevano era una cosa facile a vedersi e difficile a prevedersi come l’eleganza, in nome della quale certi difetti possono essere considerati pregi e alcuni difetti risultare dei pregi. Questo perché c’è poco di sicuro quando si cerca l’armonia del complesso e non la perfezione dei singoli dettagli. Volpe ebbe il suo primo impiego nel 1965 presso Antonio Schiraldi, sommo compositore che però era molto geloso delle proprie conoscenze e gestiva il lavoro come un colonnello comanda un reggimento, ovvero senza molte spiegazioni. Negli anni trascorsi con lui ha senz’altro assorbito uno squisito senso delle proporzioni, anche negli impegnativi abiti a code, ma quanto agli aspetti tecnici riconosce il suo mentore in Angelo Blasi, maestro di innumerevoli maestri. Presso la sua bottega, che comprendeva decine di lavoranti, si occupava dei cosiddetti caponi, gli abiti che non si erano potuti consegnare a causa di qualche difetto.

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