Per fare
un albero
DI Benedetto Colli
13' 50''

Le piante sono esseri senzienti con la stessa dignità degli animali». E ora chi lo dice ai vegani? Come spiegare a chi abbia scelto di rinunciare agli alimenti di origine animale che anche le piante sono sensibili, comunicano, acquisiscono informazioni, memorizzano e, addirittura, esplorano il mondo? Mentre aspettiamo che si trovi il modo di rendere edibili rocce e sabbia, dal 1° marzo si può ingannare l’attesa visitando la XXII Triennale di Milano, dall’eloquente titolo Broken Nature, natura spezzata, curata da Paola Antonelli. L’esposizione ha l’obiettivo d’indagare il rapporto tra uomo e natura e di proporre, attraverso l’architettura e il design, strategie per sopravvivere all’Antropocene, quest’epoca in cui l’umanità è diventata la forza tellurica alla base di una delle più grandi estinzioni di specie della storia.

 

Una folta vegetazione da cui fa capolino una tigre dà il benvenuto nella «Nazione delle piante», percorso divulgativo scientifico, curato dal neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, all’interno della XXII Esposizione internazionale della Triennale di Milano «Broken Nature: Design Takes on Human Survival», progetto espositivo curato da Paola Antonelli, che indaga i legami che uniscono gli uomini all’ambiente naturale.

 

Punta di diamante della Triennale è La nazione delle piante, mostra di arte e scienza curata da Stefano Mancuso. Cinquantaquattro anni, professore ordinario dell’Università di Firenze, autore del best seller Verde brillante (Giunti), Mancuso è una delle massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale. «Dato che la Triennale ospita i padiglioni di molti Paesi», racconta il professore, «ho ipotizzato che le piante costituissero la comunità più potente e diffusa della Terra». Nella mostra, una nazione di 3mila miliardi di alberi accompagna il visitatore in un viaggio conoscitivo, per mostrargli com’è fatta, come funziona e cosa può regalare a noi tutti prima che sia troppo tardi. Prima che si raggiunga il punto di rottura, quel punto di non ritorno che è bene evitare per tempo, e forse la XXII Triennale può in un qualche modo aiutare a smuovere le coscienze di tutti.

 

Stefano Mancuso è tra le massime autorità nel campo della neurobiologia vegetale, professore ordinario alla Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze e accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili; è autore di diversi libri e oltre 250 pubblicazioni scientifiche. Nel 2012 «la Repubblica» lo ha indicato tra i 20 italiani destinati a cambiarci la vita, nel 2013 il «New Yorker» lo ha inserito nella classifica dei world changers.

 

Uomo e natura, dunque, molte sono le affinità, se non altro perché i più recenti studi sul mondo vegetale hanno dimostrato che le piante sono dotate di sensi, memorizzano e comunicano tra loro e quindi possono essere descritte come organismi intelligenti a tutti gli effetti. E così si spiega anche la figura del neurobiologo vegetale, di cui Mancuso è una tra le massime autorità mondiali. «Studio le piante come si studia qualsiasi altro essere cognitivo», spiega il professore, «usando tecniche finora riservate all’esame di uomini e animali. Mi occupo dei loro comportamenti, di come esse comunicano, hanno una vita sociale, si difendono. Tutte attività normalmente associate ai soli animali e che negli ultimi 15 anni sono risultate altrettanto valide per il mondo vegetale». Vi state domandando che tipo di pazienti siano le piante?

 

È presto detto: sono la vita stessa. «Le piante rappresentano circa l’85% della biomassa», afferma il neurobiologo, «ovvero la quasi totalità di tutto ciò che è vivo. Gli uomini ne sono una frazione irrilevante, ma questo fatto tende a sfuggirci». Piante e animali sono le due facce di una stessa medaglia. «Gli animali si muovono, le piante sono ferme; gli animali consumano energia, le piante la producono. Gli obiettivi che li guidano sono gli stessi, ma le soluzioni adottate sono molto diverse». Ma come? Il professore nei suoi scritti sostiene, al contrario, che le piante abbiano dimostrato una propensione all’esplorazione superiore a quella dell’uomo. «Mi correggo», risponde divertito. «Nel corso della vita le piante si muovono tanto, ma non si spostano dal luogo in cui sono nate. Se ne osserviamo il susseguirsi delle generazioni, ci accorgiamo che sono estremamente mobili e si diffondono alla conquista del mondo. Sono inarrestabili. Ovunque si creino dei nuovi territori, gli organismi vegetali sono i primi a insediarvisi».

 

Nonostante il titolo della Triennale, Broken Nature, suggerisca che si sia arrivati al punto di rottura, sembra eccessivo ritenere che un pianeta sopravvissuto a bombardamenti di meteoriti e tempeste magnetiche possa finire per mano dell’uomo. Mancuso lo conferma: «Quando diciamo che stiamo distruggendo la Terra, pecchiamo ancora una volta di presunzione. La vita ha subito ben altri insulti nel corso della storia e se l’è sempre cavata egregiamente. Siamo noi che rischiamo di estinguerci». Le piante, infatti, possono essere descritte come organismi intelligenti a tutti gli effetti: non hanno un cervello, ma milioni di recettori distribuiti in tutta la loro struttura che gli consentono di fare scelte ponderate. Non hanno occhi, né naso, né orecchie, eppure possiedono l’olfatto, l’udito, il tatto e persino la vista; non solo, hanno pure 15 sensi ulteriori che noi non possediamo.

 

La XXII Triennale di Milano è in programma dal 1° marzo al 1° settembre 2019 (viale Alemagna 6), e fra i vari padiglioni ci sarà «La nazione delle piante»: prodotta da FeelRouge Worldwide Shows con la supervisione artistica di Marco Balich. La mostra è un percorso di apprendimento attraverso un’esperienza immersiva e contenuti multimediali: la XXII Triennale è la prima tappa di un circuito internazionale.

 

Le piante hanno saputo trovare soluzioni estremamente raffinate e innovative utili alla propria sopravvivenza. Ma per fortuna esistono anche dei casi in cui l’urbanizzazione moderna presta sempre più attenzione alla salvaguardia della natura. Ed è proprio il caso di Milano, che ospita la Triennale: «Milano ha già fatto tanto per integrare ambiente urbano e ambiente naturale, ma resiste ancora un’idea superata di centro abitato. La città del futuro dev’essere un luogo in cui le piante non crescono soltanto lungo i viali o nei parchi, ma ovunque possano. E dove non riescano a farlo naturalmente, vanno piantate dall’uomo: lungo le facciate degli edifici, sui tetti…». Il pensiero corre al Bosco Verticale, l’innovativo complesso progettato da Stefano Boeri. «Stefano ha avuto un’idea meravigliosa, ma immagini se le piante crescessero anche su costruzioni che non sono state ideate a questo scopo. Portare la natura in città, lì dove l’inquinamento si produce, avrebbe dei risultati straordinari sul clima e sulla salute degli abitanti».

 

Già l’uomo ha imparato a usare quello che le piante producono, adesso è arrivato il momento non solo di restituirgli qualcosa, ma di cercare di imparare ciò che possono insegnarci per affrontare i problemi del presente e del futuro: «La comunità, per esempio, ha un’enfasi molto maggiore che nelle nazioni umane. Non potendosi spostare, le piante hanno la necessità di creare un gruppo per difendersi, comunicare, avere una vita sociale. L’uomo invece s’illude di bastare a se stesso. Poi pensiamo al problema dell’energia: noi inquiniamo perché bruciamo combustibili fossili. Le piante fissano l’energia del sole attraverso la fotosintesi, sono le mediatrici fra il sole e il mondo animale. La modernità delle piante sta nell’aver trovato soluzioni energetiche efficienti e non predatorie per l’ecosistema». È strano sentir parlare di modernità riguardo a esseri che esistono da milioni di anni, ma le piante restano all’avanguardia perché «la loro struttura è molto più evoluta della nostra.

 

«Sebbene un’opportuna preoccupazione per il futuro del nostro pianeta e per le specie che lo popolano non dovrebbe sorprendere, il team di “Broken Nature” è grato per le risposte entusiaste e coerenti al tema provenienti da tutto il mondo», spiega Paola Antonelli. Sopra, una parte del percorso della «Nazione delle piante» nel mondo vegetale mai esplorato prima.

 

L’organizzazione animale è basata su un corpo in cui il cervello governa gli organi, una costruzione gerarchica che abbiamo spesso riprodotto». Non a caso, nelle nostre istituzioni c’è sempre un capo. «Nelle piante, invece», continua Mancuso, «le funzioni sono diffuse sull’intero corpo. Quest’architettura decentralizzata è incredibilmente più robusta: mentre in un animale basta il venir meno di un organo fondamentale per far crollare tutta l’organizzazione, in un vegetale si può rimuovere anche il 90% del corpo senza che esso muoia». Persino Internet, il simbolo stesso della modernità, è stato costruito come una pianta. «È per definizione una rete senza un centro di comando, inarrestabile».

Può sembrare paradossale che l’uomo, il più evoluto tra gli animali, sia l’unico ad aver perso il rispetto del suo habitat. Ma si tratta solo di un problema di percezione della realtà: il fatto di ritenerci gli esseri superiori è un’affermazione che non ha alcuna base scientifica.

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